I chiostri del silenzio. Il silenzio di san Benedetto, la tenerezza di san Giuseppe

«Solo il silenzio – ha scritto Susanna Tamaro – è capace di generare nuovamente parole ricche di senso, capaci di riattivare il cuore; cuore: parola tanto disprezzata e derisa nella nostra epoca. Il silenzio e la contemplazione della natura».

E lo scrittore e pilota Antoine de Saint-Exupery ripeteva: «Amare vuol dire soprattutto ascoltare in silenzio».

E il silenzio è quello che mi accompagna salendo verso il Girone di Sant’Angelo in Pontano. Il monastero di Santa Maria delle Rose è quasi in sommità. Deserto da oltre tre anni, ha visto le monache benedettine sciamare prima fuori regione, poi tornare e sistemarsi a Passo Sant’Angelo, in un cascinale di proprietà, in mezzo alla campagna.

Suor Sara è la madre badessa. Le consorelle l’hanno scelta appena un mese fa. Ha sostituito suor Elisabetta Fratoni, 82 anni ad aprile, per 23 anni badessa della comunità. Presenza importante e legame tra le suore anziane e le più giovani che hanno rinvigorito il monastero. L’età media, oggi, è di circa 40 anni. Le monache sono dieci di cui quattro novizie. Provengono dalle Marche, Abruzzo, Toscana, Polonia, Austria e Croazia.

Sembra di leggere un passo di Gregorio Magno quando racconta di san Benedetto e della sua capacità di mettere insieme genti diverse dalle culture diverse.

Ora lege et labora, ripete la badessa. La Regula è tutta qui: preghiera, riflessione, lavoro. Immensa e semplice allo stesso modo.

Ma cos’è il silenzio tanto amato, vissuto e raccomandato dal Fondatore?

MonSAngeloadorazione«È l’ascolto di Dio. – spiega la Madre – Ed è l’ascolto delle sorelle. Il contrario del mormorio, delle parole inutili». Quelle parole inutili che San Benedetto condannava e, rifacendosi al Profeta, ricordava: «… veglierò sui miei passi per non peccare con la lingua: tenni a freno la mia bocca, ammutolii, mi umiliai e non parlai nemmeno di cose buone».

«Il silenzio per le monache più grandi è stato più facile acquisirlo. Per noi, più giovani di età e di monastero, è risultato più impegnativo. Siamo tutte in formazione». La Regula però è chiara: «”Non si eviterà il peccato dal molto parlare” e “l’uomo dalle molte parole non cammina dritto sulla terra”».

La storia della comunità è ricca di gemmazioni e di aiuti ad altri monasteri. Otto anni fa, con l’innesto delle giovani, la comunità benedettina santangiolese era arrivata a quaranta monache. Comunità viva, comunità prospera. Capace di dare sostegno ad altri monasteri in difficoltà. Così un drappello di sorelle nel 2013 parte per una fondazione monastica in Olanda, poi trasferitosi nel 2017  a Pienza, in Toscana. Nel 2014, invece, un gruppo va a fortificare il monastero di Ostuni, in Puglia, e nel 2015 stesso aiuto ad una comunità di Barletta. Nel 2019, otto monache si spostano a Cagli.

Il terremoto dell’agosto 2016 porta l’intera comunità di Sant’Angelo in Pontano ad emigrare fuori regione, ospitata nel monastero di San Vincenzo al Volturno, in Molise, dove rimarranno, come nuova fondazione sette sorelle.

MonSAngelocasaPassano solo alcuni mesi – è il 13 gennaio del 2017 – e si torna a casa. O, meglio, ci si stabilisce nel casale di campagna. Sistemazione che si cerca di adeguare al meglio per le necessità quotidiane.

In precedenza, il cascinale era servito come foresteria e accoglienza per i parenti delle monache e per i gruppi in visita.

