Fermo. Colle Vissiano: un Parco della storia… dimenticata

Fermo. Colle Vissiano. Colle gemello al Colle Sabulo. Zona Tirassegno. Contrada San Bartolomeo. A due passi dal Seminario arcivescovile. Qualche anziano residente parla ancora d’una origine vulcanica del luogo. Il nome viene dal martirio di santa Vissia. Un altro martire, sant’Alessandro, dà il nome alla zona e al piccolo tempio più sotto.

Il Duomo di Fermo visto dalla spianata del Colle Vissiano

Ho sempre pensato che la sommità potesse ricoprirsi di verde e trasformarsi in un grande parco dalla vista incredibile.

Il terreno oggi è recintato. Sono in corso lavori per l’ammodernamento del serbatoio idrico. C’è una sbarra che, poco vicino all’enorme ripetitore tv e telefonico, blocca l’ingresso delle auto, e una rete metallica che ha la stessa funzione per i curiosi. Passo ugualmente sporgendomi sulla scarpata.

Va chiarito che la strada di accesso alla sommità del colle Vissiano è di stretta natura privata, come indica chiaramente un cartello visibile presso l’incrocio all’inizio della salita. Per cui è interdetta al traffico veicolare e ne è vietato l’accesso al pubblico già “a valle”. L’accesso è invece consentito solo ai comproprietari, ai cosiddetti “frontalieri”, e ai titolari di una specifica servitù di passaggio (consorzio idrico, ecc.) e ai privati proprietari del terreno sulla sommità del colle stesso .   

 Dallo stradello, si scorge solo una minima porzione della città di Fermo, forse la più bella: il Girfalco, il suo verde, la sua Cattedrale. Mi muovo in avanti verso una grande croce eretta qualche decennio fa. Non so se ancora, nelle stagioni calde, si faccia il pellegrinaggio fin quassù.

Sotto questa terra si trovano i resti di una abbazia, un convento, una fortezza

La croce racconta la devozione popolare per i santi martiri della persecuzione di Decio, ma indica, forse inconsapevolmente, anche qualcosa d’altro. Sorgeva su questa spianata l’antichissima e potente abbazia benedettina dedicata a san Savino. Una delle prime nelle Marche. Dodici monaci, più conversi, più famigli. Una realtà di preghiera e di lavoro. Se chiudo gli occhi mi sembra di vederli salmodiare con i cappucci tirati sin quasi sugli occhi. Poi, si sa, le cose cambiano. Così il monastero diminuì d’importanza e di religiosi. Rimasero le mura e le celle vuote. La proprietà andò al vescovo di Fermo, meglio: al Capitolo del Duomo. Arrivarono, dopo due secoli di travaglio, i Cappuccini. Il monastero divenne convento e anche importante scuola di formazione della terza famiglia francescana.

Fa freddo il pomeriggio in cui vado. Sibila aria ghiaccia. Niente neve però. Mi piacerebbe rintracciare il sentiero dei pellegrini e dei viandanti che da Santa Croce al Chienti toccavano San Marco alle Paludi e salivano fin qui per poi procedere verso Lapedona, il fiume Aso, Marano (Cupra Marittima), e giù giù camminando.

Mi aggiro su un terreno oggi tristemente spoglio. Qui sotto c’è anche la vecchia fortezza di Giuseppe De Lahoz, il generale insorgente che a Fermo costituì un esercito regolare contro i francesi occupanti. Fu considerato il primo risorgimentale.

Di quell’abbazia, di quel convento, di quella fortezza nulla resta in superficie. Solo un parallelepipedo di cemento. È l’acquedotto. L’acqua è indispensabile. Il nostro passato?

Adolfo Leoni, Domenica 20 febbraio 2022

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