7 luglio 1994. Un terribile incidente d’auto a Querciabella di Montegiorgio. Investiti, muoiono entrambi i miei genitori. Il ricordo in questo racconto

La notte era scorsa per nulla tranquilla. Tanti e strani i sogni che l’avevano agitata. D’altronde, la giornata in arrivo avrebbe ricordato troppe cose. E troppo dolorose.

Carlo Maria si vestì in fretta, mise gli abiti più andanti, prese scopa e stracci. Li buttò sul sedile posteriore dell’auto insieme ad aspiratore e ai prodotti per la polvere. Aveva deciso di tornare al paese. Di sistemare l’appartamento dei suoi genitori. Pulirlo, ordinarlo, tenerlo bene. Come se loro fossero ancora in vita. Se n’erano andati invece 27 anni prima. Eppure la mancanza si faceva ancora sentire. Forse, si sarebbe sentita per sempre.

Impiegò poco: 17 chilometri in quasi 17 minuti. Corse. Poteva farlo. Voleva farlo. Era molto presto: nessuno in strada di cui preoccuparsi.

Trovò posto sotto ai tigli, in un viale verdissimo, nei pressi del grande teatro storico.

L’esangue quercia

A quell’ora i parcheggi erano vuoti. E poi anche lì, nel suo vecchio comune di nascita, lo spopolamento si faceva ormai sentire forte.

Il palazzo si trovava sul secondo dei tre colli sui quali sorgeva il paese. Risaliva al 1600. Una mattonella recitava la data esatta: 1628. A guardar bene, l’edificio – non proprio quello – poteva avere qualche secolo di più. Le mura a nord altro non erano che i bastioni del castello medievale.

Carlo Maria prese il mazzo di chiavi che teneva nel cassetto dell’auto. Sempre lì, a portata di mano, eppure molto poco o quasi niente usate.

Piacevole il silenzio della via. Una calma indefinibile. Nessuno e nessuna cosa in giro. Infilò la chiave piccola nella pesante porta di noce. Girò. Rigirò. Spinse. Niente! Era entrato in funzione il braccetto sopra la serratura. Pensò qualche istante. Poi, la soluzione: occorreva operare in contemporanea: chiave piccola nella serratura moderna e chiave grande nel buco vecchio. Due mani, due chiavi e una piccola spallata. 

L’atrio era buio, giusto qualche filo di luce dalle finestre dello scalone e dalle persiane sigillate. Il suo appartamento era a piano terra. Lo avevano abitato i suoi  genitori sino al giorno dell’incidente. I fratelli ne avevano uno a testa, al primo e al secondo piano. Tutti e tre chiusi. Il palazzo era disabitato da tempo.

Ogni gradino, per quello che poté vedere, era ingombro di oggetti. 

Carlo Maria entrò. Polvere su polvere. Sui tavoli, sulle librerie, sullo scrittoio. Il primo atto fu quello di aprire le finestre e dare aria.

Si accorse così che lo studio era allagato. Il temporale del giorno prima aveva vinto la finestra e l’acqua era penetrata nella stanza: due dita sul pavimento, in modo quasi omogeneo. Prese uno straccio, lo pose a terra, assorbì un po’ alla volta l’acqua,  strizzò il panno dall’apertura che dava sul giardino, e ripeté il gesto per cinque sei volte di seguito. Asciugato.

Poi sistemò il bagno con la vasca, la cucina, la camera, come se qualcuno dovesse ancora viverci… O andarci a vivere.

Ebbe anche l’avvertenza di stendere la coperta del letto sul parapetto della porta finestra. L’appartamento era un po’ umido e la coperta pure. Che prendesse aria e sole! Ma non lo fece bene. Perché la coperta cadde di sotto e rimase in bilico sul vecchio filo arrugginito che 60 anni prima teneva un rosario di mughetti che s’arrampicavano sino al terrazzino del primo piano.

Uscì dall’appartamento per scendere in giardino. Doveva passare per le cantine… La porta d’accesso era spalancata. Prima non l’aveva notato. Anzi, era proprio sicuro che fosse, non solo chiusa, addirittura sbarrata da un comodino che serviva proprio a serrarla evitando così che qualche animale risalito da sotto s’infilasse in casa.

Spalancata era anche la porticina a metà scale: un’altra che solitamente veniva bloccata con un bastone posto di traverso. Strano. Come molto strano era che l’ingresso al magazzeno fosse anch’esso spalancato. 

Si pensa subito male, oggi. Si pensa subito ai ladri. Carlo Maria fece gli ultimi gradini di corsa per verificare se il portone che dava sul giardino, sulla parte opposta del palazzo, giù in basso, fosse aperto. Forse qualche malintenzionato era penetrato da lì.

Il portone era invece ben serrato, come sempre, con un doppio catenaccio. Ancora più strano.

