Ad un passo dal cielo, il rifugio Zilioli. Completamente nuovo. Grazie alla Metal Roof

Alzi la mano chi non è mai passato per il rifugio Zilioli? Se facessimo un sondaggio, constateremmo che pochi o nessuno la alzerebbe, perché gli appassionati dei Monti Sibillini hanno incontrato sui loro passi il celebre rifugio. Vi hanno sostato, vi si sono riparati, vi hanno dormito prima di raggiungere la cima del Vettore, o Pizzo del Diavolo, o per raggiungere da sopra il Lago di Pilato. Solo che anni di vandalismi, abbandoni e soprattutto scosse telluriche lo avevano reso mucchio di pietre. Ancora lo scorsa estate si trovava in situazione deprecabile. Cioè: non era più rifugio, solo pietrame al vento. Ma tornateci oggi, andate a vedere cosa è avvenuto nelle prime due settimane di ottobre.

Il rifugio è rinato. Ha una forma particolare. Sembra un’opera di alta architettura posata su un pianoro del grande monte. Solido e incuriosente. Ora, è come se due involucri di color marrone si compenetrassero, anzi, si abbracciassero, dove uno spicca sull’altro quasi a protezione. E si facessero tutt’uno con la montagna. L’opera è stata portata a termine da una azienda di Monte Urano: la Metal Roof di Andrea Smerilli, sotto la direzione di due architetti: Valeriano Vallesi di Ascoli Piceno e Riccardo Giacomelli di Caldonazzo, nel Trentino.

Per una quindicina di giorni una squadra della Metal Roof ha lavorato sodo, dormendo e mangiando sul posto, giusto scendere a valle in alcune giornate di freddo intenso e di forti nevicate. La specialità dell’impresa di Monte Urano, nata nel 2007 ad opera proprio di Andrea Smerilli e dopo la chiusura del calzaturificio paterno, è la realizzazione di coperture e rivestimenti metallici per fabbricati di ogni genere. Nulla è lasciato al caso. Anzi, parlerei di qualcosa di artistico, sempre.

Nel caso dello Zilioli, la Metal Roof ha provveduto a rivestire il legno pieno coibentato e la lana di roccia, usando un alluminio particolare: il VESTIS CORTEX della Mazzonetto SpA, un alluminio che Andrea Smerilli chiama «la pelle». Lo garantiscono per quasi mezzo secolo. 400 le rotazioni, cioè i viaggi dell’elicottero che ha trasportato i materiali in quota.

Al rifugio, che fu costruito nel 1960 dal CAI di Ascoli Piceno in memoria dell’alpinista Tito Zilioli morto poco lontano mentre procedeva all’ascesa, ha dedicato una poesia la mia amica civitanovese Assuntina. Le è venuta di getto, dopo averlo visto. Lei scrive: «Sospeso tra le nuvole, immerso in un paesaggio lunare… ascolto la voce del silenzio… Mille piccoli suoni come invocazioni raggiungono le vette più alte… là, dove il sole ha una luce nucleare, sembrano annunciare la fine… o forse l’inizio di un nuovo mondo. Se mi sporgo rischio di cadere… ma no… ci sono nuvole come bambagia e neve come un santo vello che avvolge… protegge… sostiene… Se Dio esiste è qui… in questo momento è qui. Ha vesti turchine e bianche, e indossa una corona d’oro… ma senza spine». I colori che hanno colpito Assuntina hanno colpito anche i collaboratori della Metal Roof svegliandosi al mattino presto. E Andrea Smerilli li ha immortalati in foto portentose, con albe stupende e ammassi di nuvole a coprire la terra sottostante. E dove lo Zilioli era come se fosse in cielo. Probabilmente lo stesso cielo scalato da Tito.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 8 novembre 2020

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