La nostra Sibilla e l’ebrea Lilith. Stesso personaggio? Stessa sorte.

Prima che tornasse neve e freddo, ci sono state incredibili giornate di primavera. Guardavo i Sibillini dal prato dinanzi alla statua di san Savino, sul Girfalco di Fermo. Pregustavo il tempo di nuove ascensioni. Attendevo un personaggio molto versato nella cultura ebraica. Per alcuni, un vero e proprio “rabbino”. All’incontro è arrivato con due libri in mano: “I miti ebraici” di quell’incredibile studioso che è Robert Graves, volume scritto insieme a Raphael Patai, e “Le tradizioni italiane della Sibilla” del troppo dimenticato Ferdinando Neri.

La Lilith degli artisti

Un occhio ai libri e un occhio alla montagna, silenziosi, fino a quando il mio interlocutore parla e racconta della convinzione di un suo anziano docente universitario secondo cui «La nostra Sibilla altro non sarebbe che Lilith, la prima moglie di Adamo o comunque, i due personaggi mitici sarebbero accumunati dalla stessa sorte: la segregazione a motivo del troppo orgoglio».

Ripasso mentalmente le mie letture e conoscenze. Nulla mi sovviene. Chiedo ulteriori spiegazioni. E il mio interlocutore fruga nel suo sapere ebraico. Adamo, il primo uomo, chiese al Signore di avere una donna al suo fianco, così come ogni animale l’aveva. E il Signore gli diede la bellissima Lilith, talmente bella che si vantò di essere stata scelta come futura madre di Gesù. Un vanto spropositato, tanto che Iddio decise di relegarla in un antro. Ed ecco, allora, la Sibilla, donna dalle fattezze stupende che si esaltò come colei che avrebbe generato il figlio di Dio. Un millantato gloriarsi che non poteva restare impunito. Anche per lei la sentenza fu di segregazione. Lilith, Sibilla: stesso destino, e forse stesso personaggio.

Il sole va giù e il rosso sembra incendiare i monti.

A casa, estraggo dagli scaffali un libro ben fatto: “La Sibilla” di Americo Marconi, di Grottammare.

È una sintesi esauriente di quanti della Sibilla si sono occupati. Cerco le pagine che m’interessano di più. «Qualcuno sostiene che la vecchia Sibilla da Cuma, sdegnata per la perdita dell’antico prestigio, – scrive l’autore – si fosse trasferita nella grotta», la nostra grotta. E Marconi continua più avanti: «C’è chi suggerisce che, dopo la strage dei Galli Senoni, tante loro donne, rimaste sole, si rifugiarono in montagna, divenendo delle Sibille…». Ma nella grotta dove è stata segregata o si è ritirata volontariamente, vive ancora? Sì che vive, scrive Marconi, i granelli di sabbia, il cui numero sarebbe stata la durata di vita chiesta ad Apollo, non sono terminati. Però ella tace. Per suggerirci forse la via del silenzio e un ritorno in noi stessi. Perché «la verità abita nell’uomo interiore», scriveva sant’Agostino. E Thomas Merton rilanciava: «Quale vantaggio può venire dal salire sulla luna se non siamo in grado di attraversare l’abisso che ci separa da noi stessi?».

S’è fatta sera. L’oscurità copre la corona e l’antro. Ma miti e leggende restano vivi se ancora qualcuno li racconta.

Adolfo Leoni, domenica 13 marzo 2022

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