Fu allora che Carlo Maria scorse in mezzo al passaggio il trabiccolo che serviva a suo padre per tagliare la legna dell’orto. Non lo aveva notato. Quasi avrebbe giurato che proprio non ci fosse. Lo scansò. Lo rimise al suo posto, dove era stato per tanti anni. Entrò in giardino, prese la coperta, la scrollò dalle foglie, e risalì. A metà scala, volle entrare nel suo magazzeno. Tutto ormai era imbiancato dalla polvere. Bianchi i vecchi mobili, bianchi i libri di scuola, bianco il trenino elettrico con cui molto aveva giocato da bambino. Unico a non essere stato aggredito dal tempo sembrava lo scatolone dei filmini super8 e delle vecchie foto. Prese le bobine, e rivide suo padre armato della cinepresa dal manico lungo, di cui andava molto fiero. Sfogliò gli album e gli sembrò di proiettarsi più di mezzo secolo… indietro. Restò molto a guardare e a ricordare.

Poi, gli venne una gran sete. Risalì in cucina. Fece scorrere l’acqua dalla cannella. Prese uno dei bicchieri dal mobile sopra il lavandino: erano tutti ben allineati, geometrici. Sembravano lavati un attimo prima.

Mentre beveva, lo sguardo andò sul tavolo rettangolare dal piano di marmo, un bel tavolo di noce, consistente. Al centro, perfettamente al centro, c’era uno stampino, grigio dai tanti minuscoli quadrati, con cui sua madre, nelle domeniche di festa grande, faceva i ravioli. Se la rivide lì, alta e sorridente, tirare prima la pannella e poi stendere la sfoglia nel piccolo utensile dai diciotto quadrati dai bordi zigrinati.

Addirittura, Carlo Maria ebbe l’impressione di avvertire il profumo del sugo di carne che bolliva borbottando nella pentola. Sorrise, pensando ai pranzi che non finivano mai e alle tante chiacchiere intorno alle tovaglie dagli orli ben ricamati.

Gli venne un gran voglia… 

Nel baule appoggiato ad un lato della sala/studio erano conservate le lettere dei suoi genitori, quelle scritte nel tempo del fidanzamento e dei primi anni di matrimonio. Non le aveva mai lette, per discrezione, per rispetto. Quel giorno lo fece. Aprì piano piano le buste. Tirò fuori con cura la carta ingiallita. La stese sul piano della scrivania e laddove le parole si facevano più intime saltava le righe… Lesse e rilesse, di promesse e di attese, di storie belle e di momenti non proprio piacevoli. Lesse e rilesse, senza accorgersi dello scivolare del tempo. Non aveva pranzato. Poco male:  era sazio di altro, in quel luogo pieno di immagini.

Ma che ora s’era fatta? Abbassò lo sguardo verso l’orologio al polso. Ma non ce ne fu bisogno. Il pendolo appeso alla parete di fronte al baule non funzionava da troppo tempo. Lo avevano esaminato diversi orologiai: il meccanismo era compromesso! Nulla da fare per la sua voce.

Quel giorno invece suonò. E rintoccò le 14 e 30. Come allora.

L’ora dello scontro e della morte.

2 risposte a "7 luglio 1994. Un terribile incidente d’auto a Querciabella di Montegiorgio. Investiti, muoiono entrambi i miei genitori. Il ricordo in questo racconto"

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  1. 7 luglio 1994, scendo dall’auto di rientro da Bormio e la notizia che mi sbattono in faccia è: “E’ successa una disgrazia…Mario e Antonietta hanno avuto un incidente”.
    Quando nella frase c’è la parola disgrazia sai subito a cosa si riferiscono e per fortuna che il Padreterno in quei momenti ci stacca la spina della ragione e ci fa pensare cose diverse.
    Una corsa all’ospedale del paese che in quegli anni era ancora in funzione e all’ingresso i miei amici: i brividi della realtà, un abbraccio, le lacrime che scendono.
    Mario e Antonietta sempre insieme, sorridenti, severi, precisi, onesti e disponibili, la partita a scopone scientifico, il camper, il panettone a ferragosto, sono stati per me e per tanti altri che frequentavano casa Leoni, una straordinaria e bellissima seconda famiglia,
    Ancora oggi, a 27 anni di distanza entro volentieri nella cappellina di famiglia e condisco una breve preghiera con un sorriso in risposta a quello che hanno nella foto, insieme.

  2. Tra le righe di questo splendido scritto, emerge chiaramente quel turbinio di ricordi ed emozioni che, nonostante i 27 anni passati, è ancora lì poco sotto la superficie. Nei lunghi secoli passati a vegliare sulla vita e sui destini di generazioni di uomini della Terra di Marca, l’imponente Querciabella nella sua posizione privilegiata, a pochi passi da un incrocio, è la perfetta metafora di quello che è il crocicchio della vita di tutti noi. Un crocicchio dal quale è destino che passino fatti e ricordi meravigliosi che, a volte, si intrecciano anche con quelli che appartengono al vortice del dolore.

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