L’altro volto di Lando Siliquini. Il poeta

Doveva restare tra noi! «Per parlarne con gli amici», mi ha detto stendendomi un grazioso volumetto di racconti e poesie. Opere sue. Opere da giovane. Riprese in mano da adulto. Riscoprire la poesia da grandi, contraddice la vulgata che sostiene: la poesia sino a 18 anni, la filosofia sino a 30, i soldi successivamente. Non funziona così. Quantomeno, non per tutti. Anzi, occorrerebbe tornare sempre alla poesia, da adulti. Compiere uno sforzo ciclopico per dare sapore alle cose, chiedersene l’essenza, il significato ultimo. La poesia questo è: schiude l’animo, solleva lo spirito, sostiene la vita. La ancora. Riporta equilibrio. E questo ha fatto Lando. Voi, lettori, lo conoscete magari per la sua professione di medico e specialista in Medicina preventiva, per l’impegno che profuse quando era sindaco di Montefortino, per l’incarico che svolge oggi come presidente del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea, per i libri sulla Sibilla e il dialetto. Ma l’uomo è molto di più.

Terra Mater, titola il libro. E già la copertina è stupenda con i colori intensi – il verde prevale – e l’albero rotondo al centro, dipinto di Alfredo Laviano. Sono esperienze narrative e poetiche «rimaste sonnacchiose nei depositi dello spirito», spiega Siliquini nella presentazione della sua “Andologia giovanile”. La scrive con la d, come a volte ci capita di pronunziare gutturalmente la consonante giusta, per poi aggiungere: «è il contro-titolo scherzoso».

Lando Siliquini

Ma gli scherzi terminano subito e Lando prende il largo con versi densi, che squarciano un altro mondo dentro di noi. Fortunato, dice di essere, perché ha «conosciuto l’acre polvere del fieno e del grano i boschi folti e buoni le conche verdi dei pascoli brucati…». Ha conosciuto il «caldo affetto di cromosomi che hanno vissuto la storia». Non si è, allora, mai soli. Ci fanno compagnia i mille e mille volti passati e presenti, nella ritrovata propria terra, nella ritrovata radice unica. «… e raccontano che sono lì da tant’anni che hanno avuto gioie e dolori che è leggenda che un uomo torni in quei luoghi da tempi lontani». Lo spazio e il tempo si dissolvono. S’intrecciano genti da millenni diversi, unica catena che prosegue la vita. È struggente la poesia Mamma. Quella del bimbo abbracciato, baciato, coperto di lacrime. Quel bimbo che, singhiozzando, la vede «allontanarsi e scomparire…». Per sempre. Credo ci sia molto di autobiografico. E poi i racconti. Quelli ascoltati da piccolo e quelli che echeggiano nelle gole dei monti fatati dove Siliquini abita. E dove si può incontrare un uomo gigante, di notte, distanti da casa, su un percorso innevato che un anziano si sente ancora di affrontare e un giovane moderno no. Dove una stele molto immaginaria, con data evocativa: 1314, anno del rogo del Gran maestro Jacques de Molay, riporta un enigmatico testamento dei Cavalieri Templari. E una indicazione: «Sotto il Sasso la Sibilla, sotto Quella Sossasso, si trova l’ombelico del mondo». Sossasso: frazione esistente… e ombelico. «In questo luogo, che rimarrà segreto fino a mille e più anni, prima di essere ridotti in cenere abbiamo riposto tutti i nostri averi». Siliquini, scatenando la curiosità di cercatori d’oro che nulla troveranno, o forse sì, conclude: «Ma per ora accontentatevi di “vertute” e “cagnoscenza”». Per dirla con l’Alighieri, poeta anch’egli.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 19 dicembre 2020

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