Minori per modo di dire. “Mia madre aveva gli occhi azzurro cielo”, il primo libro di Maria Letizia Lemme

L’avevo incrociata in uno spettacolino per bambini al Centro educativo per minori Opera don Ricci. Mi aveva colpito l’attenzione che riservava ai piccoli attori e, soprattutto, mi avevano attratto alcuni passaggi del testo da lei composto. Un contenuto semplice nella forma, ma pieno di sostanza nel contenuto. Ora, ho tra le mani il suo primo libro: Mia Madre aveva gli occhi azzurro cielo, edito dalla casa editrice Zefiro Srl. Si tratta del suo esordio nella narrativa. Lei è Maria Letizia Lemme, coniugata, giovane mamma, educatrice professionale. Lavora a Fermo ma risiede con la famiglia a Montegranaro. Laureata in Scienze dell’Educazione ad Urbino come educatrice professionale, ha conseguito anche il diploma di I livello in Educatrice alla Teatralità. Ed ecco spiegato il suo sapersi muovere in questo mondo.

Il libro – 123 pagine, grafica molto lineare – è una storia dura, dove non manca la violenza. Non so quanto ci sia di autobiografico. Scopro, invece, come il filo rosso sia la speranza. Non un sogno utopico. Una speranza, al contrario, che ha carne e sangue presenti, realtà incontrabili, segni indelebili di una comunque positività della vita. Storia di un riscatto? Certamente. Ma non solo. Storia, in specie, dell’avventura umana di Sara abbandonata dal padre, una vita vissuta con la sola madre che s’ammazza di fatica per tirare avanti. E lei, l’invisibile, maniaca della pulizia, quasi novella Cenerentola, bisognosa di abbracci, carezze, amore.

Maria Letizia Lemme

Come sempre la vita riserva sorprese e ti viene incontro. Stavolta è Gabriel, che la invita a vivere e non sopravvivere. L’uomo di cui potrà fidarsi. Quindi è lo scenario struggente dei Monti Sibillini. Emozionante. Che pone domande e richiama a qualcosa o Qualcuno fuori e sopra di noi. C’è chi lo chiama Dio. E Maria Letizia lo chiama così, come un vecchio amico ritrovato con cui da tempo non aveva più rapporti, ma che scorreva in lei come scorre il proprio sangue. E poi c’è la morte, che non va nascosta, negata. È parte della vita. La morte di una persona cara, specie di una madre, porta indicibile sofferenza. E la sofferenza – scriveva Claudel – «è un’aggressione che ci invita alla coscienza».

Non aggiungerò altro. Riprendo invece la parte dei ringraziamenti posti alla fine del libro. «Ringrazio mia madre – scrive Maria Letizia – per la vita, e perché dopo la sua morte ho avuto il coraggio, finalmente, di specchiarmi e guardarmi con gli occhi della verità e non raccontarmi più cazzate».

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 3 luglio 2021

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