Alberto Andrenacci, sacrista del Duomo di Fermo, oggi saluta. Va in pensione. E noi lo ringraziamo

Tra due ore circa, all’interno della santa messa per la prima domenica di Avvento, il sacrista della Cattedrale di Fermo, Alberto Andrenacci, saluterà i presenti. Alberto – gli sono amico e lo cito per nome – va in pensione dopo 21 anni di attività. Dire: attività è riduttivo. Lui ha amato il Duomo come fosse casa sua. E, allora, voglio ricordalo così.

Sempre in movimento. Chilometri al giorno per la Cattedrale. Lui ne ha avuta e sentita tutta la responsabilità. «Amala come se fosse tua», gli disse l’arcivescovo mons. Gennaro Franceschetti, che gli diede l’incarico su segnalazione di mons. Alfredo Abbondi, a quel tempo economo dell’arcidiocesi. Alberto lo ha fatto sino a stamattina.

Alberto Andrenacci

Sono andato a trovarlo tempo fa in un mattino di pioggia. Stava stendendo qualche euro ad un mendicante. Danaro suo, certamente. «Capita spesso» mi disse. Se fossi arrivato un giorno prima lo avrei colto con una scolaresca cui indicava la perfezione delle volte del Duomo.

La Chiesa madre sorge sul Colle Sabulo, la parte più alta della città. Alberto è stato facile incontrarlo che ramazzava il sagrato invaso dai chicchi di riso dell’ultimo matrimonio. Oppure, spazzava l’infinito pavimento e le navate laterali, oppure lucidava a specchio le suppellettili, toglieva la polvere, prendeva nota dei matrimoni… e sostituiva le lampadine ai tanti lampadari delle navate. «Quante ce ne stanno di lampadine? Circa trecento». Mi raccontava di una specie di gioco con mons. Armando Trasarti, oggi vescovo di Fano, anni fa vicario generale dell’arcidiocesi di Fermo e poi rettore della Cattedrale. Mons.Trasarti arrivava in chiesa e controllava proprio le lampadine scoprendone sempre qualcuna fulminata. Una sfida bonaria con il sacrista spesso soccombente.

E poi? «E poi faccio tutto – spiegava sorridendo – meno che celebrare messa e confessare». Però gli è capitato anche che una bella turista finlandese glielo abbia chiesto. Non l’ha confessata ma ci ha parlato a lungo. Così come parlava con i tanti turisti. Per rispondere alle loro domande s’è preparato in storia e storia dell’arte, specie sul sarcofago romano e sull’icona bizantina.

Di tanto in tanto saliva sulla torre (220 scalini), che è il punto più alto di Fermo. Controllava che tutto fosse in ordine, puliva le scale, verificava che la rete metallica impedisse ai piccioni di penetrare nelle stanze dove «ci viveva una famiglia sino agli anni Quaranta».

Alberto  mi conduceva nell’atrio, che è la parte rimasta medievale. Mi indicava alcune pietre: «Lì c’era un grande soppalco dove a fine Settecento il campanaro Luigi Antonini ricoverava i bambini orfani e senza protezione». Chiesa e Ospitale.

Una cosa buffa? «Quando mons. Franceschetti fece tardissimo! Stava qui con me, aveva una cosa molto importante da sbrigare, doveva arrivare da qualche parte. Bloccò un giovane con lo scooter, si alzò la talare, salì in sella e si fece portare a destinazione».

Un’altra? «Quando don Alfredo Abbondi, nel bel mezzo dei lavori di restauro, dormiva nella sacrestia per presidiare il Duomo, su una poltrona letto messa a disposizione dagli amici. Scomodissima»

Un’altra ancora? «Quella donna dal seno talmente prorompente cui stesi una specie di mantellina che abbiamo fatto preparare per un po’ di decenza in chiesa. Mi guardò male, lei».

Cosa amava di più? «La tovaglia ricamata dalle Benedettine di Fermo (1914-1917) che riproduce una scena della Cavalcata dell’Assunta, l’icona portata da San Giacomo della Marca, e il gruppo marmoreo dell’Assunta». E quasi si commuoveva.

Come oggi si commuoverà, di sicuro, dicendo: Arrivederci!

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