CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Scalando la torre di Santa Lucia a Fermo

«Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d’oro da stella a stella, e danzo». Lo scriveva Arthur Rimbaud nella seconda metà dell’Ottocento.

Chissà se anche lui, come i rampolli delle nobili famiglie impegnati nel gran tour, avesse conquistato la cima di un campanile, si fosse affacciato da una torre che sormonta una cattedrale, una chiesa, una pieve.

Da lassù si gode la terra d’intorno, il brulicare della vita, il suo eterno essere e mutare.

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E dalle campane che ancora suonano si spande una voce che è altra rispetto alle colonne sonore dell’esistenza giù in basso.

Occorrerebbe ascendere i campanili. Per osservare e riflettere.

«Quando spunta la luna, tacciono le campane e i sentieri sembrano impenetrabili. Quando spunta la luna il mare copre la terra e il cuore diventa isola nell’infinito Nessuno mangia arance sotto la luna piena. Bisogna mangiare frutta verde e gelata Quando spunta la luna dai cento volti uguali, la moneta d’argento singhiozza nel taschino». È Federico Garcia Lorca, in una delle sue migliori poesie: Spunta la luna.

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Ho risalito la torre della chiesa di Santa Lucia a Fermo, la chiesa delle stupende tavolette (ora nella Pinacoteca di Fermo) della Santa martirizzata. Il parroco fra Andrea, terminando una santa messa, aveva fatto una comunicazione. Compiendo un sopralluogo alla cella campanaria, era riuscito a datare le due campane. Sono antiche, antichissime.

La più piccola è del 1554, Anno Domini; l’altra è del 1400 e porta attorno al suo bronzo la scritta: Varinus Nicholaus me fecit. Le ho raggiunte faticando un po’, salendo sei scale di legno piuttosto ripide e attraversando cinque pianerottoli (quattro in legno). La sommità consente di guardare a 360 gradi: l’imponente monastero delle Clarisse, la parte ovest di Villa Vinci dove s’ergeva l’arcigna rocca dei tiranni, il Convitto Montani, il convento dei Cappuccini e la Carcera, l’area di Molini Girola e le fabbriche degli uomini. Da mezzo secolo e oltre le campane hanno un congegno elettrico. In precedenza erano legate a due poderose travi con corde a scendere ai piani inferiori. Il vecchio batacchio è ancora lì, ormai in disuso.

Tra paganesimo e cristianesimo, alcuni scrittori vagheggiavano in genere che il suono delle campane fugasse le nuvole, la pioggia, la grandine. Che richiamasse esseri soprannaturali. Che scacciasse il demonio intento ad ammaliare e rapire bambini.

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La campana non è l’orologio. La campana, che pur scandisce le ore, accompagna il tempo, lo rende sacro. Lo segue nella sua spirale di eterno ritorno.

La campana e l’orologio, raccontava Franco Cardini, sono, non solo i due strumenti, ma i due simboli delle diverse interpretazioni del tempo. La campana che fuga i demoni e le tempeste, e che richiama i diversi momenti liturgici del giorno, è simbolo di rinnovamento spirituale, ripresa, resurrezione, cammino. L’orologio è simbolo invece del tempo divoratore e, quindi, con la falce in mano, è simbolo di morte. Come Kronos (Saturno) che divorava i suoi figli. Lo ha dipinto Goya, e prima di lui Rubens.

Passano queste parole e queste immagini mentre m’arrampico, mi affaccio, penso a volti cari e scruto una Fermo inconsueta.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 15 ottobre 2017

#Campane #torri #Rimbaud # Goya #Santa Lucia

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La storia di Van Gogh in un film. Da non perdere

«Non possiamo che parlare con i nostri dipinti». Lo scrisse in una delle ultime lettere Vincent Van Gogh.

Qualche tempo dopo, il grande artista, la cui fama venne riconosciuta postuma, e non in patria (l’Olanda) ma in Germania, uscì di casa con una pistola in tasca. Disse che avrebbe sparato ai corvi che s’aggiravano sui campi di grano. Sparò a se stesso, morendo due giorni dopo. Era il 27 luglio del 1890.

