VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. La Dc secondo Carlo Labbrozzi

Se cerca nei cassetti di casa, ritrova le chiavi della sede della Democrazia cristiana di Fermo, a palazzo Bernetti.

È stato l’ultimo ad averle, prima dello scioglimento del partito dopo la marea nazionale di Mani Pulite.

Lui è Carlo Labbrozzi, democristiano da sempre. O, meglio, da sedici anni in su tesserato, prima al Giovanile, poi, a diciotto, alla Dc.

L’impegno nella formazione cattolica lo ha respirato in famiglia, a Pesaro. Il padre Edmondo era docente all’Università di Urbino, amico di Carlo Bo, unici due insegnanti democristiani. Il nonno di Carlo, Felice, insegnante, nel 1935 era stato cacciato da scuola perché s’era rifiutato tesserarsi al Partito Nazionale Fascista. Una storia dunque di antifascismo e di moderazione.

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L’ex consigliere comunale Carlo Labbrozzi

A 16 anni, Carlo frequentava l’ITI Montani di Fermo. Siamo nei secondi anni ’70. All’ITI la sinistra era molto forte, presente anche la destra. Lui però optava per il centro entrando nel movimento giovanile presieduto da Pierferdinando Casini.

«Schierarsi era d’obbligo. Il mondo era diviso in due blocchi: URSS e USA. La  mia scuola era molto politicizzata e gli scontri non erano solo a ceffoni…».

Labbrozzi ricorda i leaders di allora, li ha conosciuti personalmente: il ministro Colombo, già Presidente del Consiglio, che inaugurò la sede di Palazzo Bernetti, il sottosegretario Gualtiero Nepi, il presidente della Dc Arnaldo Forlani, l’onorevole De Cocci.

La tessera gliela diedero l’avvocato Agnozzi, già sindaco della città, e il dr Strappa

«Nella Dc cittadina operavano personaggi  come Tulli, primo presidente della Regione Marche, e poi Bonifazi, Volponi, Macchini, Andrenacci, Zama (su altre sponde ci furono sindaci come Giostra, De Minicis, Petrelli). Ognuno aveva una sua competenza: cultura, sanità, urbanistica, istruzione. Il partito era un luogo di incontro».

Labbrozzi evoca un mondo politico scomparso. «Nelle sedi si discuteva anche animatamente. Fermo aveva circa mille iscritti alla Dc, 300 partecipavano attivamente alle assemblee tematiche: piano regolatore, sviluppo della città». Oggi è inimmaginabile.

«Se la Dc era strutturata, il PCI – spiega Labbrozzi – lo era ancora di più». Giovane consigliere comunale a cavallo degli anni Novanta, il sig. Carlo ricorda dell’assise «l’eleganza del linguaggio, mai sopra le righe, le argomentazioni alte, gli approfondimenti. Le delibere da approvare arrivavano 15 giorni prima del consiglio. Le studiavamo, le confrontavamo, chiedevamo consigli. Avevamo un punto d’onore:  portare a termine le opere». Esempio? «La metanizzazione della città con la gestione diretta fu una scelta saggia; l’acquisto di Villa Vitali accrebbe il patrimonio comunale; la ristrutturazione del teatro dell’Aquila fu importantissima; e poi la realizzazione della pista di atletica, la formazione della STEAT, la battaglia per l’autonomia della provincia».

Per Labbrozzi, i partiti davano unità al territorio essendo sovra-comunali. Le liste civiche invece rispondo ad interessi troppo locali.«Oggi Fermo sembra aver perso il suo ruolo di riferimento». Ma non è solo questo. Anche le rappresentanze politiche in regione e a Roma appaiono staccate dal territorio, «prima ascoltavano, operavano, e davano risposte».

Labbrozzi ha lavorato all’ENI. Continua ad essere innamorato di Enrico Mattei. Su di lui scrisse, a 30 anni dalla morte, un paginone pubblicato dal quotidiano Il Popolo, «Dalla sfida alle “sette sorelle” agli accordi che resero l’ENI colosso internazionale».

Conveniamo che se fossero ancora viventi Mattei e Adreotti il caos Medio-Orientale non ci sarebbe stato.

