La cucina delle feste, che torneremo a celebrare

Dai prodotti del campo ai fornelli dei cuochi sino alle tavole di famiglia. Il circuito ci interessa nel suo complesso. Ancora di più se legato a momenti particolari dell’anno. È di queste settimane l’uscita di un bellissimo volume voluto dall’Accademia Italiana di Cucina che, nel Fermano, è presieduta dall’arch. Fabio Torresi. Bellissimo perché ben scritto, ben impaginato, e con stupende immagini. Titolo: “Le festività religiose nella cucina della tradizione regionale. La Quaresima, la Pasqua, il Natale, i Santi Patroni”. È l’ultima produzione che andrà ad arricchire la Biblioteca di Cultura Gastronomica dell’AIC.

Evocare le mense in questo periodo di restrizioni sociali e amicali sembra provocatorio. Ma il virus maledetto passerà e torneremo ad incontrarci intorno ad un tavolo, assaporando cibi della tradizione, onorando con la gastronomia il tempo che va. Scriveva un noto amico giornalista che la gastronomia non è la pietanza (il piatto), ma è tutto quello che vi sta intorno, sopra, sotto, dietro. È una storia, specie di persone. È una condivisione. D’altronde anche la Chiesa nasce a tavola, come ha precisato il cardinal Comastri nell’introduzione al libro.

«Il filo conduttore – spiega Paolo Petroni, Presidente dell’AIC – è dato dall’ordine cronologico delle festività cattoliche all’interno del quale sono raggruppate le preparazioni, le sagre, i festeggiamenti che i diversi territori dedicano ai momenti di condivisione, di fede e di spiritualità». La raccolta di cucine tipiche è molto ampia. Partendo dalla fine e invertendo l’ordine del libro, segnalo per Natale, ormai prossimo, i Mostaccioli di Oristano, la Ciupuggrata e le Scarpedde della Lucania, il Capitone calabro e lo Stocco alla Cittanovese, i Vermicelli con latte di Mandorla del Salento, il Parrozzo di Pescara, la Sfujate teramana, il Capitone marinato laziale, il Baccalà e lo Stoccafisso marchigiano, così come il dolce dal nome strano: lu pistringu, italianizzato nel volume come il pistinco. E via, indietro per regioni e ricorrenze. Impossibile qui censirli tutti. Perché tantissime sono le espressioni delle nostre cucine, grazie all’inventiva di cuochi e donne di casa, e grazie, in modo speciale, alla varietà dei prodotti della nostra terra benedetta. Mangiare non è nutrirsi. Per nutrirsi sarebbe bastato un soli alimento. Mangiare è prima di tutto gustare ciò che il creato ci mette a disposizione, e poi condividere, essere insieme, fare festa. Solo quei popoli che hanno il senso vero della festa e dell’essere in comunione, come i cattolici, hanno saputo creare mille diverse “cucine”, come un inno alla creazione. Non lo scriviamo noi, lo diceva Leo Moulin, storico, sociologo, economista e agnostico.

«La parola Festa – si legge nel libro dell’AIC – si riferisce a un determinato tempo e a un particolare spazio sacro, distinto dal tempo profano, che l’essere umano, in quanto religioso, riferisce a Dio, nel rispetto di se stesso e del suo prossimo, interrompendo la sequenza delle normali attività quotidiane». C’è un tempo della festa e un tempo del lavoro. Lo diceva anche Pasolini. Il consumismo sta travolgendo tutto. Togliendo sapore alle cose. Ma c’è chi resiste e contrattacca. Questo libro ne è un esempio.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Venerdì 13 novembre 2020

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