Essere imprenditori. Da Olivetti a Zama. La fabbrica per la comunità

Qualche tempo fa, un ricercatore della Politecnica delle Marche, avvertì come la nostra provincia, ma la regione tutta, stesse scendendo nella graduatoria economica, abbandonando la locomotiva del nord-est, per assumere i connotati di una economia sempre più meridionalista se non addirittura oltre questa.

C’era un altro aspetto che colpì la platea fatta di piccoli e medi imprenditori. Nel Fermano esistevano ed esistono, disse il ricercatore, diverse eccellenze che, nonostante la crisi, tengono ancora bene il mercato e hanno prospettive di nuovo sviluppo. Con una tendenza però: quella di agire sempre più in proprio, chiusi in sé, tenendo sempre meno in considerazione il territorio e le comunità dove operano, e avvertendo le istituzioni, vicine e lontane, più come un fardello o un peso, più che come una opportunità di servizio.

Ripenso a quella lezione mentre, fermo in auto dinanzi alla chiesa di Campiglione di Fermo, leggo la targa che porta la scritta Piazzale Francesco Zama. L’ing. Francesco Zama! Un personaggio che non andrebbe dimenticato. Dirigente e amministratore dello zuccherificio SADAM, consigliere comunale a Fermo, parlamentare della Repubblica italiana. Zama aveva un’anima sociale molto spiccata, che non contraddiceva con la necessità di buona direzione aziendale e risultato economico. Anzi. Faceva parte di quella schiera allevata alla sorgente della Dottrina sociale della Chiesa. Laboriosa, capace di sacrifici, con un forte senso di comunità. E con il concetto forte che il lavoro è la stoffa delle persone, per cui il lavoro andava creato per tutti.

L‘ing. Zama con l’arcivescovo Franceschetti e il parroco don Luigi Traini

Per capire questa compagnia di imprenditori sociali, dovremmo rileggere alcune dichiarazioni di Adriano Olivetti. «La fabbrica – scriveva l’imprenditore di Ivrea – non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica». E aggiungeva che esistono forze creatrici che possono indicare il cammino della civiltà: la cultura, la bellezza, la verità e la giustizia.

Adriano Olivetti

Il sogno di un sognatore utopico? Risponde lui stesso: «Spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande».

Riacquisire questa consapevolezza ridarà vigore alla Terra di Marca intesa nella sua essenza comunitaria. In Zama l’abbiamo visto.

Adolfo Leoni, Giovedì, 3 febbraio 2022

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