Poi arrivò Tangentopoli e i cinque partiti Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli furono liquidati. Il filoso Fusaro ha detto recentemente che Mani pulite fu un colpo di stato. Labbrozzi commenta: «Non erano tutti santi, neppure tutte canaglie come fu scritto».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 13 dicembre 2017

#DemocraziaCristiana #EnricoMattei #ENI #Fermo

 

 

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CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Ceresola e San Martino al Faggio. Borghi da sogno

Ditemi un pittore o un architetto più bravo del Padreterno. Non ce n’è. La scena è stupenda: montagne bianche, valli che risalgono i corsi dei tre fiumi, gradazioni di verde dall’ancora vivo allo spento dell’autunno già inverno. Paesi accovacciati. C’è sole. È freddo. L’aria pungente.

San Martino al Faggio è un borgo. Sembra una serie di case per la strada di Smerillo. Eppure, da una via stretta si arriva in una piazzetta. Campeggia la chiesa di San Vincenzo Ferreri, campanile romanico. Una scalinata dinanzi. Il portone restaurato da poco, opera di Pierpaolo Bracci. Il terremoto ha dato problemi. Un nastro sbarra l’edificio.

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Sotto la chiesa, l’amministrazione del sindaco Vallesi ha realizzato un auditorium accogliente. Cento persone nell’ultima presentazione di libri. Ora è chiuso, in attesa di interventi ai piani superiori.

Una vecchia carica legna. I comignoli fumano. Si respira aria di focolare. Qualche donna più giovane parla il romeno. A distanza si scorgono pecore e aironi bianchi.

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Ci vorrebbe un artista. «Nessuno meglio di voi artisti, – scrisse Giovanni Paolo II – geniali costruttori di bellezza, può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all’alba della creazione, guardò all’opera delle sue mani».

Il bello è una vibrazione del cuore, eco del mistero della creazione.

Mi spingo a Ceresola, qualche chilometro più in alto. Il Comune di Smerillo ha costruito sei-sette appartamenti, belli, non grandi, al sole, modulari, ognuno la sua indipendenza.

«Occorrerebbe che qualche giovane famiglia si stabilisse qui, a due passi dal centro industriale di Comunanza che dà lavoro, eppure nella tranquillità di questo luogo». È l’obiettivo degli amministratori. Giovani famiglie italiane che amano silenzio e pace, gente capace di ricreare comunità e vita sociale. Più difficile sarebbe con gli stranieri, portati a una privacy blindata.

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Ma la scoperta vera è quella di una sorta di teatro un po’ più a monte. Si sale per una stradina stretta, un’auto alla volta. E si entra

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in un rettangolo dove il palcoscenico è una specie di fontana allungata, dove le pietre conservano conchiglie, dove strane erbe sopravvivono tra gli interstizi dei muri, dove il terreno degrada sino alle abitazioni ad un piano. Sulla sinistra un palazzetto. È del Comune. Lo stanno restaurando. Gli operai oggi non ci sono. Entro. Mi sembra di penetrare un’altra dimensione, sogno e realtà, voglia di nuovo ed antico. Stanze piccole, finestre sui tre lati: vallata del Tenna, Sibillini, Gran Sasso. Tutto parla di una civiltà diversa. Povera, ma di «quell’onesta povertà» che per altri versi citava il neo arcivescovo Pennacchio. Eppure, con la voglia di vivere e costruire.

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Per contrasto penso alla Decima Duinese di Rilke, riletto attraverso Ceronetti: «…l’organo sessuale del Denaro che insemina, genera e fa germogliare tutto nella Città del Soffrire tra le baracche, le miserie, le banche. L’osceno demone Geld è in erezione perpetua, dalle azioni minerarie del carbone ai trasferimenti elettronici, e il sangue versato nella Grande Guerra è da lui imposto come tributo sacrificale». Lì, la luce non penetra mai. Vince il buio. L’egoismo.

Qui invece tutto è luce. O potrebbe esserlo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 10 dicembre 2017

#DestinazioneMarche #SanMartimoalfaggio #Ceresola #Smerillo #amolamontagna

MINORI… PER MODO DI DIRE. Il cielo di Maurizio Marcaccio

La Via Lattea. È stata il suo innamoramento assoluto. È La sua passione grande. Quasi un’amante neppure segreta, da seguire notte dopo notte, da studiare quando la luna c’è o scompare, quando le nuvole coprono la stellata, quando quando quando.

