Successo ungherese per la Banda interprovinciale Fermano-Maceratese

Dopo la Bielorussia, lo scorso gennaio, e in vista di Mosca, la primavera prossima, la Banda Giovanile Interprovinciale del Fermano-Maceratese, ha riscosso un grande successo in Ungheria.

Il gruppo musicale formato da circa 60 adolescenti guidato dai maestri Lelio Leoni e Mauro Stizza ha partecipato dal due al sette agosto al tradizionale International County-Wandering Festival. L’evento nato nel 2002 porta, nel mese di agosto, musica e spettacolo in giro per città e paesi dell’Ungheria. Da qui il nome più familiare di Contea-Errante.

Banda

La Banda Interprovinciale del Fermano-Maceratese ha eseguito una serie di concerti insieme ad altre formazioni provenienti dalla Turchia, Lituania, Ungheria. Per l’Italia era presente anche un gruppo pugliese. Le esibizioni sono state tenute in alcune località termali. Quartier generale dell’iniziativa e base logistica per i giovani strumentisti italiani è stata Makò, la città più fiorita d’Ungheria, come è stata ribattezzata da tempo, la cui principale attrazione turistica è la fonte di acqua termale.

Banda2

La Banda Interprovinciale si è fatta notare per le proposte musicali, per la serietà dei comportamenti anche al di fuori dei concerti, per la simpatia e vivacità espressa da tutti i componenti, primi tra i quali i maestri concertatori che più volte hanno inscenato sul palco siparietti improvvisati catturando l’attenzione del pubblico e ricevendo vere e proprie standing ovation.

Diversi anche i genitori che hanno accompagnato i giovani marchigiani nella loro tournée ungherese.

La Banda Interprovinciale, nata da un paio di anni in un rapporto molto stretto specie tra le realtà musicali di Montegiorgio e Montesangiusto, è riuscita a mettere insieme sino a 60 giovani strumentisti.

banda3

«Siamo molto contenti di come stanno andando le cose – spiegano i maestri Leoni e Stizza, entrambi trombettisti -, oltre all’aspetto musicale, i ragazzi vivono una bella esperienza insieme, educativa e di amicizia, che, in frangenti come gli attuali, non è davvero poco».

Rientrati a casa, dopo qualche giorno di riposo, la Banda tornerà a prepararsi per la prossima meta: Mosca.

 

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Rubbiano-Vetice: un sentiero aperto

Ancora più di sempre cammino la montagna. Se i sentieri consueti sono chiusi, altri ne esistono e vanno fatti conoscere.

Rubbiano è terra di Montefortino. Poco più in là c’è Balleria, il pianoro del ballo, ed oltre ancora l’Infernaccio e la salita all’eremo di San Leonardo. La strada è sbarrata.

L’otto agosto dello scorso anno andammo in trenta. Dal bosco, e poi dalle rocce, ed ancora dall’incrocio per Capotenna, dalle faggete, uscirono due attori (Laura Subrini e Andrea Valori) che raccontavano storie di quelle contrade un tempo molto vive. Oggi non si può. In quei luoghi no, ma in altri sì. E l’abbiamo fatto, domenica sei agosto.

Una comitiva, alcuni bambini.

Rubbiamo fonte

Rubbiano ha una fonte. Lì ci siamo riforniti. Poi la discesa, poca nell’ombra. Un anfiteatro naturale ci ha permesso di sostare ascoltando di Orseolo e Teuda, delle loro famiglie, della loro economia, che il panno lana qui prodotto competeva con  l’Europa, che Montefortino fece la prima Denominazione comunale, nel Medio Evo, per attestare qualità ed evitare contraffazioni.

Buio quel Medio Evo, eh?.

Occorre fare nomi per evocare e ricordare. Chi non fa nomi, generalizza e dimentica presto.

Scendiamo ancora. Il sentiero si fa stretto.

Rubbano fiume

Ho un cruccio. Tre giorni prima ho compiuto un’ispezione. Il fiume Tenna era completamente in secca. Senz’acqua non c’è vita, non c’è allegria.

Da lontano invece sento lo scorrere. Mi rincuoro. Andiamo giù piano, l’altro giorno ho incontrato alcune serpi, una aveva il gozzo pieno, forse un topo inghiottito.

C’è acqua, invece. Non mi pare vero. Tutti a mollo. Mi tolgo scarponi e calzettoni, attraverso, acqua gelida, ci vuole proprio.