Il nove dello stesso mese aveva dipinto il quadro considerato il suo testamento: Campo di grano con volo di corvi. Non aveva usato pennelli. S’era servito di una spatola, e di tanti colpi portati sulla tela anche con violenza, l’uno sull’altro, con colori fortissimi, per riprodurre un cielo nero e bluastro, vortici più chiari, sentieri verdastri e, soprattutto, la sua disperazione. Quella di un uomo tormentato, assetato di infinito e di giustizia sociale, di «richiami religiosi e umanitari», malato ma non pazzo.Quell’artista che dipinge la povertà, gli stenti, il dramma, le privazioni dei contadini, dei tessitori e dei minatori (questi ultimi frequentati come predicatore nei bacini minerari del Borinage, in Belgio).

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Dai toni scuri dei primi lavori sino agli intensi colori delle produzioni più tarde, per citarne alcune come: L’autoritratto, Il Ponte di Langlois, La pianura della Crau, Notte stellata, Vaso con i girasoli, La Camera di Van Gogh, il Caffè di notte (interno ed esterno).

La drammatica storia di Van Gogh è diventata un film evento: Loving Vincent, in programmazione al Super8 di Fermo nei giorni di lunedì, martedì e mercoledì. Si tratta di «un lungometraggio interamente dipinto su tela che racconta le opere e la vita di Vincent Van Gogh. Un originale incontro tra arte e cinema vincitore del Premio del Pubblico al Festival d’Annecy».

Scritto e diretto da Dorota Kobiela & Hugh Welchman, Loving Vincent è il primo lungometraggio interamente dipinto su tela. Realizzato elaborando i quadri dipinti del pittore, il film è composto da migliaia di immagini realizzate da un team di 125 artisti che hanno lavorato anni per arrivare a un risultato di enorme impatto. Un lungometraggio poetico e seducente che mescola arte, tecnologia e pittura. 94 quadri di Van Gogh sono riprodotti in una forma simile a quella originale e più di 31 dipinti sono rappresentati parzialmente.

Non mancherà l’incontro con uno degli ultimi comunardi, monsieur Tanguy, che gli fa credito e gli diventa amico, o con il dr Gachet, che lo cura presso di sé. O con Gauguin, che porta Van Gogh a infliggersi un taglio all’orecchio per espiare, portandone la carne viva in un postribolo. Vincent aveva tentato di aggredirlo con un rasoio.

In una lettera al fratello Thèo aveva rivelato: «… io ho un bisogno terribile di religione; allora vado di notte a dipingere le stelle».

Cercava probabilmente un legame e una risposta. Cercava l’amore e l’essere amato.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 15 ottobre 2017

#Vangogh #Olanda #Germania #Gauguin

 

Le grandi mostre dell’arte che salva

“Rinascimento a Fermo: pittori tra Adriatico e Appennino dal tardogotico a Carlo Crivelli”. È questo il titolo della mostra che verrà allestita nella chiesa di San Filippo di Fermo da marzo prossimo a fine dicembre 2018 nel quadro del progetto Biennale della Regione Marche.

Nel tempio che fu dei Filippini saranno installate opere d’arte provenienti dai musei e dalle collezioni pubbliche ed ecclesiastiche colpite dall’ultimo terremoto e messe in sicurezza presso i depositi attrezzati del MIBACT, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

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La notizia è stata data sabato scorso a Loreto in occasione della presentazione di un’altra mostra, con le stesse caratteristiche dei beni provenienti dalle aree terremotate, che porta un titolo significativo: “L’Arte che salva. Immagini della predicazione tra Quattrocento e Settecento. Crivelli, Lotto, Guercino” a cura dei bravi Francesca Coltrinari e Giuseppe Capriotti dell’Università di Macerata.

In attesa di vedere la mostra fermana, abbiamo potuto godere delle opere esposte nel Museo-Antico Tesoro della Santa Casa di Loreto. Numerose sono quelle provenienti dalla nostra provincia e dalle zone maceratesi dell’arcidiocesi fermana.

