CAMMINO LA TERRA DI MARCA. I giorni di Caporetto. La mostra in Prefettura. Il Sacrario di Redipuglia.

  1. Cento anni fa la disfatta. È il 24 ottobre. Cividale del Friuli e Caporetto vengono investite da un imponente attacco di soldati austro-tedeschi. Una «sorpresa strategica».

Il nostro esercito è travolto nonostante l’eroica resistenza di alcuni reparti di Cavalleria. I comandi italiani litigano. Il fronte interno è spaccato… La linea arretrata del Piave però farà muro e la guerra sarà vinta. Vittoria mutilata, alla fine. 600 mila morti, milioni di feriti, poco o nulla il compenso ricevuto. Inutile strage.

Occorrerebbe condurre gli studenti, dai più piccoli ai più grandi, a visitare il Sacrario di Redipuglia. 100 mila soldati sono lì sepolti.

Redipuglia

Il Sacrario di Redipuglia. Da visitare

Presente. Presente. Presente. Il marmo è bianco. La scala ripida. Un gradino sull’altro, che sembra non finir mai. Il tricolore sventola. Il Sacrario è silenzioso. A parlare sono le scritte. Tutte eguali. Intagliate nella pietra. Come un’onda sull’altra che si rincorre, che sale e che si posa. Finalmente. Dopo la tragedia.

Fate notare agli studenti le date! Leggeranno di ragazzi di 20,19, 18, 17 anni. Finiti nella macelleria della guerra. Inconsapevoli, il più delle volte. Sradicati dalle terre di origine, trascinati via da casa, avviati su strade mai percorse prima. Hanno nomi comuni, come un tempo si usava in Italia: Giuseppe, Salvatore, Giovanni Maria, Armando, Mario, Angelo…

Cosa avrà fatto Angelo il giorno precedente la partenza in divisa? Avrà rifatto il letto di casa, sistemato l’imposta cadente, portato la vacca al pascolo, dato l’ultimo colpo di vanga nell’orto? E Salvatore, il siciliano, avrà visto i boccioli di mandorlo, salutato il suo mare dall’ultimo piroscafo mentre il capo reclinava e il viso s’intristiva?

Una chiamata, un ordine, una mobilitazione. Occhi scuri, occhi chiari; capelli neri, capelli rossi. Decine di dialetti. Mille volti nell’unica uniforme.

bdr

Una scolaresca fermana segue la spiegazione dell’ottimo Daniele Maiani

Tutti eguali: montanari, pescatori, contadini, artigiani, musicisti, muratori. Eguali nel fango delle trincee, tra ratti fame e gelo.

L’esercito italiano ha allestito una mostra: «La Grande Guerra, fede e valori». Ha girato l’Italia negli ultimi due anni. Termina a Fermo, in Prefettura, proprio nell’ottobre del 2017, nei giorni che ricordano disfatta e riconquista. 19 pannelli e un video. Macrostoria ma anche micro. Tratta del fronte interno, locale: degli uomini estirpati dai campi, delle donne che ne presero il posto, delle munizioni preparate all’ITI Montani, dell’accoglienza non sempre convinta dei profughi friulani, dei bombardamenti della flotta austriaca alle nostre coste: da Pesaro a Porto Potenza, del treno armato di Porto San Giorgio.

Va visitata, letta, approfondita. Discussa. Con nello sfondo però quella scalinata bianca di Redipuglia e quelle scritte: Presente. Presente. Presente. Con nella mente quelle cime conquistate e perdute che avevano nomi di donna: di mamme, di mogli, di fidanzate. Che nel macello portavano l’ultima gioia.

Nello scannatoio, anche Giovanni Maria ripensò alla famiglia, alla sua terra, ai fiori di casa. Anche Salvatore ebbe l’impressione che una folata di mare gli arrivasse sul monte. Anche l’alpino d’Abruzzo rivide i suoi camosci. E ognuno ebbe forse un secondo per dire: mai più.

Ma non bastò.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 8 ottobre 2017

#guerramondiale #Caporetto #IlPiavemormorò #SacrariodiRedipuglia #DestinazioneMarche

 

 

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MINORI… PER MODO DI DIRE. La passione di Marco il “raccoglitore”

L’ultima sua fatica è sul tavolo di casa. Falerone, storia e cronaca di una comunità è freschissimo di stampa dall’Andrea Livi editore. La presentazione è prevista per i primi di Dicembre.

Marco Armellini ha raccontato il suo paese a partire dai documenti, ricostruendone la vita civile, quella religiosa, le curiosità e le eredità del passato. Opera meritoria e godibile perché scritta con leggerezza.