Rubbiano Roccaccia

Hanke, che è tedesca, non s’aspettava che la rana marrone le saltasse sui piedi. Strilla un attimo. La vegetazione è folta. Sopra c’è la Roccaccia. Il luogo è giusto per raccontare di Cecco d’Ascoli, dell’Acerba, del duro confronto con Dante, del rogo fiorentino, delle orgogliose parole tra le fiamme: «L’ho detto. L’ho insegnato. Lo credo». Storie di magia ed esoterismo.

Si sale per Vetice. Una fontana ci accoglie. È quasi un bagno per ognuno, fa caldo forte.

Abbiamo impiegato circa due ore. Ora ci attende un’altra avventura. Le monache di Amandola sono sfollate. L’antico monastero del centro ha avuto lesioni. Rifugio è stato trovato in campagna, a mezza costa tra contrada San Lorenzo e il crinale di Marnacchia. Si sono sistemate come meglio hanno potuto. Dal terremoto non hanno più avuto gruppi. L’ospitalità è il cardine benedettino. Avere della gente intorno è quasi un dogma. Andiamo. Ci sorridono «sorelle» bianche e nere (nigeriane). La Madre badessa suor Scolastica è raggiante.

Rubbiano Sibilla

Il pranzo è pronto. Ottimo, gustoso, colorato. Due tavolate vivaci. E un’allegria che cresce dopo un ulteriore bicchiere di grappa alla pera.

Sotto la tettoria di legno, sarebbe il momento di Battisti, Dalla o Battiato. Stavolta siamo privi di chitarristi. Rimediamo con un passo de I Promessi Sposi (il cardinal Borromeo che s’incontra con l’Innominato) e con la storia locale dei Farfensi. I discorsi scivolano anche altrove. La giornata è stata bella. Se ne architetta un’altra. Sempre per sentieri di montagna. Che ci sono e sono stupendi.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 13 agosto 2017

#destinazionemarche #montisibillini #rubbianovivo #Montefortino

 

 

 

RACCONTI DELLA MARCA. Il sacco di Castel Clementino. E lo scacco di Jean

Alba del 28 maggio 1799. Un giorno che Castel Clementino non avrebbe  dimenticato.

Lungo la piana silenzio di uomini; troppo e improbabile silenzio. Solo il fiume Tenna in piena ruggiva contro gli argini. Anche i lupi, lassù sulla montagna tra Amandola e Santa Vittoria in Matenano, avevano smesso la notte precedente di ululare alla nascosta luna di quella piovosa primavera.

Gli Insorgenti erano all’erta dietro le mura di quel Borgo nuovo. Quell’immenso ristagno di voci li preoccupava.  Continuavano a fissare l’altra riva, dalla parte del mulino Miconi. Il conte Clemente Navarra, di vedetta nella torre del suo palazzo,  era stato chiaro: i Francesi sarebbero arrivati da un momento all’altro. La cittadina era in pericolo, con essa le abitazioni basse degli artigiani e quelle fuori porta dei bifolchi, della gente qualunque e dei personaggi in vista, di chi, insomma, giacobino non fosse.

servigliano

Castel Clementino, l’odierno Servigliano

Le giacche blu il giorno precedente avevano sfilato al Girfalco di Fermo per poi raggiungere rapidissime Querciabella, riposarsi, acquattarsi tra le selve dinanzi a Castel Clementino, passare la notte. Non potevano tollerare che gli Insorgenti si acquartierassero in un punto strategico della valle. Fossero restati in montagna, a Montegallo, Montelparo o Norcia, poco male. Ma a Castel Clementino, no!

L’oscurità era calata in fretta complice un cielo sempre più minaccioso.  Quel posizionarsi per sfuggire agli occhi dei rivoltosi riuscì utile al soldato Jean. Il suo zaino scoppiava. Tutto quel che nei giorni precedenti aveva potuto sottrarre nelle chiese, nelle povere o ricche abitazioni messe a ferro e fuoco dalla sua compagnia, lo aveva stipato lì dentro. Era il suo bottino e il suo avvenire. Assicurazione sul futuro. Ora però doveva nasconderlo. Non voleva rischiare di perderlo nello scontro. Contò cento passi dal mulino; non visto, scavò una buca presso una frondosa roverella. Gli occorsero pochi minuti: la terra era molle.