La sua agenda non contempla ricorrenze di compleanni, ma le fasi lunari, quelle sì.

È lui, Maurizio Marcaccio. Lui che ha girato tanto per il mondo, che da anni, armato di una macchina fotografica, ne cattura le immagini più belle. Ed ora è stato ammaliato da una sola immagine. L’ha scorta una notte, una notte magica. Sul Fargno, il rifugio sopra Pintura di Bolognola. Era notte fonda, nessuna luce a inquinare il cielo. Maurizio aveva camminato per due giorni, coprendo un’ascesa di 36 chilometri. Poi, il richiamo della volta celeste e il pulviscolo, che sembra infinito nell’infinito, latteo. La galassia, eccola, misteriosa.

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Maurizio Marcaccio

Maurizio me ne parla quasi commosso. Ha appena presentato la sua mostra. È un progetto fotografico che ha ribattezzato Scorci di Marca. Marca come richiamo geografico, come valore aggiunto di qualità, come parte del suo cognome. È un omaggio alla sua terra marchigiana. 31 opere, 31 scatti che hanno come arco temporale un giorno: dall’alba alla notte. Un ipotetico viaggio dalla costa ai monti. C’è dunque il mare, c’è il lavoro degli uomini, ci sono le campagne, i borghi medievali, le riserve naturali, i cammini, la montagna… E si sta facendo sera, ed è tramonto sui Sibillini ed un attimo è già notte. E quella notte – proprio quella conclusiva dell’opera – Maurizio sta sul Fargno, questa punta ventosissima che consente di scrutare il cielo come mai accade nelle piccole e grandi città della costa. E la Via Lattea sembra a portata di mano. Risposta ad ogni desiderio. Immensità.

Ogni foto ha una didascalia. Sono frasi tratte da autori come Gibran, Victor Hugo, Dickens. Parlano di altro, magari, ma stanno bene anche qui, nelle immagini della Terra di Marca. Un’emozione è un’emozione, a qualsiasi latitudine la si provi. Un ampliamento di conoscenza, una contaminazione positiva e arricchente.

Maurizio ha voluto così legare l’ambito locale alla letteratura internazionale.

È una convinzione che gli viene dall’aver conosciuto tanti luoghi diversi, averli guardati da ottiche diverse, averli confrontati tra di loro. «È un modo per aprire l’orizzonte». Come respirare a due polmoni, sempre.

Maurizio è un tecnico elettronico ed un amante della natura.

«Capita – mi racconta – di spostarmi specie in montagna, di prendere per un sentiero, di lasciare qualche ora la mia famiglia a dormire in auto così da poter arrivare alla mia meta».

Ne è grato alla moglie Maila e a suo figlio Noah, ancora piccolo (neppure due anni) e già iniziato alla bellezza del creato.

La Scheda:

Maurizio Marcaccio è nato a Fermo il 14 novembre del 1979.

Risiede con la sua famiglia a Porto San Giorgio. È tecnico elettronico. Si è diplomato perito informatico all’Istituto Industriale di Fermo. Successivamente ha conseguito la laurea in Scienze Organizzative e Gestionali presso l’Università della Tuscia a Viterbo.

La passione delle fotografia nasce a 14 anni. Si considera un «paesaggista».

Oltre al trekking che esercita tutt’ora, sino a 20 anni ha praticato kick boxing anche a livello agonistico. È un lettore di romanzi, specie quelli storici alla Ken Follet.

Ha promosso recentemente un corso di fotografia base al Ricreatorio San Carlo di Fermo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 9 dicembre 2017

#ViaLattea #amolafotografia #Montisibillini #ScorcidiMarca #destinazioneMarche

GENTE DI CAMPO. L’azienda Mercuri, agricoltura con la laurea

Gente di campo e gente di studi! L’azienda agricola Mercuri Francesca mi fa pensare a questo.

Sì, perché Francesca è stata insegnante di francese, mentre suo marito Abramo Vespasiani lo è stato di lettere. Poi, la pensione, i terreni sino a quel momento condotti da personale esterno alla famiglia, infine i figli con la ricerca del lavoro. E cosa meglio dell’agricoltura ci può essere? Così Umberto, terminata la facoltà di biologia marina, e Fabio, portati avanti gli studi di psicologia, sono subentrati ai genitori nel 2016, lasciando però la ragione sociale immutata. Ora, figli e genitori (quando possono) tirano avanti l’impresa da frutticoltori e puntano decisamente sulle pesche e non solo.

