Ponzano di Fermo. Dal Castello alla chiesa di San Marco

“I giorni de La Merla sono i più freddi dell’inverno, ma sono sulla strada della primavera”. Recita così un adagio popolare. Qualcosa però dovrà cambiare. Perché proprio questi giorni sono stati meno freddi e con un gradevole sole che ha invitato ad uscire. E, magari, a visitare la chiesa di San Marco di Ponzano di Fermo. Prima di arrivarci, sarà bene salire al Castello. Originale l’entrata. Fatela con passo lento, immaginando altre età, altri costumi, altri volti. Affacciatevi dagli archi che aprono la vista sui paesi di fronte dove spiccano impettiti i campanili e le torri dei paesi intorno. Spostando lo sguardo poco più oltre si avvista l’antica Sanctae Mariae Matris Domini. Fu il primo nome della minuscola chiesa divenuta molto più tardi San Marco.

Il campanile, eretto come un fuso in mezzo all’edificio sacro, è privo di campane. Le hanno tolte dopo il terremoto. E la stessa torre è imbrigliata ai quattro spigoli, così come il portale e la porta minore hanno sostegni in legno che ne impediscono qualche crollo. Ingresso sbarrato dunque e visita all’interno preclusa. In Comune dicono che i lavori di restauro inizieranno a breve.

Ma raggiungiamo ora il piccolo tempio, 500 metri più avanti del centro storico.

La Chiesa di San Marco

San Marco è stupenda. Giratela per ogni lato, e il fascino aumenterà. Suggestiva la torre/campanile. Da lì partiva il richiamo alle ore canoniche, tempo sempre replicantesi, e da lì partiva, ugualmente, l’eventuale allarme per incendi, invasioni, pericoli, e, immaginiamo, pure per nascite, feste, incontri. Voce comunitaria, precedente ai messenger e whatsapp. Attorno è stato creato un gradevole spazio verde. Lo cammino su di un prato di muschio. Davanti e di lato, posti geometricamente come gendarmi, alberi di ulivo fanno compagnia alla chiesa silente. A terra olive mai colte.

Tra un passaggio e l’altro di auto, si creano attimi di perfetto silenzio, interrotti solo dai versi di uccelli diversi e, soprattutto, dalla voce di qualche bambino sull’aia. Finalmente i bambini!

Anche qui i monaci benedettini farfensi, giunti da Santa Vittoria in Matenano, dispiegarono i loro servizi: religiosi, sociali, economici, culturali. Ora et Labora et Lege et Noli contristari. Prega lavora leggi e non ti rattristare.

Prima loro operazione fu dar vita ad una piccola azienda agraria, la curtis, l’antica villa dei romani, che non era sfarzo di ricche costruzioni, ma impresa agricola con i suoi annessi.

Ci sono cartelli gialli nei pressi. Indicano sentieri per Monte Giberto, Grottazzolina, Capparuccia… Trascurati oggi, riprenderanno sicuramente vita con e dopo la pandemia.

È questa l’area dove si svolgeva la grande fiera di San Marco, dieci giorni senza gabelle, tra aprile e maggio. La volle un Papa (Paolo III), la vollero i governanti del Comune, l’attendevano quanti vivevano in queste contrade. Giornate di scambi e di acquisti.

Terra di incontri, di passaggio e quindi anche luogo di accoglienza e di riposo.

Il troppo dimenticato Pompilio Bonvicini, studioso di romanità e centuriazioni, occhio attento al reticolo delle strade dei Romani, scrisse che la chiesa era stata costruita «all’incrocio del terzo decumano sinistro col dodicesimo cardine anteriore». Aggiungerei che sorse in luogo di un’edicola pagana.

Per chiudere, ricordo che ne fu pievano, nominato dal papa agli inizi del 1500, quel vescovo-condottiero, Niccolò Bonafede da Monte San Giusto e vescovo di Chiusi, che sconfisse Ludovico Euffreducci lungo la Piana del Tenna e che, al nemico debellato e morente, pose un pizzico di terra sulle labbra. Perché gli fosse leggera quella terra e perché il buon Dio lo ricevesse nella misericordia infinita.

Adolfo Leoni, Domenica 6 febbraio 2022

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