Terracotta, ceramica, maiolica. Occorrerebbe un PIL del saper fare e saper tramandare

C’era un negozietto una quindicina di anni fa al termine del loggiato ricco di piazza del Popolo a Fermo. E dentro ci operava, ma soprattutto esponeva, una giovane simpatica ed effervescente: Anna Maria Bozzi. Un negozio di oggetti in terracotta. Sui brevi scaffali si allineavano brocche, bicchieri, vasi, contenitori diversi etc. Potevano essere un gadget per turisti e pezzi artistici per amanti di quel genere di prodotto. Prodotto che Anna Maria realizzava con le sue mani, usando terracotta appunto, forno, torni e strumenti vari.

Veniva da Montottone, che è la patria de li coccià. A ridosso delle mura, suo fratello Emanuele continua il lavoro di famiglia in un locale suggestivo e di cui abbiamo già raccontato. Nel loro paese gli artigiani “coccià” erano molti alla fine dell’Ottocento-inizi Novecento. Le cose sono cambiate con lo sviluppo dell’industria, la fatica a reggere la concorrenza dei pezzi in serie e il calar del buon gusto. Qualche ricercatore fa risalire la lavorazione dell’argilla e la conseguente produzione di ceramica e maiolica al 1200. Proprio il XIII secolo vide i pregiati manufatti conquistare le corti europee. E non dimentichiamo che, qualche decennio dopo, per punire Fermo, proprio Montottone divenne sede vescovile. Si sa, che la chiesa è stata committente di opere d’arte e protettrice degli artigiani. A Fermo esiste la “Sala degli Artisti” che secoli fa riuniva la Confraternita degli Artigiani. A Biella è stato scoperto un affresco datato 1300/1400 ribattezzato il “Cristo dei mestieri”. D’altronde, san Giuseppe era un bravissimo ebanista.

«Ad Ascoli Piceno, – scrive un ricercatore – grazie al contributo dei monaci olivetani di Sant’Angelo Magno, a partire dal XV secolo circa, si delineò una distinzione tra l’arte dei “fornaciari”: produttori di utensili, mattoni, vasi o laterizi, e l’arte del decoro della maiolica». Per non far confusione sui termini, proponiamo la distinzione di uno specialista: «Ceramica è il termine generico che indica i manufatti in materiale argilloso, o materiale ceramico, che, a seconda della sua composizione chimica, si suddivide in diversi prodotti: terracotta, terraglia, gres, porcellana… La terracotta o biscotto è una ceramica che dopo la cottura, che avviene a 980° circa, ha il caratteristico colore rossiccio ed è porosa. Può essere rivestita di smalto, che la rende più resistente e non assorbente, adatta a modellare piatti, tazze, vasi, piastrelle decorate, tutti oggetti impermeabili». E la maiolica? «Possiamo dire che tutta la terracotta smaltata e cotta di nuovo si può chiamare maiolica».

Ci rispostiamo ad Ascoli Piceno perché nel 1787, il monaco olivetano Valeriano Malaspina, abate del monastero di Sant’Angelo Magno, viene autorizzato dal pontefice Pio VI «ad installare una fabbrica di maioliche nel suo monastero». Passano tre anni e siamo al tracollo finanziario. E qui entra in scena il conte fermano Francesco Saverio Gigliucci che, insieme al nobile ascolano Giacomo Cappelli, acquista le maioliche del monastero, prendendo in affitto la “Fabbrica”. Se Gigliucci un anno dopo lascia, Cappelli continua ispirandosi ad altre fabbriche italiane e coinvolgendo alcuni ottimi lavoratori come Giorgio Paci di Porto San Giorgio. Quest’ultimo diverrà gestore e direttore dell’azienda che sarà portata avanti dal figlio Luigi. Nasce così la Fabbrica Paci. In chiusura, una parola sulla manifattura F.A.M.A. (Fabbrica Artigiana Maioliche Artistiche), nata negli anni Trenta ad Ascoli Piceno ebbe capacissimi collaboratori. Chiuse la saracinesca nel 1977. Ma i coccià resistono come possono.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì 19 novembre 2020

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