Marco è un «raccoglitore». Non accetta il termine «collezionista». Mette da parte tutto quanto ha attinenza con Falerone. Ci vorrebbero ore per sfogliare gli album.

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Marco Armellini con in mano un vecchio manifesto

La storia da raccoglitore inizia all’età di sette anni. Come tutti i bambini acquista, scambia, incolla le figurine della Panini. Calciatori in specie. Un po’ più grande, continua, tra l’altro tifando l’Inter (ora è del Genoa…). Dalle figurine passa poi alla filatelia e numismatica. 10 album all’attivo con francobolli che vanno dal Regno d’Italia, 1860, in poi. Pian piano, lo sguardo si focalizza su Falerone, la storia, le sue radici. La passione scoppia  a Recanati (o Fermo, c’è incertezza), comunque a un mercatino. Curiosando tra le bancarelle salta fuori una vecchia, ingiallita, stupenda cartolina con le loggette quattrocentesche di Falerone. È amore a prima vista, che non lascerà più. Le prove? Una pila di album, che sfoglio con estrema attenzione. Ci sono le immagini di Villa Emilia, della gloriosa ferrovia, del teatro, del monumento funebre romano a Piane di Falerone circondato da agricoltori, il Torrione De Minicis.

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Cartoline dell’Ottocento

Poi ci sono i manifesti, le stampe, le etichette. Tenuti con cura. Ho timore a prendere in mano il manifesto del 1809: occupazione napoleonica delle Marche.

Dal serio al faceto. Marco conserva religiosamente una lettera della Direzione Compartimentale del Lotto. Nella pagina successiva c’è un biglietto. La Direzione comunica che sono scaduti i termini per ritirare la vincita. La legge non ammette ignoranza. Povero Gaetano Casciardi che non si presentò a ritirare la somma. Anno 1914.

Torniamo al serio, con la lettera del Comune al Comando Militare tedesco perché non bombardi il paese: c’è una comunità e ci sono anche bellezze artistiche: teatro, anfiteatro, chiesa di San Paolino… 1944.

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Schizzi di statue dell’antica Falerio Picenus

Da un raccoglitore Marco estrae una copia del Mattino Illustrato di Napoli (1927). C’è un concorso sulle Madonne d’Italia. Falerio Marini propone quella faleronese di Vittore Crivelli.

Su l’Universe Illustré, periodico francese del 1874, viene pubblicato un articolo sulla Venere di Falerone “esportata” al Louvre.  Su l’Eco del Tronto (1869) appare un pezzo sulla festa della paglia sempre a Falerone.

Marco ha raccolto anche le etichette delle aziende locali (alcune chiuse da decenni), gli statuti della Società Operaia, i libri del Colucci, del De Minicis.

Un patrimonio di conoscenza enorme.

La Scheda:

Marco Armellini è nato a Falerone il 27 agosto del 1957.

Si è diplomato all’ITI Montani. Appassionato di storia locale, ha pubblicato articoli su diverse riviste. Dal 1993, fa parte dell’AVIS comunale di Montegiorgio. È autore del libro AVIS Montegiorgio, 55 anni di solidarietà, uscito per la collana  Quaderni Montegiorgesi.

Il lavoro svolto nella ricerca storica ha trovato sponda nel figlio Niccolò che ha scritto due tesi di laurea: Il Municipio di Falerone: sindaci e potere locale dopo l’Unità d’Italia, e Partiti, Rappresentanza, Subcultura politica nella prima repubblica: il caso del Comune di Falerone.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 7 ottobre 2017

#Falerone #storiantica #Avis

 

GENTE DI CAMPO. Biofavole per piccoli e adulti. Qualità della Valdaso

Quando scende dall’auto per condurmi nei campi, a Piane di Ortezzano, mi accorgo che è incinta. Tra due mesi nascerà Greta. Alessandra Poggi è felice. La storia della sua azienda ha molto a che fare con i bambini. Non per niente si chiama Biofavole Società agricola Valdaso. Uno dei protagonisti è l’altro figlio, Leonardo, che ha tre anni. Protagonista come? Come piccolo che mangia sano e che Alessandra accudisce con prodotti non trattati e fatti in casa. Da qui la scintilla: se le mamme sono così attente ai bambini occorre che anche le produzioni diano risposte.