Da lì a poco iniziarono gli spari. Più giù, dove il fiume batte contro l’irto scoglio della Castelletta, una trentina di uomini impegnavano le truppe di Bonaparte. Anzi, dritto sullo scoglio, un giovane nell’uniforme candida dei Borboni sfidava con la sua sparuta pattuglia gli invasori francesi. Un temerario. Ma passò poco tempo che quel corpo cadde colpito nelle acque furenti. Lo trassero a riva, i suoi uomini, che subito tornarono indietro, tra le mura. Luigi era il nome del caduto e Navarra il cognome:  il figlio del Tenente Generale.

Queste cose Jean non le sapeva. Sentì invece l’ordine d’attacco al borgo. Corse leggero sotto il tiro dei “cafoni”. Si fermò soltanto per inastare la baionetta. La prima porta del paese si frantumò sotto i colpi del cannone. Agli Insorgenti non restò che ritirarsi verso monte, verso Santa Vittoria in Matenano, lasciando sul campo morti, feriti e incendi.

Jean era soddisfatto, la giornata di battaglia stava già per concludersi. Forse un nuovo bottino avrebbe riempito un altro zaino. Ma una cosa non conosceva: che il  tesoro da lui sepolto era già passato in altre mani. Il suo vangare attorno alla quercia era stato notato da un insorgente che, complici le tenebre, l’aveva recuperato e portato altrove. Poi, durante la battaglia, quell’uomo era stato colpito. Ucciso forse per mano dello stesso Jean, e ora trascinava  con sé nella tomba il segreto recente di un sogno che svaniva nell’alba di Castel Clementino.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 13 agosto 2017

#destinazionemarche #insorgenza #raccontidellamarca

 

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. La resistenza dei fratelli Bocci. La montagna e il terremoto

Gloria, Loriana, Cristiano. Tre fratelli. Tutti giovani. Sono la famiglia Bocci, di Piedivalle. Da cinque anni gestiscono l’Hotel Ristorante Ambro. Lo hanno preso in affitto dai Padri Cappuccini. La struttura era chiusa da quattro. Ce ne sono voluti due per rilanciarla. Altri due per esserne soddisfatti. Uno per conoscere la durezza di un terremoto che, pur non avendo minimamente intaccato la struttura, ha impaurito i visitatori del vicino Santuario.

Incontro il terzetto in una giornata di sole e di gran caldo. Sediamo sotto al portico. «Lo scorso anno, di questi giorni, – spiegano – nel pieno delle ferie, saremmo già affaccendati in cucina, al bar, tra i tavoli». Ora la clientela è diminuita di molto. La chiusura del Santuario si fa sentire anche in questo genere di economia.

Sul ponte e dinanzi alla chiesa c’è gente, ma non è quella del gran turismo, dei pulman, dei viaggi organizzati.

Bocci

Da Sx: Cristian, Gloria e Loriana

I nostri non si scoraggiano. Sono gente di montagna. Le più loquaci, in ordine, sono Gloria e Loriana, entrambe diplomate all’Istituto Psico-pedagogico di Ascoli Piceno. Loquaci, dirette e molto concrete. Cristiano è il più giovane. S’è diplomato all’Agraria di Ascoli Piceno, ed è un conoscitore di funghi e tartufi, oltre che amante di montagna.

Al di là del fiume c’è Il Chioschetto nel Bosco. Lo gestiscono mamma Mariangela Flammini e papà Pietro Boschi. Insomma, una famiglia di ristoratori che ha come capostipite nonno Giuseppe Flammini, oggi 96 enne. Fu lui ad aprire il chioschetto 55 anni fa coadiuvato da nonna Giovanna.

sdr

Il Santuario della Madonna dell’Ambro

Tornando ai giovani, ne hanno pensate e fatte tante per rilanciare la struttura: Festa di Capodanno, festa di Carnevale, aperitivi particolari, apertura continua. Ma la ricetta vincente è la cucina. Gloria, Loriana, Cristiano vi si alternano per preparare tagliatelle ai funghi e ai tartufi, gnocchi, gorbini e grigliata di carne. Mestiere imparato dai nonni. I prodotti vengono acquistati dalle aziende del territorio, così come i vini, il miele, le marmellate. O come la Genziana e l’Amaro dell’Ambro. Chi non è ai fornelli, porta in tavola e si occupa del bar. Nei momenti migliori, l’hotel (11 camere) e il ristorante (un ferragosto furono 500 i coperti) hanno avuto bisogno di collaboratori. Vi hanno trovano occupazione i ragazzi di Montefortino, Amandola e paesi vicini.

