Ognissanti! La memoria che non scioglie i legami

Questo Covid porta con sé qualcosa di maligno dentro. Di malefico. Diabolico. Una carica negativa contro la persona e contro ciò che aggrega, mette insieme, costruisce gruppi e comunità. Esso separa, scioglie, tiene lontani gli uni dagli altri. Rompe relazioni, ostacola gli affetti. Fa saltare i legami. Ci rifletto in vista di due giornate particolari: la festa di Ognissanti e la commemorazione dei defunti.

Primo novembre: Ognissanti, tutti i santi! Spiegava il dimenticato catechismo della chiesa cattolica che esiste una comunione. Va oltre ciò che si tocca e si vede. Afferisce ad uno spazio della nostra vita che sfugge al calcolo, alla matematica ed anche alla fisica. È unità. È popolo.

Due novembre: commemorazione dei defunti. Cos’è la visita ai cimiteri se non la coscienza, magari non del tutto chiara, di un invisibile intreccio tra chi vive e chi non più. Un legame che supera la barriera del tempo e dello spazio. Mistero che si svela gradualmente.

Li visito, i cimiteri. Ci vado. Lo faccio sempre. Evito però l’obbrobrio della costruzione più recente di Montegiorgio. Giusto una preghiera dinanzi alla vetrata tipo supermercato. Mi reco invece nel vecchio camposanto. Li c’è la storia della mia comunità: in due edifici, soprattutto. Guardo le foto e rileggo sempre i nomi. Così, improvvise, scattano le connessioni (ma non quelle della rete), come ridestate da un cantuccio della mente e dell’anima. È la memoria che elabora e rielabora. Conserva e ripropone. Cancellare la memoria, non praticarla, non esercitarla, è cancellare visi, sguardi, vicende. Legami, appunto. Cancellare persone come fossero mai esistite. Più facile per i “grandi” farsi ricordare. Non occorre scomodare il Foscolo dei Sepolcri. Leopardi non è morto, scrive Vittorio Sgarbi, la sua anima è dentro L’Infinito. Così come Giorgione è nella Tempesta. Leonardo nella Gioconda. Lotto nella Crocefissione. Ma Mario, Antonietta, Gaetano, Folco, Giuliana, Luciano, Katya…? Loro non hanno scritto poesie, dipinto quadri, composto musica. Però hanno vissuto, amato, sofferto, costruito famiglie, nidi, aggiunto un minuscolo pezzo all’enorme puzzle dell’esistenza.

Mi piace arrivare e tornare dal cimitero a piedi. Attraversare vicoli e stradine interne al mio paese di nascita. E guardare le pietre, le case. Qui abitava Renzo, suonava il flicorno in banda, era un gran lavoratore, un esempio per noi ragazzini. Sauro è morto di recente, mi affascinava il suo dire. E la signora Liliana, sua moglie, era donna colta e raffinata senza ostentazione.

Qui c’era Costantino, mago dell’elettricità prima ed elettronica più tardi. Fiorino suonava il basso tuba e costruiva botti. Berengario tirava la pialla e deliziava con il suo flauto. Salgo. Adriano era sarto e socialista, voce possente e clarinetto di vaglia. Sono quasi arrivato. Alberto aveva la mano più possente di un vecchio maglio, sempre allegro e dal cuore straripante. Lambé (Lamberto) era fabbro e un passato da bersagliere in guerra… Tornano tutti. Sono insieme. Insieme a me. Comunione ideale! maledetto virus. Spero che potremo batterti con la mente e l’anima, prima che col vaccino.

Un’immagine prende consistenza. Il Cristo pantocratore di Monreale ha lo sguardo umanissimo e le braccia allargate. Per accogliere chi c’è. E chi c’è stato.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 1 novembre 2020

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