Spicca per la luce dei suoi colori intensi il “Polittico con l’Incoronazione della Vergine e santi”, tempera su tavola arrivato dalla Pinacoteca civica “Vittore Crivelli” di Sant’Elpidio a Mare. Sempre della stessa Pinacoteca sono i due oli su tela “La Fede in gloria con i santi Pio V e Vincenzo Ferrer” di Filippo Ricci e “Madonna con Rosario” di Ernst van Schayck.

Dal Museo dell’Arte sacra Comunale-Diocesano è arrivato il superbo olio su tela di Simone De Magistris, “Madonna del Rosario con i santi Domenico, Pietro Martire, Maddalena e Caterina d’Alessandria”.

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Delle chiese di San Fortunato e San Giovanni Battista, di Falerone sono stati esposti la grandiosa opera di Vittore Crivelli “Madonna adorante il Bambino” e l’olio su tela dell’ignoto pittore del XVII secolo “Adorazione del nome di Gesù e i Santi Ignazio di Loyola e San Francesco Saverio”.

Del monastero di Santa Chiara di Fermo è la “Berretta di San Giacomo della Marca”, tessuta in seta, lino e lamine d’argento, mentre il “Rosario figurato della sacratissima vergine Maria madre di Dio”, proviene dalla Biblioteca civica “Spezioli” sempre di Fermo, e l’olio su tela “La Conversione di Saulo” dal convento fermano dei Frati Minori Cappuccini.

Del Museo dei Legni processionali “Mons. Marcello Manfroni” Petriolo, arcidiocesi di Fermo, sono gli oli su tela “Ritratto di don Felice Silvestrini” di Giacomo Falconi, “La Madonna della Pace” di Achille Gualtieri, e un Crocefisso di cartapesta dipinto su legno intagliato.

In attesa di vedere la mostra fermana, vale proprio la pena visitare intanto quella lauretana divisa in otto sezioni che approfondiscono le figure dei grandi predicatori (i comunicatori della Chiesa) appartenenti agli ordini religiosi: francescani, domenicani, agostiniani e gesuiti.

41 oggetti straordinari sottratti al terremoto per dire che l’arte salva se stessa e la bellezza della Terra di Marca.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 15 ottobre 2017

#Crivelli #Loreto #Predicatori

 

Amandola. Un Centro per generare nuova comunità. Ieri l’inaugurazione

Sabato 14 ottobre. Mattino. Fa caldo, splende il sole e la montagna è nitida. Giornata giusta per una inaugurazione. Decine di persone stanno entrando in un edificio nuovo di zecca. Gli operai hanno terminato appena da qualche ora. È ad un piano, il tetto in legno, tre stanze di cui una molto grande. L’hanno chiamato Centro di Comunità “Marta e Maria”. Si trova in Amandola, in località Pian di Contro.

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Ha un primato significativo: è la prima inaugurazione dopo il terremoto di qualcosa che resterà nel tempo.

Lo ha finanziato interamente la Caritas italiana (450 mila euro). Il direttore dei lavori è stato l’arch. Guidomassimo Postacchini.

Sorge su un’area (circa 300 metri quadrati) messa a disposizione dal Comune che ha realizzato la piattaforma su cui poggia.

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È anche l’ultimo atto dell’arcivescovo di Fermo mons. Luigi Conti che chiude il suo mandato con un’opera di carità.

Ed è lui a benedire mura e persone tracciando origine e scopi. Lo fa citando il vangelo di Luca, con Marta operosa e Maria ad ascoltare Gesù acciambellata ai suoi piedi.

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«Marta è il vangelo che si fa carità», spiega mons. Conti, «Maria è la carità del vangelo». Non una posposizione di termini ma un contenuto chiaro. Marta è l’azione condivisa con la comunità civile; Maria è la dimensione dove non basta solo il pane, la casa, il lavoro, ma occorre «una parola che salva», una spinta più profonda che renda gli uomini più uomini.

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L’arcivescovo di Fermo dedica la struttura alle donne della montagna, quelle che, in silenzio, hanno patito, sofferto, portato avanti la vita delle proprie famiglie nel terribile periodo del dopo terremoto. Idealmente, sulle pareti bianche e sul soffitto in legno ci sono impressi i loro volti.

«È la casa di Dio all’interno della casa degli uomini» continua Conti. Il Centro sarà il luogo della condivisione e della ricostruzione della comunità.

