Duomo di Fermo: e se anche quelle pietre cantassero?

Il buio Medio Evo fece cantare le cattedrali, i chiostri, le scultore dei grandi edifici religiosi.

Mi trovo davanti al Duomo di Fermo. È sera, ma prima del coprifuoco. Sono arrivato passando per la via principale: via Mazzini, superando idealmente le antiche porte che consentivano l’ingresso alla Rocca. Solitamente prendo per vicoli. Ma per quasi due giorni le viuzze che si aggrappano al Colle Sabulo si sono colorate di rosso e di divieti di transito a piedi.

La cattedrale di Fermo

Mi ha mosso una curiosità. Ho guardato mille volte la facciata della Chiesa cattedrale di Fermo. L’ho guardata in pieno sole, o di sera come stavolta, o sul nascere del sole quando abitavo nei pressi. Oggi è diverso. Sono stato mosso da una originale richiesta. Mi ha scritto un giovane chiedendomi notizie di quei buchi quadrati sul davanti del Duomo. Ha letto che potrebbero essere note musicali. Non ricorda però la fonte. È persona seria e non vorrebbe scrivere cose a caso. Mi chiede aiuto. Ed io mi sto documentando. Non mi è capitato mai di incrociare un’ipotesi così suggestiva. Così chiedo agli esperti. Mi rispondono trattarsi di buche pontaie fatte intenzionalmente per sostenere le impalcature necessarie alla costruzione. Spiegazione normale. Però non voglio lasciar cadere l’ipotesi. Quei buchi quadrati potrebbero somigliare alle note del gregoriano? Vorrei tanto scorgervi il tetragramma, il rigo musicale composto da quattro linee orizzontali. Scruto dal basso verso l’alto, e poi, inclinando la testa, da sinistra verso destra e al contrario. Il tetagramma non lo percepisco o forse, non riesco a decifrarlo. Il quesito resta. Tornato a casa, metto le mani nella sezione che ospita le opere del troppo dimenticato critico musicale e grande giornalista Piero Buscaroli. Accanto al suo fondamentale libro “La vista, l’udito, la memoria”, riemerge un altro testo letto da adolescente. Si tratta dell’ opera di Marius Schneider, “Pietre che cantano”. Il professore universitario e musicologo tedesco, fra i maggiori del ‘900, aveva avuto una intuizione osservando i chiostri romanici di San Cugat, Gerona e di Ripoll in Catalogna. Annotando «le figure fantastiche effigiate sui capitelli posti ad ornamento delle colonne, assegnando a ciascuno un valore musicale», Schneider lesse «come simboli di note le singole figure, basandosi sulle corrispondenze tramandate dalla tradizione indù, e scoprì infine che la serie corrisponde all’esatta notazione degli inni gregoriani dedicati ai santi di quei chiostri: le pietre cantano, dunque, a saperle leggere, melodie precise». Ho fatto un errore dunque. Ho guardato le buche dimenticando i fregi del portale, le piccole sculture. Torno sui miei passi con il libro al seguito.

«Gli edificatori di chiostri e cattedrali – si legge – riempivano luoghi sacri di mostri che divertivano le plebi, ma che erano un linguaggio, trasmettevano un messaggio ai pochi in grado di comprendere. Bisogna udirle, le cattedrali…» Rappresentavano «l’urlo primordiale, il Verbo creatore, il vagito del cosmo». Nella presentazione del volume, lo scrittore, filosofo e storico delle religioni Elémire Zolla scriveva: «Rari sono i libri che possono cambiare la vita di chi li legge: questo è uno di essi. Chi sappia cavarne tutte le deduzioni, vede in modo nuovo la storia, ascolta altrimenti i suoni della natura e la musica, guarda diversamente le cose. Intanto le guarda con l’orecchio: impara a coglierne il ritmo, la vibrazione essenziale». Non so, ancora, se il Duomo di Fermo abbia quelle note esteriori. Sicuramente le ha nella sua essenza. Però, quando ci recheremo al Girfalco, magari di sera, magari in silenzio, potremo scoprire, per dirla con Zolla, che «uscire dallo spazio che su di noi hanno incurvato secoli e secoli è l’atto più bello che si possa compiere».


Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 7 marzo 2021

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