Educazione sempre, oltre il Covid. Maria Laura Lucci da Bogotà: io resto con voi

Insegnanti oggi, al tempo della pandemia, con studenti poco o mai visti, con volti che s’incorniciano solo sugli schermi delle DAD, su computer freddi. Com’è, come si deve? Come si può insegnare oggi? E, soprattutto, come essere insegnanti comunque, anche fuori ed oltre il Covid?

Un cammino insieme (foto di repertorio)

Credo che ognuno abbia un approccio diverso, un comportamento diverso. Ma com’è quello di una ragazza fermana, sposata, due figli, in Colombia da quasi tredici anni, docente di matematica e fisica di cui la laurea ottenuta a Pisa?

Maria Laura Lucci è professoressa a Bogotà. Anche la Colombia non è stata risparmiata dal virus. Anche là le misure sono state drastiche. Da quest’anno scolastico è passata ad una nuova scuola superiore, ma sempre italiana. Così, è stata costretta a conoscere gli studenti solo grazie al computer. «Infatti, – ha raccontato ad un importante sito italiano – fino a novembre non abbiamo avuto la possibilità di andare a scuola e, anche quando abbiamo iniziato, eravamo in semi-presenza (cinque alunni in classe e quindici collegati da casa)». La fatica, ammette, è stata grande e continua ad esserlo. Però, se lo sguardo è attento alla realtà, qualcosa ogni giorno accade, smuove le coscienze e fa capire di più. Fa capire «che i ragazzi che ho davanti – che non vogliono accendere la telecamera o che passano l’80 per cento del tempo facendo altro – sono come me, vogliono quello che voglio io. E la cosa più interessante è che io ho cominciato a riscoprire le mie esigenze guardandoli, ascoltando le loro lamentele, spiegando gli errori e cercando di rispondere alle loro domande». Quelle più profonde. Ed ecco un passaggio: «Un giorno, in classe, mi ero entusiasmata parlando di Fisica, i ragazzi mi guardavano attoniti, tanto che una ragazza mi ha chiesto: “Ma tu non hai mai pensato di lavorare alla Nasa?”, per dire un posto che sembrerebbe fantastico per una persona appassionata di Fisica». A questo punto Maria Laura si è fermata un attimo, ha riflettuto, e ha riposto: «Sì, magari mi piacerebbe, ma quello che faccio con voi lo faccio così volentieri che in questo momento non penso alla Nasa». Null’altro che attenzione, a quel punto, e domande negli occhi dei ragazzi. In un mondo di solitudini, ma come per noi? «Mi hanno guardata ancora più stupiti. In quel momento ho capito che, se ogni giorno non esco di casa chiedendomi perché faccio questo lavoro, tradisco quegli occhi e quello stupore che almeno una volta ho visto nascere in loro. E questo non lo posso permettere. Le facce dei ragazzi erano stupite perché c’era qualcuno che voleva stare con loro, che non voleva essere da un’altra parte». Ma non basta. «Sempre nella stessa classe, – racconta la nostra insegnante fermana – recentemente sono andati via per motivi personali due professori. I ragazzi erano arrabbiati perché questi insegnanti non avevano detto niente. Hanno solo ricevuto la comunicazione con i nomi dei nuovi docenti. Le loro facce serie dicevano: “E io chi sono? Uno che non vale niente? Uno che non va nemmeno salutato?”. Parole che hanno commosso e smosso Maria Laura che sente anche per sé la necessità di un cammino educativo che la sorregga nella sua umanità e professione. Per questo condivide pienamente quanto scritto da alcuni suoi colleghi al Corriere della Sera: «Senza un’esperienza viva nelle proprie viscere, fino al punto da illuminare gli occhi, come si potrebbe tornare in aula dopo una giornata da cui si è usciti sfiniti e feriti per le ore trascorse davanti a uno schermo con scarsi risultati didattici?».

Già: come si potrebbe? E pure si può. Basta guardare. E stupirsi ancora.

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