Fermo. Andar per vicoli. Camminare nella storia

Chiuso il computer, lasciata la penna, deposta la matita a due colori (quella degli errori scolastici, gravi e meno), si esce. Ogni pomeriggio, quando inizia a far scuro, il perimetro di Fermo, e tutto in piano. E quasi ogni giorno un vicolo nuovo e antico, dalla storia pregnante. Sino a 50 anni, fa la toponomastica raccontava lo spessore umano delle città: le donne, gli uomini, le gesta dei luoghi attraversati. Poi, s’è preferito l’eco di donne, uomini e gesta d’altri luoghi. Globalizzazione delle entità geografiche! E sterilizzazione dei volti di casa propria.

Imbocco via Luigi Antonini. È poco distante dal tempio monumentale di San Francesco. Strada stretta, medievale, per proteggere dal freddo abitanti e abitazioni. Panni stesi e luci dalle finestre basse. Le auto sono impedite. Una bambina gioca per strada. Una mamma richiama all’ordine i propri figli in giardino.

Antonini, Antonini… Dallo scaffale della mente si apre un cassettino. Luigi, il campanaro. Abitava due povere stanze della torre del Duomo. Ci sono ancora, o quantomeno, c’erano sino a venti anni fa. Da lassù si godeva uno spettacolo unico. Da lassù si veniva investiti da un forte vento di tramontana. E Luigi suonava le quattro campane, tra cui Viola e Campanone, il campanone: quello che il Cardinal Montalto, ovverosia Felice di Peretto, fece rifondere negli anni del suo vescovado.

Luigi, nativo di Monte Rinaldo, aveva il cuore d’oro. Era la fine del 1700. A Parigi si decollava l’ultimo re e l’ultima regina, e le tricoteuses tiravano su la testa dalle loro maglie ad ogni testa caduta nella cesta. A Fermo, invece, nel tugurio della torre della Cattedrale, ma anche in un posticcio spazio aereo dell’atrio, il povero campanaro radunava i figli di nessuno assaliti dalla tigna e dalla cattiveria di certa umanità. Dar da mangiare ai piccoli affamati, dar loro una minima istruzione, insegnare un lavoro che li avrebbe resi liberi. Ma come? Luigi iniziò. Ma non bastava. Erano tanti. Occorreva di più. L’obiettivo diventò Roma o, meglio, l’ospizio di San Gallicano. Andarono a piedi, occorsero giorni e giorni. Alla fine i bambini trovarono una casa. Ma a Fermo che si poteva fare? Che si doveva fare? Luigi insistette e insistette ancora. E riuscì. Venne aperto il Conservatorio Maschile, «nei pressi – racconta Tito Tomassini – del tempio di San Francesco», nei locali dell’ospitale di San Giovanni Battista.

Antonini poté vedere realizzata l’opera di carità prima di chiuder gli occhi.

La via attraversata ha più significato, ora.

Adolfo Leoni, domenica 20 marzo 2022

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