Un’altra scuola ci vorrebbe. Confessioni di un’insegnante delusa

La chiameremo Gianna. È una docente di scuola secondaria di primo grado. È giovane ma già con diversi anni di insegnamento alle spalle, nel Fermano. E si sfoga perché non ne può più. «Così non va!», parla della scuola ma non della sua in particolare. Del sistema. «Si è fatto e si fa un gran discutere della DAD, dei tamponi, dei certificati… ed è giusto: occorre sicurezza. Ma dell’insegnamento, delle materie, dei ragazzi che non sono solo contenitori da riempiere, ne vogliamo discutere?». Discutiamone. «Allora iniziamo dai nuovi dei: i progetti, non avrai altro dio. I docenti sono chiamati a stilarli inventandosi ogni anno titoli sempre più originali ma che alla fine prevedono gli stessi classici contenuti. Così facendo si toglie spazio alla vera ed effettiva didattica. Quella fatta sui libri quella realizzata facendo lettura e comprensione del testo». E poi… «Poi: il voto. Genitori e figli ne hanno l’assillo. L’importante è sapere quanto hanno preso alla fine di una verifica orale o scritta; non è il piacere di aver appreso qualcosa; la comunicazione tempestiva nel registro elettronico (bellissimo strumento con tantissime possibilità) che se usato male può ritorcersi contro i docenti stessi. Solo da quest’anno l’adozione del giudizio alla scuola primaria ha fatto sì che si tornasse a dare importanza ai contenuti piuttosto che alla votazione».

Non basta: «Tutti sono diventati competenti di tutto quindi si vedono schiere di genitori che contestano l’operato dell’insegnante e contestano la votazione. Sono poche le famiglie che guardano all’educazione in senso globale piuttosto che alla valutazione numerica». Altro punto: il politicamente corretto a scuola. «Si vedono sempre di più ragazzini di famiglie allargate o disgregate. Non è più possibile parlare di padre e madre, si deve evitare accuratamente la parola famiglia, si deve evitare accuratamente di parlare della qualità dei rapporti umani e del valore della famiglia stessa». Storia e geografia? «La geografia non si studia più ricalcando le classiche cartine, è consigliabile non favorire l’apprendimento mnemonico di regioni, capoluoghi, fiumi, confini. La storia, Dio mio, è la grande assente… L’educazione civica invece la grande presente senza saper bene però che fare». I colleghi? «C’è chi se ne frega, chi attende solo la pensione, chi non s’arrende». Gianna è della terza specie: vuol bene ai ragazzi che «sono fiaccole da accendere».

Adolfo Leoni, Mercoledì, 6 ottobre 2021

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