Quest’anno il Natale ci vuole ancora di più. E con esso la Luce che porta

Vicolo Vitelli mi ha proprio colpito. Ogni porta – avevo già scritto – ha di fianco un vaso di piante o di fiori. Una trentina? Grosso modo! Così è diventato un pezzo del mio itinerario tardo-pomeridiano nella circumnavigazione quasi quotidiana attraverso Fermo. Nell’attraversarlo, sabato 21 novembre mi sono accorto che qui il Natale è già iniziato da un po’. In barba ai divieti di cenoni, baci, abbracci, messe contingentate, orari da coprifuoco discrepanti. Niente di questo. Luci, invece. Tante. Piccole, discrete, ma tante. Ad abbracciare i rami, ad attorcinare gli esili tronchi. Lampeggianti o fisse. Quasi un saluto al viandante o, comunque, un atto d’accoglienza in mesi dove l’altro è sentito untore, avversario, forse nemico. Natale, allora ci vuole. E luce, ancora di più. Ma non è solo vicolo Vitelli. Altri ce ne sono a Fermo, così come alcune piazzette discrete dove auto non circolano. Girando di nuovo, e parlando di nuovo con chi ancora per strada si ferma a scambiare due chiacchiere senza troppa paura, vengo a sapere che molte famiglie gli alberi di natale li hanno già allestiti anche all’interno delle proprie abitazioni. Molto prima del solito. Come per un’ansia che nessuno possa rubarci la festa grande.

Una scena del film

E accanto agli alberi addobbati si sta lavorando anche ai presepi. I presepi! Che raccontano la storia più vertiginosa dell’umanità: l’Infinito che entra nel finito in un momento preciso della storia, quando una giovanissima acconsente all’impensabile, e dove gli animali fanno corte al re più povero dell’universo, e dove i poveri pastori – che mai sarebbero invitati ai talk show patinati della D’Urso – sono protagonisti di una Notizia che ha cambiato il mondo.

Lo scorso anno le contrade della Cavalcata dell’Assunta, su spinta dell’amministrazione comunale, allestirono un coraggioso quanto imprevedibile presepe vivente nelle Cisterne romane. 300 persone turnanti raccontarono la Natività e la vita di Betlemme al tempo di Maria e Giuseppe. Fu un successo. Quest’anno il virus impedisce il bis. Ma non la creatività.

Nei miei giri notturni, il Girfalco è punto di svolta: dalla salita per raggiungerlo alla discesa per tornare a casa. L’ho immaginato diverso per Natale. L’ho immaginato costellato di immagini a grandezza d’uomo. Immagini tratte magari dalle foto che il bravo Simone Corazza ha scattato lo scorso anno nelle Cisterne. Sarebbe un borgo palestinese ricostruito nel verde del colle Sabulo, dove la gente potrebbe camminare all’interno seguendo la stella come fecero i re e indovini Magi. Si potrebbe… O lo si potrebbe nel centro storico. Anche perché questo Natale rischia altrimenti di diventare privato, solitario, troppo casalingo, troppo recluso. Natale è l’esatto contrario: è comunità, è incontro, è vivacità condivisa. Se non possibile stavolta, almeno tentata.

C’è un film che amo e ho scoperto da anni: Joyeux Noël, di Cristian Carion. Ne ha parlato anche il direttore Brambilla. C’era la guerra – la prima mondiale -, ci si scannava fuori dalle trincee, si moriva per congelamento all’interno, per i morsi dei topi, per suicidio. Venne Natale, quello del 1914. Si fronteggiavano i nemici. Qualcuno alla Mezzanotte santa intonò una nenia tradizionale. Un’altra lingua rispose dalla trincea opposta. Si levò un canto unico. Qualcuno si alzò dal rifugio. Qualche altro lo fece dalla parte opposta. Chi aveva sigarette le donò al nemico che gli passò un pezzo di cioccolato.

Era Natale. Il Pargolo era nato. Per tutti. Nessuno escluso.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 29 novembre 2020

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