«Un Centro esemplare» sottolinea il direttore nazionale Caritas don Francesco Soddu, «dove la comunità si incontra per generarsi di nuovo alla luce della parola di Dio». Il Centro sarà auditorium, sala conferenza, sala proiezioni e luogo di celebrazione della messa in attesa che le chiese di Amandola vengano riaperte.

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Tocca ora al sindaco Adolfo Marinangeli, che si fa più vescovo del vescovo tornando al concetto di Marta laica e Maria religiosa: due categorie che si abbracciano e si completano.

Marinangeli ringrazia i volontari «da 14 mesi impegnati assiduamente» . Sottolinea che si tratta della prima inaugurazione in vista di altre. Annuncia che a primavera inizieranno «i lavori per il nuovo ospedale a 500 metri da qui». Chiudono mons. Paolo de Angelis, parroco del luogo e delegato a gestire la struttura, e l’assessore regionale Fabrizio Cesetti. Il primo ricorda il doppio regalo della Caritas: il Centro ma anche i 97 volontari di Reggio Emilia venuti a confortare i terremotati. Il secondo loda il «coraggioso sindaco di Amandola» e garantisce che l’ospedale si farà e che «le risorse sono già a bilancio». A fare da anchorman il direttore della Caritas diocesana mons. Pietro Orazi. Soddisfattissimo.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 15 ottobre 2017

#chiesacattolica #Caritasitaliana #Amandola

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MINORI… PER MODO DI DIRE. La bussola del dr Mazzoni: onestà e impegno. Un esempio per i giovani

«A settant’anni, come a venti, se avrai entusiasmo per la vita e meraviglia per i fiori e le stelle, se saprai gustare il piacere delle illusioni, allora tu sarai giovane. Sei giovane come la tua fede, vecchio come i tuoi dubbi, giovane come la tua speranza, vecchio come la tua disperazione. Finché il tuo cuore saprà captare messaggi di bellezza, di grazia e di ardimento, sarai sempre giovane».

Il dr Mario Mazzoni scriveva questa poesia, La Giovinezza, nel 1978, da Lapedona dove risiedeva. La dedicava a figli, nipoti, e a tutti quanti egli amasse.

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Il dr Mario Mazzoni, medico, appassionato di storia, filatelia, teatro, regista e poeta

C’è speranza – e lo scrive – nelle sue parole; freschezza, voglia di guardare avanti, di vivere. Bellezza che altro rivela.

Mario Mazzoni è morto nel 2004, a 93 anni. Voglio parlarne perché la sua è una testimonianza palpitante. La storia di un uomo, di un medico, capace di grandi valori e di quotidiano impegno.

«Dovrebbero far leggere le sue poesie nelle scuole» mi ha detto, stendendomi i testi, la mia amica Lola. Dovrebbero far conoscere la sua esistenza. Vale mille testi di psicologia. Mille omelie dai pulpiti.

Già anziano, nel 1997, vergava per i nipoti (si firmava «nonno Mario») L’Aquilone: «Più il vento è contrario e impetuoso, più nel cielo l’aquilone s’innalza. Sia così per ogni vero uomo nelle avversità  tribolazioni della vita». La vita e le sue contraddizioni sono sempre un confronto, per crescere.

Della vita del dr Mazzoni mi ha colpito un gesto. Terminata appena la guerra, risultò vincitore del concorso a ruolo ordinario di medico condotto e ufficiale sanitario per la città di Fermo. Rinunciò. Volle restare a Lapedona, medico di famiglia, tra la sua popolazione, tra i suoi contadini che avevano sostenuto moralmente ed economicamente la moglie e il primogenito durante la sua assenza perché richiamato alle armi.

Tre, raccontano i figli Giuseppe, Antonio, Paolo, Francesco e Luigi, erano i suoi principi guida: onestà, dedizione alla persona malata e bisognosa, sacralità della vita. Un cuore grande.

