I Chiostri del silenzio. Il monastero benedettino di Potenza Picena

La Casa di Dio e la vita in comune

Così scriveva Gregorio Magno di san Benedetto: «… dimorava con se stesso, non si disperdeva nell’attivismo. E anche quando agiva, dimorava con se stesso: era, sì, tutto attivo, ma senza lasciarsi distogliere dal suo centro. Era in pace con il suo nucleo intimo, il suo vero sé. Era in contatto con il mondo intimo della sua anima. Da quel centro diventava attivo».

Nel mondo ma non del mondo. Mi torna la frase del Vangelo di Giovanni guardando il monastero di Potenza Picena, sito nella piazzetta, accanto alle botteghe, nel centro del paese. Un luogo diverso e pure centrale. Le monache sono al servizio di tutti, pronte a ricevere tutti, perché a servizio innanzitutto della propria umanità. Qualcosa di diverso che cresce dentro di sé

Nella piazza ma non della piazza, del paese ma non del paese.

«San Benedetto – hanno scritto le benedettine – definisce il Monastero la casa di Dio. All’interno di questa casa si conduce vita comune, armonizzata tra preghiera e lavoro, lettura spirituale e studio, solitudine e silenzio: caratteristiche fondamentali per chi desidera cercare Dio e non avere nulla di più caro di Cristo. Seguendo la regola di San Benedetto, le monache cercano di vivere nella fedeltà gli insegnamenti del loro Padre, aperte tuttavia alle nuove urgenze che la Chiesa e i segni dei tempi richiamano».

Orto Monastero Benedettine di Santa Caterina in San Sisto a Potenza Picena – Foto Sergio Ceccotti.

Sono cinque le monache che abitano quello che un tempo era Palazzo Marefoschi. A guidarle è Madre Paola, la nuova badessa succeduta alla «Grande Madre Agostina», così le sorelle chiamano la novantanovenne che ha tagliato il traguardo da qualche giorno, e che fu badessa per molti anni ed anche presidente della Federazione dei monasteri benedettini. Ci sono poi suor Giuseppina di 81, suor Marcella, originaria del Congo, di 59, suor Beatrice di 35. C’era anche suor Emmanuella, di 93 anni, chiamata al Padre solo una settimana fa.

Una parte del monastero è inagibile causa terremoto. Ma la piccola comunità ha proseguito negli altri spazi la propria, serena vita: preghiera riflessione lavoro.

Chi è san Benedetto? «È l’eterno attuale, – mi risponde suor Beatrice – colui che ha reso straordinario l’ordinario». In queste parole echeggia il richiamo di san Giovanni Paolo II quando chiese ai cristiani di rendere l’ordinario straordinario e lo straordinario ordinario.

«Cristo è la risposta alle domande del mondo: ieri oggi sempre». Risposta, specie in questa epoca, ad una crisi esistenziale generale che serpeggia in ogni parte della terra. Loro ne sono convinte, ne sono l’esempio. Come un piccolo nucleo di società cambiata che cambia la società o, comunque, irradia una luce diversa. San Benedetto non aveva un progetto da realizzare. Stava, viveva la fede, nulla anteponeva a Cristo, e, proprio per questo, ridiede speranza agli uomini in un mondo in frantumi.

Prima del Covid-19, il monastero di Potenza Picena era molto frequentato. «Una decina di persone al giorno passavano di qua, – raccontano le suore – entravano in parlatorio, si confrontavano con noi». Oggi è diverso: questi incontri ravvicinati non sono permessi dalle normative, ma c’è il telefono, c’è la mail. «Le persone ci chiamano per chiedere preghiere e consigli. Ci sono problemi personali, problemi familiari di cui vogliono parlare». E le monache ricordano nelle loro preghiere quei dolori e quelle fatiche. «Penso – aggiunge suor Beatrice – che vogliano essere ascoltate ma con il cuore, sentire qualcuno vicino, qualcuno con il quale completamente aprirsi. Che ne abbia compassione, nel senso latino: soffrire insieme, cioè, in un certo senso, si faccia carico delle loro sofferenze e le porti ai piedi della croce di Gesù e lì interceda per loro. Nel parlatorio di un Monastero hanno bisogno di poter trovare pace per le loro anime, quella PAX che in un modo o nell’altro trionfa all’ingresso di un Monastero benedettino».

