La strada verso il Santuario. Santa Maria a Mare da rivalutare

Ore 6,00. È giovedì 4 novembre. Ho un quasi voto da sciogliere e una camminata da fare. Il meteo, consultato la sera prima, ha dato tempo discreto. Vado. Fa freddo ed è buio. Inizia un vento leggero che si rafforzerà più tardi.

La meta è il santuario di Santa Maria a Mare, zona costiera di Fermo. Passo accanto al vecchio Istituto Magistrale Bambin Gesù. Quante maestre (anche qualche maestro) ha sfornato nella sua lunga attività! Gestito dalle suore, era la sosta preferita dai noi contestatori del 1969. Passavamo lì accanto: la marea di studenti si fermava, partivano gli slogan. Il momento era unitario. Non c’era ancora la spaccatura tra extra sinistra, sinistra organica al PCI, anarchici, destra, extradestra. Si stava assieme, un movimento di popolo giovane. Il vecchio mondo appariva ingessato, formale, ipocrita, stantio, paternalista. Poi, le divisioni, anche violente. Molto violente. E, alla fine, la vittoria di un nuovo potere che tirava le redini, come ben scrisse Pier Paolo Pasolini.

Il retro del santuario

Scendo per la strada Castiglionese. Ancora pochissime auto. In altre ore la via è pericolosa. Inizia un baluginio di luci sull’Adriatico. Il sole sta rivivendo pian piano, come compresso tra la scia di nuvole ed il mare. I campi sono brinati. Quelli più in basso hanno uno strato bianco come neve leggera.

Mi fanno compagnia i cani. Supero la caserma dei Vigili del Fuoco. È nuova, è gradevole. Dei pompieri mi fido. Una simpatia che ha origini da bambino. Sono belle le ville immerse nel verde. Imposte chiuse. Dentro si dorme ancora. Tengo strettamente la sinistra per avvistare macchine anzitempo. Per i pedoni non c’è storia! A destra, il crinale che arriva sino a Monterubbiano e sembra poi interrompersi. Ver sacrum, penso, Primavera sacra, l’esodo dei giovani sabini non bamboccioni verso i nostri lidi al seguito di un picchio. Nel comune della mia amica sindaco (non se la prende per il maschile, ma sindaca è un’offesa alla dolce lingua italiana) Mery Marziali ancora ricordano quei fatti con Sciò la pica. All’altezza di una piccola chiesa dal portone murato, si apre la strada che porta a Monte Cacciù e al rigoglioso parco della Steat. La supero.

Mi viene in mente che ogni sabato, in primavera, questo era l’itinerario del beato Antonio Grassi che, al primo scorgere del Santuario, recitava l’Ave Maris Stella. Una volta un fulmine lo colpì. Abiti bruciati e lui indenne. Miracolo? Di miracoli si parlò anche in altre occasioni. Ne scrisse anche quell’anticlericale di Antonio Emiliani nel libro I Francesi nelle Marche. Raccontando della battaglia di Torre di Palma, descrisse i fenomeni accaduti nel 1600 davanti e intorno alla chiesa: folle notturne di evanescenti biancovestitie globi luminosi sulle acque. Da storico serio e distaccato cercò documenti e testimonianze.

Santa Maria a Mare di Fermo

Sono le 7,20. Il traffico s’è fatto intenso. Ho schivato diverse auto. Si susseguono gli autobus degli studenti. Sono quasi arrivato. Supero il cimitero di Porto San Giorgio e rifletto sul Milite ignoto. Esattamente cento anni fa, il suo feretro giungeva a Roma, all’Altare della Patria. Ricordava i caduti della Grande Guerra. Qualcuno la definì la “Quarta guerra d’Indipendenza”; qualche altro “L’Inutile strage”. Quasi settecentomila i morti italiani. Una preghiera per tutti. Altre ne faccio all’interno del Santuario dedicato a Maria e a sua madre Anna. Santuario, un tempo, frequentato da partorienti e naviganti. Il quasi voto è sciolto, la camminata è stata bella.

Adolfo Leoni, Domenica 7 novembre 2021

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