Attivo anche socialmente, aveva fondato l’Asilo lapedonese, le Colonie solari per i bambini, l’Associazione Combattenti e Reduci. Era stato nominato dall’arcivescovo Perini responsabile sanitario dell’Unitalsi fermana. Amante degli autori classici, della letteratura, del teatro, aveva coordinato la Filodrammatica lapedonese anche in qualità di regista, coreografo, scenografo. Infine, fu giudice di pace. Etica e morale le sue fondamenta.

Personaggio austero? Ma no. Era capace anche di scherzare con intelligenza. Come quando scrisse un improbabile 35^ canto dell’Inferno, attribuendolo a Dante. In diversi ci credettero, tanto gli somigliava.

Concludo con una sua esortazione ai giovani: «Da grande abbi in mira di primeggiare per ricchezza di cultura, ricchezza di sentimento e, soprattutto, per onestà di vita». Non altro.

La scheda:

Mario Mazzoni nasce a Sant’Elpidio a Mare il 4 dicembre del 1911. Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1938 a La Sapienza di Roma, dopo aver lavorato come medico condotto a Potenza Picena e Monte Giberto, si trasferì a Lapedona sino alla pensione, 1980.

Richiamato alle armi, fu assegnato al Comando militare del reggimento alpini, divisione Julia. A causa di una pleurite non potè partire per il fronte russo. Dopo il settembre del ’43, confluì nella Quinta armata americana e successivamente nell’Ottava armata anglo-americana. Fu decorato con Croce di guerra al merito e congedato con il grado di capitano medico. Conoscitore della Storia, amava le scienze naturali e lo studio della filatelia.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 14 ottobre 2017

#Lapedona #MarioMazzoni #mediciumanisti #teatro #AlpiniJulia

 

GENTE DI CAMPO. Fernando Gentili il bocconiano tra le vigne

Periferia di Montegiorgio. Sullo sfondo, fa da quinta lo scenario dei Sibillini. Sembra di toccarli. Poi un vialetto e un casale restaurato sapientemente.

Fernando Gentili siede all’esterno. In mano due documenti della Banca montegiorgese, anno 1887. C’è un suo antenato tra i fondatori.

Fernando si è laureato in economia alla Bocconi. «Sono un contadino con la laurea», spiega. Ha girato il mondo. Ama il mare. Per 20 anni, con la famiglia, è stato imprenditore nel ramo calzature. Poi, la scelta definitiva: la campagna, la vite, il vino, l’alzarsi presto per lavorare, usare gli strumenti antichi, l’essere libero.

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Il dr Fernando Gentili, il contadino con la laurea

Non è stata una scoperta. È stato un ritorno. La sua gente ha sempre avuto un po’ di terra. Me lo racconta mentre camminiamo e Plutone, un gran bel san bernardo, ci accompagna oltre la staccionata. Cominciamo dalla vigna. I vitigni sono il Montepulciano e il Sangiovese. Fernando ne ricava un rosso potente che ha chiamato I Sassi di San Giuseppe, come la contrada che abita, come l’azienda agricola che conduce e come l’agriturismo e la casa-vacanza che porta avanti. Lo vende ai negozi del territorio e ai turisti che alloggiano da lui. Non è una grande produzione. Ma è di qualità.

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Il placido Plutone

Di fronte al casale c’è una pila di vecchie botti. Fernando le puliva insieme al nonno dallo stesso nome. Ha imparato presto a districarsi nei lavori della vigna. Aveva pochi anni quando i genitori lo lasciavano libero nei campi.

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L’azienda è nata nel 1999. Il casale è stato restaurato nel 2003. È un edificio vincolato dal Piano paesaggistico (classe A).

L’edificio più piccolo destinato all’ospitalità era un granaio. Nonno e bisnonno (Gentile) vi avevano ricavato anche due stanze per gli operai e, addirittura, in tempi non sospetti, avevano stipulato una polizza assicurativa contro infortuni e malattie. Sotto, è riparato un vecchio carro agricolo con le sponde dipinte. Forse era quello su cui il trisnonno Giacomo (costruttore  del casale) caricava le pietre e la sabbia per la manutenzione delle strade comunali.

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Giacomo s’era aggiudicato all’asta le terre della Chiesa dopo l’Unità d’Italia. Era diventato proprietario anche della minuscola chiesa di San Giacomo. Probabilmente per non cadere nella scomunica vi faceva celebrare la messa settimanale compensando il celebrante.

