I nostri boschi, i nostri parchi. I nomi delle piante. E la Scuola del Creato

Dicono che san Bernardo abbia guidato i cistercensi alla scuola del Creato ricordando sempre loro che «gli alberi e le rocce vi insegneranno cose che non potreste mai imparare sui libri». Gli alberi, la flora! La vita!

Recentemente ho attraversato il Parco della Comunità di Capodarco di Fermo. Una terra di mezzo e un polmone d’ossigeno tra la costa inurbata e cementificata, e i caseggiati del borgo più in alto. Luogo splendido: sette ettari di macchia mediterranea e sub-mediterranea dove sono state piantate circa 1300 essenze vegetali selezionate con la consulenza dell’Università di Camerino e il Corpo Forestale dello Stato. Nelle indicazioni leggo che la macchia mediterranea e sub-mediterranea ha una particolarità che la rende unica nel territorio: non essendo mai stata interessata dallo sfruttamento del legname, ha una struttura di altissima qualità naturalistica che si è “rinaturalizzata” in modo completamente naturale.

Se fossi un insegnante e non avessi limitazioni da Coronavirus, avvalendomi di Nazzareno Polini, laurea in Scienze naturali e passione ecologica da sempre, farei scuola proprio all’interno di questa meraviglia che presenta anche una serie di sentieri suggestivi.

La macchia è un mix di acero, alloro, carpino nero, leccio, e roverella. E laddove il sole batte più forte troveremo caprifoglio mediterraneo, corbezzolo, lentisco, orniello. Vieterei ai miei immaginari studenti di dire o scrivere il generico “alberi”. Un termine che abbraccia tutto un mondo ma non lo penetra. I nomi invece sono essenziali.

Nella “Lettera ad una professoressa” di don Lorenzo Milani e dei suoi alunni, un ragazzo di Barbiana spiega che, mentre la sua prof., dice alberi, lui dice invece ciliegio, pero, pesco. Dare un nome ad una pianta significa farla esistere ancora di più e proteggerla meglio, alla fine.

Seguendo questo filo rosso, sono sceso al “Parco Alex Langer” di Monte Urano e Sant’Elpidio a Mare.

Rileggo di Alessandro su un pannello ancora non deturpato dai vandali. Frequentai Langer negli anni in cui ero responsabile di un settore stampa del Meeting di Rimini. Mi torna in mente il saluto che Adriano Sofri, alla Badia Fiesolana, il 6 luglio del 1995, porse all’amico suicida. «… Alex era uno che conosceva gli alberi e i loro nomi. In certe estati abbiamo attraversato insieme l’Europa, dagli abeti di Vipiteno ai faggi tedeschi, alle betulle e agli ultimi pini della Norvegia». E quando ha scelto di non vivere più, Alex ha scelto di farlo in un uliveto, dove poco vicino si stagliava un albicocco…

C’è un’altra macchia da visitare ma non con gli occhi del turista onnivoro. Con altri occhi. «Anche se la finestra è la stessa – scriveva la grandissima Alda Merini – non tutti vedono le stesse cose. La veduta dipende dallo sguardo». Un altro sguardo occorre. È la selva della Riserva Naturale dell’Abbazia di Fiastra dove a prevalere è il cerro, e poi l’acero campestre e l’orniello e la roverella.

« I miti alberi cominciano a persuaderci a vivere con loro e ad abbandonare la nostra vita di solenni inezie. – ha scritto recentemente Ralph Waldo Emerson – Qui non v’è storia, chiesa o stato che possano frapporsi al cielo divino e all’immortale anno». Esistevano prima di noi, gli alberi. Ci saranno anche dopo. Sono i grandi patriarchi. «I grandi patriarchi del bosco» per concludere con Tiziano Fratus.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 10 gennaio 2021

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