Il futuro ha un cuore antico. Ai giovani servono gli anziani

Sarà che quel tempo è ormai prossimo, così l’attenzione per gli anziani si fa più spiccata, in me. E con essa la voglia di sostenerli, valorizzarli, non renderli scarti come ci invita a fare sempre più spesso papa Francesco. Non scarti: persone, invece: uniche, irripetibili, in rapporto con gli altri! Non ghettizzarli, non rinchiuderli, allora, non separarli, non lasciarli solitari consumarsi e dolersi del tempo che fu. «Si è spento» si diceva un tempo di quei novantenni, centenni che piano piano avevano lasciato questa vita, pacificati con se stessi e con il mondo che ruotava loro intorno.

Scrivo «anziani» e subito mi pento. Sento ancora negli orecchi il rimprovero della grande Paolo Borboni, attrice di vaglia. Le domandarono una volta se si sentisse anziana. Rispose che si sentiva vecchia, come lo è un buon vino rosso, aggiunse. Un buon vino, disse, è vecchio e non anziano. Buon vino, dunque, quello vecchio.

Quando, l’allora direttore dell’Azienda di Promozione Turistica del Fermano, Silvio Sebastiani, mi commissionò un libro su storie e leggende della Terra di Marca, girai le frazioni di montagna e i centri di collina. Incontrai vecchi che sedevano al sole sulla panchine di granito o su sedie di vimine ben intrecciato, dinanzi a casa o sull’aia, a due passi dal gelso e dalla vite che incorniciava la facciata dell’abitazione. Mi raccontarono le loro storie che s’intrecciavano con il loro vissuto. Tenevano il mento appoggiato al bastone, una sorta di coppola in testa. Erano sereni. Avevano fatto la loro parte. Ne erano coscienti. Ed ora, giorno su giorno si preparavano al grande salto. Ma non nell’incertezza, non nel vuoto… La cultura ancora, la mentalità ancora non avevano rincorso l’unico valore/disvalore che si stava pian piano affermando e impadronendo delle pance collettive: la frenesia da danaro, da accumulo, da consumo, da superfluo, da nulla. La società tradizionale, quella eguale dappertutto, ad ogni latitudine geografica stava scomparendo. Da noi, in modo più veloce che altrove.

Ho ripreso in mano l’Eneide. È terribilmente grandiosa la fuga di Enea da Troia in fiamme. La città imprendibile è stata presa e messa a ferro e fuoco. Il massacro è in atto. Julo/Ascanio trema di paura, si nasconde dietro alla gamba destra del padre. Creusa, la dolce moglie è dietro. Sparirà nella mischia. Tornerà come fantasma a rassicurare il suo uomo. Poi c’è lui, Anchise. Il vecchio padre che Enea vorrebbe prendere in spalla. «Su dunque, diletto padre – gli dice il figlio – salimi sul collo: ti sosterrò con le spalle, e il peso non mi sarà grave; dovunque, cadranno le sorti, uno e comune sarà il pericolo, una per ambedue la salvezza». Ma Anchise non vuole, vuole morire nella sua terra. «Partite – risponde – salutandomi al pari d’un corpo sepolto». Si sarebbe dato la morte prima che i Greci/Danai l’avessero raggiunto. Enea non può lasciarlo lì, non tanto e non solo perché si tratta di suo padre, ma perché Anchise il vecchio, Anchise l’anziano è… il futuro. La tradizione che dovrà muoversi in avanti, la saggezza che ispirerà le future mosse degli scampati profughi. Tu sei il nostro futuro!!!

Anchise comprende, accetta. Prende con sé «i sacri arredi e i patrii penati». In una parola: la loro storia. E la nostra?

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato 7 novembre 2020

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