Fabrizio Diomedi, il pittore di icone. L’artista del Vero

Opinioni&Commenti. È l’intelligente rubrica proposta on line dalla Pro Loco di Sant’Elpidio a Mare, condotta da Giovanni Martinelli. Prima puntata il 31 marzo scorso. Mi ha fatto scoprire un grande artista di cui sapevo qualcosa ma non la profondità del suo animo e del suo lavoro.

Lui è Fabrizio Diomedi, 45 anni, nativo di Corridonia. È pittore, è iconografo, è innamorato della bellezza con la B maiuscola, il riflesso del Vero, per dirla con Platone. Dipinge icone, che sono una finestra sull’infinito; dipinge il volto di Maria, di Gesù, dei santi. Le realizza completamente a mano, a partire dal disegno, e le dipinge con tempera all’uovo e foglia oro su tavole preparate a gesso e colla, secondo la tecnica medioevale. Non so se, dipingendo o preparando i colori, preghi anche, come fanno i monaci ortodossi del Monte Athos cui si ispira. Ma credo che anche lui lo faccia. «Da bambino – racconta – ero attratto dal disegno, poi l’arte sacra è maturata in me cammin facendo, avvicinandomi alla fede». Si corregge: «Anzi, no: è stata l’arte sacra ad avvicinarmi alla fede».

L’artista

Fabrizio ha lavorato nel Laboratorio Philokalia di Orvieto. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università La Tuscia di Viterbo con tesi su “I polittici bifacciali per gli altari Versum populum”, ha frequentato l’Accademia Internazionale d’Arte Moderna a Civitanova Marche, il corso fondamentale di Iconografia presso il Centro Russia Cristiana a Seriate e i corsi di finto marmo e grisaille a Roma.

Dopo il terremoto del 2016, è rientrato nelle Marche aprendo un laboratorio a Casette d’Ete. L’opera maggiore, dopo il Duomo di Gioia Tauro, l’ha realizzata per il Refettorio del sacro convento dei monaci benedettini di Norcia: un grande crocefisso sulla parete di fondo, un ciclo pittorico con le storie di san Benedetto e immagini dell’antico e nuovo testamento con una simbologia sul cibo. Il sisma ha fatto molti danni. Ora però Fabrizio sta realizzando un’altra grande opera per la chiesa in montagna ristrutturata sempre dai monaci di Norcia. Il lavoro non manca. «Anche perché – dice – mi contento di poco: non ho famiglia, non ho dipendenti». Lui bada ad altro.

«La Bellezza – spiega – è il modo in cui la Verità sigilla sé stessa e si autoproclama. E la Verità ha un volto: quello di Gesù Cristo, “il più bello fra i figli dell’uomo”. Al termine della Creazione Dio vide che ogni cosa era molto buona, ma potremmo anche dire che ogni cosa era molto bella, poiché il greco Kalos designa sia il bello che il buono».

La sua ambizione? «Realizzare un polittico benedettino».

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 8 aprile 2021

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