La Farina che ricorda i dolci tipici delle feste. La Tesi di Diana

Terra, alimenti, gastronomia. E poi tradizione, rito, festa. Ci ritrovo tutto nella tesi di laurea di Diana Farina. Lei è giovane, monterubbianese, ha studiato a Macerata dove si è laureata in Conservazione e gestione dei Beni culturali. Il suo lavoro porta come titolo: I dolci della festa nel Piceno. Ricerca antropologica tra la valle del fiume Ete vivo e dell’Aso.

Come evidenzia il titolo, la sua è stata una ricerca antropologica condotta sul campo. Che significa aver visitato, ascoltato, visto, provato e anche gustato i dolci della nostra tradizione.

Diana Farina

Delle persone incontrate, la stragrande maggioranza sono state donne, un solo uomo. Età media sui 75 anni. Diana si è mossa da Monterubbiano a Fermo, da Monte Urano a Santa Vittoria in Matenano, da Petritoli a Force. Dove non è potuta arrivare di persona lo ha fatto tramite telefono.

Nella maggior parte dei casi ha partecipato, nelle diverse cucine, alla preparazione dei dolci. Come, ad esempio, le panette che vengono realizzate per la festa di sant’Antonio abate. Ovviamente, la concentrazione dei dolci casalinghi si ha nel periodo di Carnevale. E così la nostra Diana ha visto friggere frappe, frittelle e castagnole, e venir su anche la cicerchiata.

Nonna Teresina

Passando ad altra festa, «i dolci di Natale – racconta – sono realizzati soprattutto con la frutta secca raccolta in estate». Fa l’esempio della pizza di fichi e della sua derivazione: lu fristingu che, a seconda dei paesi, cambia nome: pistringu, frustingu, e via vernacolando.

Un aspetto tiene a sottolineare: il rito del cibo per le festività ha origini pre-cristiane, addirittura si parlava di orgia alimentare, era legato ai cicli della terra, del sole, del raccolto, era un gesto scaramantico, «serviva a scongiurare la carestia, a tenere lontana la miseria».

La cicerchiata di casa

«Il cibo rivela la nostra identità, porta con sé il concetto del ritorno a casa, della mensa, ricorda la storia delle nostre famiglie».

Nella tesi di laurea ha trasfuso la passione per l’antropologia e, in specie, per la cucina. Sono state le nonne Nelida e Teresina a passarle l’amore per i dolci tipici.

Le chiedo cosa l’abbia colpita particolarmente della sua ricerca. «L’accoglienza ricevuta da parte delle signore» risponde. Rilancio, traducendo quel signore in vergare. «Sì sì: vergare». E poi? «L’entusiasmo che avevano nel comunicarmi le ricette e nel raccontare le storie che c’erano dietro».

Li hai provati tutti i dolci? Sorride. Capisco che l’ha fatto. D’altronde doveva… verificarli.

Venerdì, 17 settembre 2021

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