I giovani Bocci hanno sentito dell’impegno della Carifermo per il restauro del Santuario. «È una gran cosa, dobbiamo ripartire su ogni fronte, non dobbiamo mollare». Ma è dura. A settembre scorso hanno ricevuto circa mille disdette. Resta la speranza. Loro amano la propria terra. Qualcuno li ha definiti i «nuovi patrioti».  Intanto, portano con sé i piccoli Federico (figlio di Cristiano) e Cristian (figlio di Loriana). Chissà che anche loro…. Sarebbe bello, dicono.

La Scheda:

Gloria e Loriana si sono diplomate all’Istituto Psico-Pedagogico di Ascoli Piceno. Gloria ha lavorato per sette anni presso il Caffè Belli di Amandola, al servizio ristoro della Tamoil, all’Agriturismo Madonna dei Piani e all’Acqua Gallo. Loriana è stata invece dipendente della Merloni a Comunanza e presso un Supermercato.

Cristiano, dopo il diploma in Agraria, ha lavorato presso la cantina Polpuva di Offida e poi è diventato legnaiolo.

Alla fine, hanno deciso di mettersi in proprio. Restando in famiglia. Accettando la proposta dei Cappuccini.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 12 agosto 2017

#destinazionemarche #santuariodellambro #mangiarbene #mediterraneandiet

 

 

 

GENTE DI CAMPO. Ad Alteta, l’azienda de Lu Cònde: suini da adottare. E non solo

Alteta. Borgo medievale. Il terremoto ha fatto danni al minuscolo centro storico. Intorno è campagna. E allevamenti.

In periferia, villette graziose. Tre edifici vicini indicano una famiglia. In mezzo: un laboratorio e una macelleria.

È l’azienda agricola Lu Cònde dei fratelli Corradini. Sono tre: Alessandro, Giorgio e Luca.

Lu Cònde in dialetto sta per Il Conte. Si vestiva da gran signore il bisnonno Giuseppe. Girava con un mantello nero e un bel cappello di feltro. Da Conte, appunto, come lo chiamavano i paesani.

Lu Conde macelleria

La macelleria de Lu Cònde

Nonno Nello – il figlio – iniziò come coltivatore diretto nel 1968. Il sistema era quello tradizionale: la rotazione triennale dei campi: grano, foraggio, ecc. Nessun sfruttamento della terra. Grande rispetto, invece, come per mille anni avevano fatto i contadini.

Poi Nello, con suo genero Mario, marito di Maria Pia, ha iniziato ad allevare suini, a ciclo chiuso.

La terza generazione – quella appunto di Alessandro, Giorgio e Luca – ha continuato sulle orme di nonno e padre.

Oggi, negli allevamenti, alcuni dei quali intorno al suggestivo Casino Merli, ci sono 30 scrofe e, a rotazione, circa 300 maiali.

Nel 2005, la nuova svolta. Oltre all’allevamento si è aggiunta la trasformazione delle carni. La carne di suino è diventata salsiccia, salame, mortadella, prodotti naturali, conservanti zero. I mangimi dati ai maiali, che scorazzano liberi nei campi insieme ad altri animali – c’era anche il bufalo Arturo -, è il prodotto di quanto coltivati dai fratelli Corradini che impiegano anche un piccolo mulino domestico.

Lu Conde Alessandro

Alessandro Corradini

Alessandro, occhi azzurri e capelli da moicano, è stato intervistato recentemente – il 30 luglio – da Linea Verde estate. La Rai s’è incuriosita, parimenti, del borgo di Alteta e delle farine de Lu Cònde che ha messo a dimora grandi antichi come la Jervicella, il Saraceno e, in modo speciale, il San Pastore che è un grano rosso poco conosciuto e molto originale.

Sotto una tettoia di legno, parlo con Alessandro. «La campagna è bella quanto dura. Ed è molto dura. Solo ieri, domenica, mi sono preso una giornata di svago. Ce ne sono poche altre». La famiglia Corradini punta sulla qualità. I clienti vengono ad acquistare in macelleria dai paesi vicini, ci sono anche diversi agriturismi che hanno iniziato a proporre le loro carni. C’è poi l’iniziativa «dell’adotta il tuo maiale». Hanno aderito soprattutto le famiglie del nord Italia che passano le vacanze nelle Marche. Hanno scelto l’animale, lo seguono in foto ma anche dal vero, ne acquistano la carne dopo la macellazione.