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Umberto Mercuri e Natascia

Incontro Umberto a Montegiorgio, alla quarta Fiera delle Qualità. Si percepisce subito l’amore per la terra. «Abbiamo 22 varietà di pesche. Siamo usciti dal circuito delle cooperative e dalla grande distribuzione. Vendiamo direttamente nei nostri due punti vendita». Il primo si trova in Valdaso, intorno ad un grande appezzamento di campagna. C’è una casa colonica in ristrutturazione (il terremoto ha fatto i suoi danni) e accanto è stato ricavato il luogo del commercio. L’altro si trova ad Amandola, gestito da Natascia, la ragazza di Umberto. Qui arriva la clientela, quella spicciola ma anche quella organizzata dai gruppi di acquisto: uno a Porto San Giorgio e due nell’elpidiense.

In effetti gli appezzamenti di terreno (15 ettari complessivamente) sono tre. Il pescheto e l’orto si trovano in Valdaso; il vigneto a Montalto; e le piante di albicocche, susine, ulivi e bosco nella contrada Cortaglie di Monteparo. Dunque, pesche ma non solo.

La frutta, oltre ad essere venduta fresca al minuto, viene anche trasformata in confetture attraverso il laboratorio de La Campana di Montefiore dell’Aso.

Il punto vendita in Valdaso è strategico: è un po’ l’ombelico tra la montagna e il mare, c’è un positivo via vai. Poi ci sono i circa quaranta chalet tra Porto San Giorgio e Civitanova Marche che acquistano i prodotti della Mercuri Francesca. E di questo si occupa Umberto. Fabio invece, due volte alla settimana, dalla tarda primavera al primo autunno, guida il furgone e procede alla consegna di casa in casa nelle zone di montagna, tra Montefortino e Montemonaco: Colmartese, Vetice, Isola San Biagio e avanti così.

Mamma Francesca non s’è ritirata (e neppure Abramo). Dà una mano a servire i clienti e a curare l’orto. Una sua passione sono i pomodori. L’azienda s’è specializzata nelle varietà antiche. Umberto prese 100 piantine di pomodori dal sig. Edoardo di Camerata Picena che tirava avanti l’Orto antico. Ora di varietà Francesca ne cura 40.

Umberto e Fabio sono anche molto bravi sui social. L’azienda agricola è presente e fa campagne marketing su facebook, whatsapp e instagram. Come dire: tradizione (a cui tutta la famiglia tiene molto ripensando a nonno Benedetto il capostipite) e tecnologia innovativa.

Una scelta cui vanno fieri è l’aver aderito al patto agro-ambientale d’area. Nessun insetticida ma lotta integrata.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 8 dicembre 2017

#mediterraneandiet #Valdaso #Frutta #Buonipomodori

 

 

 

Quelle strane lettere arrivate a Belmonte Piceno. Cariche di nostalgia

La prima volta che gli è arrivata sul tavolo dell’ufficio da sindaco, Ivano Bascioni ha pensato sicuramente a qualche protesta o forse lettera anonima o richiesta d’aiuto. Insomma, ne ha pensate diverse. Poi, ha aperto con il tagliacarte il lembo superiore della busta e ha estratto un foglietto a quadretti, di quelli da vecchio quaderno delle scuole elementari. Con un carattere tremolante e svolazzante era stato scritto: «Un piccolo contributo». Incartato nel foglietto, il primo cittadino ha trovato un biglietto da dieci euro, ma nessuna firma.

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Ha rivoltato la busta e ha letto il destinatario: « Spett.le Comune, 63020 Belmonte Piceno». Nient’altro. Il CAP è quello vecchio, come vecchia è l’indicazione della provincia di appartenenza: Ascoli Piceno.

Il timbro portava l’indicazione dell’ufficio postale di Milano Borromeo.

Il sindaco ha sorriso, ha gradito il gesto, ha pensato al probabile anziano che si celava dietro all’anonimato, ancora innamorato magari del suo paese di nascita o d’attrazione. E la storia sarebbe finita lì. Sarebbe finita lì se l’invio fosse terminato.