La giornata della comunità è quella scandita dalla Regula, con i sette momenti di preghiera (poi la riflessione personale e comunitaria, i pasti e il lavoro). Nell’antico monastero hanno lasciato i telai che erano stati ristrutturati e con cui realizzavano tende, guide, asciugamani. Oggi l’impegno manuale resta un punto fermo. Così le monache effettuano lavori di restauro di paramenti sacri, cucito, ricamo, pitture di tessuti, realizzando anche piccoli oggetti di artigianato, come i rosari.

«L’ozio è nemico dell’anima: – si legge nella Regula – perciò i fratelli  in tempi stabiliti  devono attendere al lavoro manuale…». E, in questo lavoro manuale, racconta Madre Sara, c’è anche la cura dell’orto, del giardino, l’allevamento delle galline. Poi ci sono gli incarichi: quello della portineria/accoglienza, dell’infermeria, della lavanderia, della cucina, della biblioteca. E qui un po’ di rammarico: «La gran parte dei libri è rimasta nel vecchio monastero, qui dove abitiamo ora posto non c’è».

Tre container, collocati all’esterno del cascinale, servono ad usi diversi tra cui la dispensa e l’ospitalità. Quest’ultima è molto diminuita a causa del Covid-19. Però l’estate scorsa sono stati ricevuti all’aperto alcuni gruppi di giovani facenti parte del Cammino Neo-catecumenale. La gran parte delle monache infatti viene proprio da quella esperienza di fede. «Sono il frutto di quel cammino» spiega la Madre.

Se gli incontri con persone esterne si sono diradati causa pandemia, i contatti restano comunque frequenti, specie per telefono e mail. «Le richieste di preghiera sono numerose», sottolinea suor Sara. Sono l’indice, oltre che di una preoccupazione per il presente e per il futuro, per una solitudine che sembra la cifra del mondo contemporaneo.

Un aiuto al prossimo le nostre monache continuano a darlo distribuendo alle famiglie povere il pacco alimentare ricevuto dal banco di solidarietà di San Benedetto del Tronto. «Il bisogno è in forte aumento» spiega la badessa.

MonSAngelogiardinoIl monastero si trova in campagna, come detto, in basso rispetto al borgo antico. Una collina impedisce di scorgere le montagne. Per guardare i Sibillini occorre spostarsi più in alto.

Le monache stanno pensando di approntare anche un cammino tra i campi, come possibilità di immersione ulteriore nella natura. Il progetto è in divenire.

Il giorno del dialogo con suor Sara è di mercoledì. E ogni mercoledì è riservato alla preghiera a san Giuseppe, l’uomo del silenzio, l’Ombra del Padre, «il padre della tenerezza e dell’accoglienza». Due statue lo evocavano. Una è rimasta nell’edificio lesionato. La più piccola è stata trasportata nella nuova sistemazione. «Lui ci è caro, la sorelle più anziane gli erano particolarmente devote, – sottolinea la madre – lui ha accolto la volontà di Dio, i piani che non erano i suoi piani».

Tra le sorelle, ci sono laureate in matematica, come la badessa, in antropologia, in sociologia, una laureata in management del turismo… o, fra le sorelle che sono partite per altri monasteri, un avvocato, due ingegneri e una guardia forestale.

E in cucina? «Siamo tutte capaci. L’ex Abbadessa, Madre Elisabetta, ci ha formate inserendoci tutte nei turni di cucina. Data la nostra composizione prepariamo anche piatti stranieri, esotici. Oggi, però è mercoledì: solo un primo piatto». E sempre con l’attenzione al vicino.

«I fratelli si servano a vicenda – è l’invito di san Benedetto – e nessuno sia dispensato dall’ufficio della cucina, se non per malattia o perché occupato in cose molto importanti, perché vi si acquista più grande ricompensa e aumento di carità». Tra le letture durante i pasti, in questo periodo ascoltano le predicazioni di padre Raniero Cantalamessa.

S’è fatto tardi? Madre Sara mi saluta. Guarda l’orologio e dice: «Posso ancora lavorare un po’». E poi pregare. E poi meditare. Si può vivere così!

Sabato, 20 marzo 2021

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