Minori… per modo di dire. Il fermano che tradusse in latino la Divina Commedia. La prima traduzione che fece conoscere il Divin poeta nel mondo

Dante Alighieri non amava il dialetto delle nostre terre. Lo aveva ascoltato dinanzi alle rovine di Urbisaglia e forse, ma questa è solo un’ipotesi, viaggiando fino a Fermo. Però, scriveva il prof. Febo Allevi, «egli non si comporta con il vernacolo marchigiano come con il reggiano, il genovese, il romano, il ferrarese» cui nega ogni possibilità di sviluppo. Il nostro dialetto avrebbe potuto sviluppare in meglio. Ma se il Divin poeta non ama la nostra lingua, ci fu chi, innamorato della Commedia, lo fece conoscere in tutta Europa, specie alle classi dirigenti e intellettuali. E costui fu un vescovo di Fermo. Sto parlando di Giovanni de Bertoldi (Johannes Bertholdus de Serravalle). Nato a Serravalle nel 1350, a sedici anni entra nell’Ordine francescano di cui diverrà più tardi Ministro provinciale per le Marche. Si laurea prima a Pavia e quindi a Bologna. Nel 1410 papa Gregorio XII lo chiama a reggere la vasta diocesi fermana. Un anno prima, essendo grande amico del Malatesta di Rimini, ha l’opportunità di visitare Ravenna e i luoghi danteschi. Ne rimane profondamente colpito. Per lui la Commedia non ha segreti.

Nel 1414, partecipa al Concilio di Costanza dove interviene con una orazione assai eloquente (Caro mea vere est cibus) dove espone alcuni concetti di riforma ecclesiastica. In quella occasione, il cardinale Amedeo di Saluzzo e gli ecclesiastici inglesi Niccolò di Budwich e Roberto Halam lo convincono a tradurre la Divina Commedia in latino, «per diffondere i valori religiosi e morali dell’opera tra i fedeli». Il vescovo di Fermo non ha portato libri al seguito. Ricorrerà alla sua memoria prodigiosa. Così, in soli cinque mesi, da gennaio a maggio del 1416, Giovanni de Bertoldi traduce l’intero poema. Si tratta della prima traduzione in latino, che viene consegnata così all’intero mondo conosciuto. Il latino era come l’inglese odierno, quanto meno tra le classi colte. Non solo, ma da febbraio 1416 a gennaio 1417, completa anche il commento alla Commedia. Un lavoro e un impegno che ha dell’incredibile. E che furono molto apprezzati dai padri conciliari. L’operazione fu ancora più importante perché sdoganò in ambito cattolico il poema dantesco che solo 80 anni prima era vietato nelle scuole per sacerdoti, essendo considerato «veleno mortifero contenuto in una coppa di raffinata fattura».

Personaggio dunque incredibile, il nostro Giovanni, da far uscire dall’oblio di una città che troppo facilmente dimentica il suo passato.

Oggi a ricordarlo è solo una lapida che si trova nel tempio monumentale di San Francesco a Fermo.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 27 marzo 2021

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