Invece no. Il mese successivo è arrivata la nuova lettera, la nuova busta, il nuovo foglio a quadretti, con lo stesso biglietto da 10 euro.

E così per altre volte. Un gesto che ha colpito Bascioni e gli ha fatto pensare ad un nonno che, raccontando ai suoi nipoti gli anni della propria adolescenza, compensa come può il suo paese di cui magari ha una lontana e struggente malinconia.

Non avendo alcun mittente da raggiungere per i ringraziamenti, e specie per il gesto di grande sensibilità, il sindaco di Belmonte Piceno ha voluto rendere noto a noi questo piccolo/grande gesto, perché il Carlino ne parlasse.

Chissà mai che in tanta comunicazione mediatica, il «grazie» di una comunità non arrivi anche a destinazione?

#BelmontePiceno #IvanoBascioni #AscoliPiceno #Milano

 

VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Quando la politica era una cosa importante. Parola di Giovanni Falzetta

Se entrassi a casa sua fischiettando Bandiera rossa o cantando l’Internazionale Giovanni Falzetta da Porto Sant’Elpidio sorriderebbe con nostalgia.

«Resto un comunista italiano che – spiega – ha apprezzato Enrico Berlinguer e il suo strappo dall’URSS».

Sediamo nella sala, dinanzi ad un caminetto ancora spento, su divani comodi, davanti ad una marea di libri, molti di arte. A lui piace soprattutto la storia, ultimamente il movimento benedettino.

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Giovanni Falzetta, già sindaco e assessore a Porto Sant’Elpidio

Dunque, il sig. Falzetta comunista. Che vuol dire? «Essere per la società, avere di fronte le esigenze del popolo, andargli incontro, restare tra di esso». Mi viene in mente il dipinto Il Quarto Stato, di Pellizza da Volpedo. Ne discutiamo: «perché il concetto di popolo lì è ben espresso, donne e uomini che avanzano insieme».

Da tempo è fuori dalla politica politicante, pur guardando ancora la politica, e avendola fatta a suo tempo, «come si faceva una volta, dando tutto all’idea, in modo volontario, rimettendoci di tasca propria, sacrificando la famiglia».

Falzetta è stato consigliere comunale del PCI, assessore e sindaco, negli anni da fine Sessanta ai primi Ottanta.

«La trasformazione di Porto Sant’Elpidio da paese esclusivamente calzaturiero a centro turistico e culturale, lo abbiamo impostato noi in quegli anni. La città non aveva piano regolatore né lungomare. S’è lavorato parecchio per una trasformazione da  dormitorio a città vivibile».

Il sig. Giovanni snocciola le realizzazioni: la piscina comunale, il palazzetto dello sport, la scuola materna, la medicina scolastica preventiva «con pediatra e cardiologo», l’apertura, tra i primi comuni italiani, degli asili-nido, e delle lezioni di inglese alle elementari, per non  dire poi dell’edilizia popolare.

Da assessore alla cultura, Falzetta ha un vanto: quello che le sue proposte e realizzazioni furono copiate dal celeberrimo assessore Nicolini da Roma. Quello dell’effimero? «Ma non erano cose effimere».  Me le dettaglia: le jam session per le vie di Porto Sant’Elpidio, i concerti sotto un tendone da circo (mancava ancora il teatro) con personaggi come Dalla o Vecchioni, gli spettacoli di teatro nel salone del palazzo commerciale («non c’erano palcoscenico e camerini, ma tantissimo pubblico sì»), il teatro portato nelle scuole. Furono invitati Piera degli Esposti, il regista Salvatores, il portentoso flautista Severino Gazzelloni, Ludovica Modugno, Ron.

«Avvertivo la necessità – spiega Falzetta – di investire sulla cultura. Istituimmo la Biblioteca comunale affidandola ad una persona encomiabile come il prof. Domenico Di Tullio».

Anche le opposizioni: Dc, Pri ed altri votavano a favore. «Non che non ci fosse discussione animata in consiglio comunale, ma alla fine si cercava la mediazione e si trovava. Oggi c’è solo la polemica per la polemica».