Poi ci sono i turisti olandesi, svedesi e norvegesi. Prima di acquistare vogliono sapere, vedere, capire. «Sono molto attenti alla salute».

In quanto tempo cresce un maiale? Alessandro risponde come risponderebbe suo nonno: «Due stoppie» che è il tempo che va dalla raccolta del grano alla semina: 9 mesi circa, «mangiando, dopo lo svezzamento, farine di granturco, orzo crusca e pisello proteico».

Le ore di lavoro? «Non si contano: dalle sei del mattino a quanto le forze scemano».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 11 agosto 2017

#Alteta #destinazionemarche #mediterraneandiet #suini

 

RACCONTI DELLA MARCA. La pira di Cecco

«L’ho detto. L’ho insegnato. Lo credo». La leggenda nera ripete ancora queste parole aguzze. Le pronunciò, sul rogo dell’Inquisizione, Francesco Stabili. La pira ardeva dinanzi alla chiesa di Santa Croce a Firenze. Colui che venne chiamato Cecco d’Ascoli le urlò al popolo riunito. Si dice anche che l’autore dell’Acerba non morisse tra le fiamme, che, sì, il suo corpo si consumasse a stento, ma che la sua anima trattata ingiustamente continuasse a vagare per i Monti sibillini, dove l’eco di quelle parole può essere ascoltata nelle sere di vento all’imbocco dell’Infernaccio, in terra di Montefortino.

Come le si udiva nella torre di Amandola, dove fu rinchiuso dopo la cattura.

cecco

Uno sfogo, orgoglioso, il suo, contro quell’abate, o forse quel priore, che comandava il monastero-seminario di San Leonardo, e che tanta parte ebbe nella condanna del medico filosofo astrologo ascolano, nemico acerrimo di Dante. Acerba contro Commedia.

Lì, Cecco, in quel luogo nascosto si era rifugiato.

Era l’estate del 1297. Non oblato, non converso, non monaco.

Non immune, dunque. Nessuna protezione particolare. Raggiungibile dunque dalla legge di chi fa la legge.

La causa di condanna fu per «de maleficiis commissis in personam». Malefici  ai danni di un tal Brocardino o Moscardino. C’è chi racconta però una storia diversa. Quella di un’invidia mai sopita da parte del Cancelliere frà Raimondo vescovo di Aversa, alla corte del Duca di Calabria, primogenito di Roberto D’Angiò.

Frà Raimondo ebbe gioco facile dopo un responso di Cecco su Giovanna, figlia impudica del Duca, e sulla prossima discesa in Italia dell’imperatore Ludovico il Bavaro.

Quell’invidia, quei responsi furono alimento per la pira.

E, forse, quelle parole riecheggiano anche ai bordi degli Occhi di serpente, intorno a quel del lago di Pilato dove una stele latino-volgare fece parlare di Cecco.

Ma non le udremo, le parole, non udremo l’imprecazione superba nei giorni del grande via vai. Le udremo di notte, quando il Gran Gendarme vigila solitario e taglia le correnti impetuose.

O in quel 21 di giugno, giorno di solstizio ed evocazioni.

Evocazioni che ancora oggi si compiono, tra un salmodiare vergognoso di strani tipi risalenti da Foce o discendenti dal Vettore.

Il libro del comando, Cecco, la dominazione degli spiriti della natura… Un tutt’uno che lega magia nera a magia bianca, negromanzia a esoterismo. L’antico sogno, la pretesa di dominare quella piccola palla d’infinito che è la nostra terra, di possederne i segreti, come se la forza vitale in essa sottesa, quel soffio divino degli inizi, potesse appartenerci.

 

Non era Pilato il nome secolare dello specchio d’acqua.

Era Lago dei negromanti sino al 1300.

Poi tanto cambiò. Tutto cambiò.

In quegli anni, Cecco s’aggirava per valli e cime.

Dicono avesse studiato nel monastero ascolano di Santa Croce ad templum, «il centro propulsore dell’esoterismo templare».

Templari, ancora loro. Leggenda nera. Eppure…

Il “Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo dà gloriam” era inciso su portali e lunette di antiche case di Montemonaco.

