Provincia sì, Provincia no. Provincia ni. Ma a che serve?

I simboli sono importanti. Ci si riconosce in essi. Esprimono identità.

Mi è capitato di commentare insieme ad un gruppetto di adolescenti una foto di qualche giorno fa.

Si tagliava il nastro al ponte rifatto sull’Aso. C’erano sindaci con fascia tricolore, consiglieri regionali, e i due presidenti di provincia: Michele Ortenzi per il Fermano e Sergio Loggi per l’Ascolano-Sambenedettese. Indossavano, questi ultimi, la fascia azzurra con gli stemmi della Repubblica e delle rispettive province. La domanda dei ragazzi è stata: «Capiamo il tricolore, che è la nostra bandiera, ma perché l’azzurro?». Hai voglia a dir loro che fu la bandiera del blu Savoia alzata sulla nave ammiraglia dal conte Amedeo partito per una crociata nel 1366. Sentono la spiegazione troppo distante dall’oggi.

La festa per la Provincia

Qualcuno inserisce il concetto di Europa: blu Europa, come la bandiera della UE. Ma l’accostamento Provincia-Europa non convince. Perché non convince più la Provincia, con i suoi poteri monchi, residuali, giusto strade e scuole. Che non è poco ma neppure quel che si volle a suo tempo. La legge di riforma è rimasta a metà strada: le province non sono state annullate, neppure potenziate. Galleggiano. E per molti lo fanno inutilmente. Anche la maggioranza dei giovani è d’accordo. Una passeggiata nell’edificio che le ospita sarebbe molto esplicativa, con quell’aria dimessa che aleggia su corridoi ed uffici.

Ricordo, invece, i tempi della grande battaglia per la provincia di Fermo. Le relazioni di Giuseppe de Rita e, più succinta, quella del sottoscritto al Ministero dell’Interno, i leghisti favorevoli facenti fiamme e fuoco nelle aule parlamentari, il sindaco Saturnino di Ruscio con megafono lungo la Nazionale, Abramo Mori e Luigi Vitali, il parlamentare Fabrizio Cesetti deambulante tra i suoi per convincerli dopo essersene convinto lui stesso, l’attivismo dell’arcivescovo Gennaro Franceschetti tra Pier Ferdinando Casini e Carlo Giovanardi, il pranzo presso il Collegio Capranica di Roma con un Andreotti da persuadere, etc. etc. Racconto tutto questo al mio drappello. «Ed ora?» chiedono. «Ora vivacchiamo», la risposta. Con una speranza, però: che Ortenzi, al di là di buche, toppe, asfalti, nuove costruzioni e nuovi interventi sugli edifici scolastici, assuma quel physique du rôle capace, interpretando e stiracchiando al massimo ruoli e regolamenti, di creare unità in un’area che non sta navigando nell’oro e che sembra incapace di reazioni. Da solo gli sarà impossibile. Con gli altri sindaci verrà più facile. Ma c’è lo scoglio delle divisioni non solo politiche. Con quello di Fermo, Paolo Calcinaro, un accordo già c’è stato, per il voto. Quando la storia aiuterebbe: il primo drappo per la Cavalcata dell’Assunta fu portato a Fermo dalla Terra Amica di Santa Maria in Georgio.

Il Presidente uscente Sergio Mattarella ha salutato gli italiani invitandoli alla concordia. Occorrerebbe dappertutto. Si potrebbe allora iniziare anche da qua, da quella che un tempo era la Terra Felix. Ma dirlo è facile…

Adolfo Leoni, mercoledì 5 gennaio 2022

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