Il Palio di Fabrizio Emiliani.

La dialettica è quella dell’uomo colto, intelligente, garbato. A 90 anni, l’avvocato Fabrizio Emiliani resta un gigante. Il suo intervento al Teatro dell’Aquila per la Cavalcata dell’Assunta, l’otto dicembre scorso, ha affascinato.

In poche battute ha ricostruito l’avvio di quello che nel 1982 veniva definito Palio, che propendeva per la corsa dei cavalli. Onesto intellettualmente, il sindaco di allora ha voluto celebrare Abramo Mori, il suscitatore, l’ispiratore dell’iniziativa. Senza costumi, senza colori, senza una dimensione storica comunitaria, avevano entrambi capito che il Palio poteva essere una carta da giocare per ricomporre la città frammentata, e vuota e «deserta» il 15 di agosto.

Allora, il gruppetto cui si era allargato a Renzo del Gobbo, segretario comunale, Silvio Dionea per l’aggancio a Campiglione, e al maresciallo Tamburelli che «voleva portare a Fermo un po’ della sua Siena», iniziò il lavoro. Era maggio 1982. I tempi stringevano per la Festa dell’Assunta. Si cominciò, racconta Emiliani, con una serie di incontri nei quartieri. Il PCI che sosteneva la giunta di centro-sinistra capì che l’iniziativa coinvolgeva il popolo. E ci stette. Non solo: delegò Carlo Concetti, vice sindaco, e divenuto poi presidente del Palio, a lavorare strettamente con Emiliani.

L’avvocato Fabrizio Emiliani

Ma occorreva una scossa. Un’immagine plastica di quel che si sarebbe potuto fare. Emiliani conosceva un collega diventato sindaco di Ascoli Piceno, l’avvocato Cataldi. Lo contattò e ai primi di agosto una forte delegazioni della Quintana sfilò da via Mazzini a piazza del Popolo, girando due volte dinanzi al palco su cui, con tanto di fascia tricolore, avevano preso posto, tra gli altri, il sindaco di Ascoli Piceno, quello di Fermo, il Presidente del Tribunale Gualberto Vitali Rosati. Le dame ascolane, tra musici e alfieri, conquistarono il pubblico. Se loro sì, perché noi no? Già. «Per cui la Quintana – spiega Emiliani – fece da madrina al nostro Palio». Ma servì anche ad altro. A stipulare una ideale pace tra le due città secolarmente in guerra.

La barca acquistata dall’avv. Emiliani e restaurata dalla contrada Torre di Palme

Una mano la diede anche l’architetto Carlo Mancinelli che, se pur ben sapendo che le Contrade non avevano colori, s’ingegno perché se ne trovassero ispirandosi agli stemmi dipinti alle pareti dell’ex Palazzo Apostolico. Emiliani ricorda ancora che, per dare sempre più unità a Fermo, alle sei contrade storiche se ne aggiunsero quattro foranee. «Torre di Palme, sulle prime, fu ostica. Poi comprese».

Anche l’allora arcivescovo, mons. Cleto Bellucci, sulle prime guardò con riserva all’iniziativa. Quando poi, il 15 di agosto vide una marea di gente entrare in Cattedrale, si ricredette, «diventando dolce e partecipe».

E i costumi? «Quasi estorti a una azienda di Corridonia. Ne prendemmo diversi della Contesa del Secchio di Sant’Elpidio a Mare, con i loro stemmi. Non ce la perdonarono per anni».

Infine, un fatto personale che non vorrebbe che si pubblicasse. Ma lo faccio ugualmente perché indicativo del tipo umano. La tovaglia ricamata dalle monache benedettine riporta una barca sospinta da alcuni pescatori. Emiliani, che era Presidente della Lega navale, chiese a un amico dove poterne acquistare una. Un vecchio pescatore la possedeva. Emiliani la comperò per 200 mila lire. Quattrini propri. E la donò a Torre di Palme. Così è l’uomo! E fu Palio. Ed è Cavalcata!

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 16 dicembre 2021

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