Ora qui, noi, oggi, ascoltando il vento e il linguaggio delle faggete, ascolteremo ancora racconti.

Scorgeremo anime di corpi che questo sentiero hanno percorso.

Udremo non udendo le loro invocazioni.

Ed avremo pietà. In primo luogo… di noi stessi.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 9 agosto 2017

#ceccodascoli #astrologia #sibillini #destinazionemarche

 

 

 

 

 

Racconti della Marca. Il Cavaliere e la sua Cerca

Quel giorno mi alzai con la testa che esplodeva dal dolore.

Una luce nuova veniva dritta dal sole.

Guardai fuori, e misi pian piano a fuoco
la torre merlata, i camminamenti, le inferriate.

Un altro inutile e cattivo giorno!

La sera precedente era stata di bagordi, come sempre, d’altra parte. E la notte piena d’angoscia.

il cavaliere

Ma quel giorno – e proprio quel giorno –  mi svegliai assalito dall’unica domanda sempre rinviata: come si fa a vivere?

Come si fa a continuare un’esistenza insignificante?

L’avevo sempre ubriacata nelle bettole, quella domanda; l’avevo violentata nei postriboli più abietti, frantumata nelle sfide cariche di odio; annientata sui campi di battaglia con il sangue che scorreva a mezza zampa di cavallo.

Ma quel giorno – e proprio quel giorno – emerse improvvisa e inaspettata.

E fu insinuante, prima; prepotente poi… e devastante, infine.

Qualcosa che spingeva dallo stomaco, risaliva il petto, torturava la mente. Un tarlo che aveva rosicchiato una corazza fatta di scorza tanto dura quanto falsa e fragile.

L’armatura era pronta. La spada lucida, l’arco stagionato, la freccia ben appuntita.

Il possente cavallo d’appennino mi attendeva scalpitante.

E anche i compagni erano lì, nel piazzale delle armi, per un giorno di caccia, l’ennesimo. E di scorrerie… e di violenze. E di inutilità.

Ma quel giorno fu diverso.

antro

Non so come, ma all’improvviso, come un lampo senza tuono, all’improvviso di fronte a me, come da uno squarcio del tempo e dello spazio, si materializzò un volto: mia madre, morta tanto tempo prima. Un volto che si moltiplicava sui muri, si rifletteva negli specchi, correva sui soffitti. Di una tristezza profonda mai scorta prima. Che inchiodava ricordando, che parlava stando zitta, che tirava via le maschere posticce, che penetrava l’ultima difesa.

I miei amici tiravano sassi alle finestre.

Il tempo mio s’era fatto breve. E le scorrerie più non bastavano. E le prepotenze non dissetavano.

Quel giorno compresi il male del vivere. Quel rovello che attorciglia le budella era la mia strana resistenza a farci i conti.

Questo diceva il volto di mia madre: farci i conti, sciogliere i nodi, andare giù nel profondo, scorticando l’anima

Ogni attesa altro non sarebbe stata che la negazione di me, l’incapacità di cogliere il succo della vita mia.

Faceva freddo.

Era il vino solitamente a dar carica ed ardore.

Capovolsi la coppa, invece. La gettai furente ed impaurito a terra.

Sul tappeto d’oriente si formò una chiazza che s’allargava lentamente, richiamando il sangue.

Il sangue, la coppa… quel vasello che un tempo raccolse un altro sangue. Il sangue di un uomo appeso ad una croce, il più infame degli oltraggi. Il più blasfemo.

Era lì la risposta? Nella Sua Cerca? Nel raggiungere quell’antro dove i cantori narravano di una vergine a difesa di un segreto?

«Basta violenze», dissi ai miei compagni.

«Basta un vita da beoni e stupratori».

«Chi vuol seguirmi, venga. Avremo solo fame e freddo, bestie e tormenti. Sino a quando non troveremo una risposta».

Nessuno chiese quale io intendessi.

Ogni cuore avvertiva l’urgenza di un senso alle proprie gesta.

Non tutti vennero.

Partimmo in sette.

Lasciando il castello, attraversato il ponte levatoio, mi voltai verso la mia stanza.

E fui di nuovo il bambino che vedeva una donna affacciata alla finestra.

Mia madre sorrideva, ora, e annuiva con il capo.

La Cerca era cominciata.

Ed era benedetta.

#ilcavalierelamorteildiavolo #terradimarca #destinazionemarche