Fernando mi fa vedere il torchio a mano, la vecchia pigia-deraspatrice, i tini dove lui fa «il rimontaggio a mano delle vinacce».

Nei prossimi tempi, la sua cantina si arricchirà del Rosso crudo, «un vino schietto – spiega – vero». Da un’altra parte scorgo il vino cotto.

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Per gli ospiti dell’agriturismo ha escogitato il farm shopping: la visita nelle aziende di formaggi, salumi, carni della zona. Lui prende il Land Rover, carica tutti e via per le campagne. Mentre parliamo, arriva una mail. «Come sta il cane?» chiede un ospite estivo, «ho bisogno di nuove storie per la mia bambina». Una vigna, un agriturismo, una vacanza da incorniciare e raccontare. I problemi? «L’iper normativa, i tanti registri, il tempo impiegato per star dietro agli adempimenti burocratici». Ma non si molla.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 13 ottobre 2017

#Gentedicampo #Bocconi #vino #sangiovese #Montepulciano #Montegiorgio

#destinazionemarche #mediterraneandiet

 

 

 

La novizia e la badessa. Nel mondo ma non del mondo

Nel mondo ma non del mondo. Oppure: una vita diversa in questa vita. Si può? Pare proprio di sì. Nel senso che ci si può riempire di letizia, che è più della gioia, sfuggendo alle logiche contemporanee.

Due casi.

Sabato 30 settembre. La chiesa delle clarisse cappuccine di Fermo è gremita. Tanti i giovani e le giovani famiglie presenti. Sull’altare, un tonante predicatore cappuccino di «antico pelo». Accanto, mons. Mario Lusek e don Giordano Trapasso. Alle spalle lei, suor Maria Sara del Vangelo, al secolo Vincenzina Pompeo, che festeggia il 25° anniversario di professione religiosa. È suora da un quarto di secolo. Ed è raggiante, gli occhi lucidi, il sorriso pieno. Da qualche tempo è anche badessa dell’antico convento che si trova a Fermo in uno dei luoghi più suggestivi: la discesa di via degli Aceti. «Non è la fedeltà di suor Sara – scoppietta il predicatore – è la fedeltà di Dio a suor Sara», quel Dio che ci sta sempre appresso anche se cadiamo mille e mille volte.

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Vicino alla festeggiata ci sono le consorelle, saio marrone francescano. Le stesse che in autunno portano il «Crocefisso miracoloso» sulla terrazza più alta dell’edificio. E da lì – mons. Gennaro Franceschetti lo faceva sempre – fanno benedire il mare, la collina, i monti, e le loro comunità. Nel mondo, per il mondo, ma in modalità diversa.

Le clarisse cappuccine ospitano da dopo il terremoto le suore dell’Immacolata di Montegiorgio, giovanissime e bellissime. Anche loro partecipano al rito e condividono la festa della badessa.

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Domenica 1 ottobre. Monte San Martino. Il monastero delle benedettine è lesionato. La folta comunità monastica s’è rifugiata nella foresteria. C’è una piccola cappella. Usano quella.

Tra i veli neri ne spicca uno bianco. Quando si volta, appare il volto giovanissimo della novizia. È suor Maria Letizia Sollecchia che fa la sua professione monastica temporanea «nelle mani di padre Giuseppe Casetta, abate generale della Congregazione Benedettina Vallombrosana».

Letizia di nome e di fatto. Si manifesta pienamente quando suor Maria abbraccia le consorelle.

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Il rito è semplice. La Madre badessa chiama per nome la novizia che risponde «Eccomi» e poi legge la scheda di professione scritta di suo pugno.

C’è tanta gente anche qui. Sembra quasi un matrimonio. Terminata la messa, si accede nel piccolo chiostro. Ci sono i cibi preparati dalle monache. Si ride si scherza si fanno foto.

Partecipa a tutto anche suor Maria Beatrice, 97 anni, intelligenza viva. Testimone evidente che si può vivere così.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, giovedì 12 ottobre 2017

#Chiesacattolica #ClarisseCappuccine #Benedettine #Fermo #MontesanMartino