“Sono sola. Ma nella compagnia di chi mi ha amato”. L’incontro con una signora di 89 anni più giovane di tanti

L’ho incontrata per strada in uno dei miei cammini fuori Fermo. Strada di paese. Piccolo paese. Paese solitario. Mura medievali a proteggerlo. Un viale di tigli senza più foglie. Centro storico ormai quasi abbandonato. Di gente in giro non ce n’è. L’ho salutata, come mi insegnarono i miei genitori: “Salutare sempre, anche coloro che non si conoscono, e non mangiare per strada”.

Mascherina io, mascherina lei. Stesso percorso, ad incrociarci. Ma nessuno ha cambiato direzione o s’è spostato dall’altra parte del marciapiede. Ha indugiato nel guardarmi. Io ho rallentato il passo solitamente svelto. Quasi a fermarmi. E poi, a fermarmi sul serio. Anche lei lo ha fatto. Quell’attimo di imbarazzo prima delle parole. Solo un istante. Un istante solo. «Mi ha fatto piacere il suo saluto. – esordisce – E ancora di più, che non abbia cambiato strada. Mi capita a volte. Va un po’ meglio con chi conosco. Ma ormai non c’è più nessuno. Sto andando al cimitero. Ci vado tutti i giorni. Anche con il freddo. Mi copro bene. Lassù c’è mio marito. Sono vedova da 25 anni. E senza figli. Ho però qualche nipote ma che abita lontano». Ha voglia di parlare, si capisce, si vede, si sente. Di raccontare e raccontarsi. Di avere qualcuno che la ascolti. E non sarò certo io a impedirglielo. Noto che l’anziano in genere è più propenso ad aprirsi, al contrario dei contemporanei divenuti monadi, mondi a se stanti.

Alimento la conversazione. Sento tenerezza. Anche perché credo, ad occhio e croce, che l’età sia molto vicina a quella di mia madre che non c’è più. Mi previene. «Ho ottantanove anni». Ben portati, le rispondo. E non è un modo di dire. Basta guardarle gli occhi che brillano spuntando dalla copertura imposta, e la pelle liscia che non sembra proprio di una quasi novantenne.

Le domando dove abiti e cosa faccia. «Una grande casa, qui vicino, ormai tutta e solo per me. L’ho ristrutturata e ci vivo bene. Non ho paura. Perché ogni angolo mi rimanda immagini della mia vita: i miei genitori, i miei fratelli, le grandi feste, i raduni della famiglia allargata». Ma non prova comunque solitudine? «No! Quelle immagini è come se mi parlassero, ed io parlo con loro. Non mi consideri un po’ matta. Parliamo del tempo passato. Ho vissuto una buona vita. Sono grata al buon Dio. Ho amato e sono stata amata da mio marito: un uomo buono, buono nel profondo, sempre positivo, mai un pregiudizio…». E come passa il tempo? «Gli occhi ancora non mi hanno tradita. Posso leggere e faccio soprattutto le parole crociate, magari vicino alla finestra». Ed ora arriva Natale. «Le feste non mi intristiscono. Per il pranzo del 25 arriveranno le nipoti con mariti e figli. Io preparerò i cappelletti in brodo e lu pistringu, come ho sempre fatto. Il giorno precedente andrò in chiesa: chissà a che ora faranno la funzione…». Poi? « Poi, ho una piccola statua di Gesù bambino riposta in un armadio. La prenderò con cura, spegnerò quasi tutte le luci di casa, accenderò una sola candela, la terrò in mano e attraverserò le stanze che s’incatenano le une alle altre e depositerò il bambinello in un angolo della sala dove ho già posizionato la Madonna e San Giuseppe. Sorriderò, pregando per mio marito, la mia gente, e per tutti quelli che conosco. Ora, anche per lei». Quasi quasi l’abbraccio in barba alle norme. Mi viene a mente di paragonarla ad un’isola di antichi ricordi. Come si chiama? Lei ha il nome di un giglio. Buon Natale!

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 20 dicembre 2020

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