Quando nacque la passione politica? «In famiglia si era socialisti e comunisti. Ho respirato quell’aria. Si leggeva molto l’Avanti, l’Unità, la Domenica del Corriere (mia madre). Ricordo che mio padre Algeo, orfano della Prima guerra mondiale, un giorno mi portò a vedere un documentario sul processo di Norimberga e le nefandezze del nazismo. Al termine, mi disse: “Ti serva da lezione”. Il primo impegno fu da consigliere comunale, a 24 anni. Nel 72-73 fui eletto sindaco, ero il più giovane sindaco d’Italia. Andavamo in trasferta pagandoci le spese di tasca nostra. Non volevamo gravare sulle casse comunali».

Ed ora? «Con la fine delle idee forti, è finito il modo onesto di fare politica. Certo, potevano esserci dei corrotti anche ai nostri tempi, ma la stragrande maggioranza lavorava per il bene comune. I consigli comunali erano ricchi di proposte. I progetti li portavamo tra la gente e le sale erano piene. La gente si fidava».

E i giovani? «Dobbiamo avere fiducia in loro, ma loro hanno fiducia in noi?»

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 6 dicembre 2017

#Politica #ManiPulite #Portosantelpidio #PCI #EnricoBerlinguer

#URSS #

 

 

 

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Le tre parole di Alex per il Parco Langer.

Quante discussioni sulla sconfitta inferta all’Italia calcistica dalla Svezia! Discussioni da bar, da parlamento e da CONI. Ci rifletto mentre cammino lungo il Parco Alexander Langer di Monte Urano. Parco fluviale.

«È lungo un chilometro e largo 100 metri», come dichiara il pannello all’ingresso.

La vegetazione è ancora fitta e verdissima, nel giorno della mia visita. Il Tenna, gonfio in precedenza essendo pur sempre un torrente, è tornato a scorrere placido.

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L’inverno seppur prossimo sembra lontano. Ho conosciuto personalmente Alex quando frequentava il Meeting di Rimini. Era un difensore della pace, della natura, della vita in genere, anche di quella, non cercata, nel grembo di una madre, «l’aborto non va mai banalizzato» ripeteva. Era un «costruttore di ponti».

Fui felice, anni fa, quando gli dedicarono questa terra.

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Ho ripreso in mano alcuni sui scritti. Sono di qualche decennio addietro. Eppure sembrano attuali. Attualissimi. Uno soprattutto. Vi si legge: «Sinora si è agito all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente».

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Ma ecco il punto, la svolta, la proposta di un cambiamento necessario, non di una toppa alla bisogna: «Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profundis, suavius” (più lento, più profondo, più dolce), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso».

Un cambio di marcia? Non basterebbe! Una prospettiva totalmente altra, invece sì. Per salvare questo mondo impazzito.

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Mi raccontano che spesso, in primavera e autunno, a visitare il Parco arrivano i bambini degli asili e delle elementari. A volte capitano anche studenti delle medie e delle superiori.

Insegnanti sensibili li hanno istruiti sulla flora, fauna, e sul fiume.

Sarebbe bello raccontare la vita e le azioni di questo «apostolo di verità e di giustizia, di libertà e di amore» come scrisse di Langer, nel 2015, Loris Capovilla.

Camminando tra la vegetazione fluviale e attento ad evitare il fango del dopo acquazzone, scorgo una coppietta, mano nella mano. Camminano lenti (lentius), si abbracciano sovente, in modo dolce (suavius), parlottano sommessamente e, forse, profondamente (profundius). All’altezza del simil ponte, si appoggiano al parapetto e restano fermi, contemplando l’acqua che non c’è. Chissà se quella storia avrà un lieto fine, o come diceva Adelchi «Non resta che far torto o patirlo». Chissà.

Me ne vado sommessamente, leggendo un passo della Gaia Scienza. Là dove Nietzsche scrive: «Conosco il cuore di molti uomini. E non so, di me, ch’io sono! Troppo il mio occhio m’è presso, quel che vedo e non vidi non  sono».

Prima di risalire in auto, tolgo gli scarponi. Rammento che Alex amava i sandali del tipo francescano, pur apprezzando il monachesimo benedettino.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 3 dicembre 2017

#AlexLanger #ParcoLanger #MonteUrano #Ambiente