È l’ascolto quello che oggi manca nel mondo. «Ci si sente tutti super uomini, super donne, si corre all’impazzata, si è presi da una super frenesia, siamo immersi in una super comunicazione, poi ci accorgiamo di non conoscere nulla di noi stessi. È come se, in tutto questo frastuono, non volessimo dare ascolto al nostro cuore. Poi, arriva il virus, la pandemia, le morti come qualcosa che costringe a fare i conti con la realtà e con noi stessi».

Nella chiesa del monastero c’è l’altare dedicato a san Giuseppe. Chi è per voi colui che è stato definito l’Ombra del Padre? «È il primo modello da imitare. Colui che non s’è tirato indietro alle richieste del Signore, che ha sempre detto sì, e non in maniera passiva». Le nostre suore arrivano a dire che la Madonna ha obbedito a Dio attraverso san Giuseppe, attraverso una mediazione umana, molto umana. Così come loro obbedendo alla Madre badessa seguono la strada indicata dal Fondatore. Dove l’obbedienza non è qualcosa di imposto, da subire, ma un lasciarsi interrogare e darsi nella mani di un altro per raggiungere un Altro. È difficile? «Non è automatico perché la mediazione umana è rappresentata, a volte, da persone con i loro pregi e difetti».

L’obbedienza è il sommo grado dell’umiltà, si legge nella Regula. Che continua, parlando dei monaci: «È stretta la via che conduce alla vita, e non vivono a loro capriccio, né secondo i desideri e gusti propri, ma, guidati dal giudizio e dal comando altrui, abitano nel cenobio contenti di essere soggetti all’abate». Perché l’esperienza elementare del bello, buono e giusto, che alberga in ogni persona, trova arricchimento: è il guadagno della fede.

«Il silenzio – tornano a spiegarmi – è un grembo fecondo nel quale il Verbo si fa carne».

Il grembo è un ambiente accogliente: è il monastero; ed è fecondo perché fa crescere ed è aperto.

Dalla finestra, nella stanza da dove parlano, si vede il Monte Coriolano, la Collina dei Farfensi, come l’hanno ribattezzata gli storici. Intorno è stato piantato il grano. A giugno/luglio quando le spighe sono ormai mature ed il vento le fa ondeggiare, il mare poco distante e la collina di fronte è come se si unissero in un moto incessante. Il moto della vita.

Nonostante l’età delle consorelle, anche il lavoro resta un punto fermo. Ci sanno fare con l’ago. Rammendano e ricamano disegnando anche sulla seta.

Sul fronte storico, «Le monache benedettine sono presenti a Potenza Picena, l’antica Monte Santo, fin dall’anno 1280». Vivranno in luoghi diversi ma «Solo nel 1887 si offrirà loro la possibilità di acquistare il Palazzo Marefoschi, detto dei Massucci, nella omonima via, oggi intitolata al partigiano Mariano Cutini (l’attuale sede dell’ordine)».

C’è un aspetto, al termine del nostro colloquio, che suor Beatrice vuole ricordare: il rapporto stretto, sin dagli inizi, con i francescani, siano stati essi Conventuali, Osservanti e Cappuccini, che aiutarono i benedettini in difficoltà e con cui stabilirono rapporti di collaborazione.

Sul finale, scopro una cosa simpatica che non posso tacere. Tre delle sei monache presenti sono figlie di bersaglieri. E la stessa suor Beatrice, prima di entrare in monastero, suonava il basso tuba nella fanfara dei fanti piumati jesini. E tutto per la maggior gloria di Dio.

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