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Alessandra Poggi e Augusto Rossi

Alessandra s’è laureata in lingua e cultura d’impresa. Ha girato molto, poi, la scelta di tornare in campagna, come imparato dai famigliari. Suo zio Augusto Rossi ha un frutteto, lo ha ereditato dai genitori Erminia e Guerriero. Lo ha curato anche quando era dipendente pubblico. Ora, con la pensione, l’impegno è cresciuto. Alessandra propone, zio Augusto acconsente. Nasce l’azienda. Marzo 2016. «Come nella maggior parte delle favole è l’amore che spinge i personaggi a compiere un’azione. La  nostra favola inizia da qui, dall’amore per la famiglia, per la tradizione, per la natura». Parlando fino, direi: è il cor business.

bdr

La raccolta delle ultime pesche

Nei tre ettari che risalgono la collina per Ortezzano sono allineati gli alberi di albicocche, susine, pesche, mele, kiwi, noci. Quando visito l’azienda, si stanno raccogliendo ancora le pesche: sono grandi, pesanti, ottime, e le susine ottobrine, anch’esse gustose.

La Biofavole vende la frutta fresca. Ma non solo. Tramite un laboratorio esterno, procede alla trasformazione proponendo sul mercato composte, puree, succhi di frutta e passata di pomodoro.

I pomodori  arrivano direttamente dall’orto che cura la signora Maria, suocera di Alessandra. Ci sono anche le zucchine e le melanzane.

«Ancora oggi – spiega Alessandra – la coltivazione avviene con l’impiego di tecniche tradizionali, come una volta, con il massimo rispetto per il suolo e per l’ambiente». Zio Augusto, dalla barbetta bianca, annuisce.

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Alessandra, da New York ad Ortezzano

I ruoli sono chiari: Augusto si occupa del frutteto, Alessandra gira i negozi (una quindicina sono clienti affezionati, non solo nel fermano, anche nel civitanovese e a Pescara), propone gli assaggi, inventa iniziative (tra poco scatterà l’operazione Natale).

Ruoli chiari sì, ma fino ad un certo punto. «Perché quando c’è da raccogliere, tutta la famiglia, orizzontale e verticale, è impegnata». Anche suo marito Fabio D’Erasmo, dottorando alla Politecnica.

I prossimi passi saranno l’apertura di un laboratorio per la trasformazione, un punto vendita ad Ortezzano, la visita delle scolaresche, e clienti esteri. Per questi ultimi ci si sta attrezzando con l’etichetta bilingue (italiano e inglese) anche perché in estate sono diversi i turisti stranieri che chiedono succhi di frutta e composte senza conservanti e zuccheri.

Nota negativa sono gli istrici (soprattutto) e i cinghiali che se la prendono con l’orto.

Lascio Alessandra e Augusto alle loro incombenze. I campi oggi sono bagnati. Altrimenti avrei incontrato anche Leonardo che zappetta e fa amicizia con la terra.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 6 ottobre 2017.

#Biofavole #valdaso #Ortezzano #amolacampagna #succhidifrutta

 

 

 

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Pace e silenzio intorno alla Basilica Imperiale di Santa Croce

Non si può visitare la Basilica Imperiale di Santa Croce al Chienti (Casette d’Ete) senza percorrere un tratto di strada a piedi. Lo copro, allora, con un gruppo di famiglie, dall’ultima curva prima della chiesa. Mi hanno chiesto di raccontare la leggenda di Imelda e Lotario e di ricostruire la storia dei luoghi. Lo faccio volentieri. Abbiamo l’edificio sacro di fronte e i campi ai tre lati. Qui sorgeva il primo cenobio benedettino, poi la cittadella monastica, questo luogo fu protetto dall’Impero perché uno dei punti della difesa costiera e dei fiumi (Chienti e Tenna) e ambito dal vescovo di Fermo in cerca di danari provenienti dal rivatico (la tassa sugli attracchi e la navigazione). Dico del vescovo Teodosio e dell’imperatore Carlo il Grosso, nipote di Carlo Magno. Narro del cavaliere e della sua amata, dei disperati e dei convertiti. Parlo della conceria e della calzoleria, delle scarpe fornite ai soldati che scendevano lungo l’Adriatico. Ma c’è qualcosa che mi commuove e commuove il gruppo.

santa croce chiesa

È la notte tra il primo e due maggio del 2015. Ho un impegno con me stesso. Lascio l’auto dinanzi al campo sportivo di Casette d’Ete. Mi incammino verso la Basilica. Nessuno in giro. Qualche cane sta latrando. Spira un vento gentile. All’imbocco delle vie per le abitazioni, lungo la strada bianca principale, gli agricoltori hanno posto piccole croci realizzate con canne di fiume. Poche ore prima i monaci benedettini di Norcia hanno celebrato una messa in latino dinanzi ad una folla enorme, specie di giovani. Prima della celebrazione c’è stata una sorta di processione.

Ora invece – le 24 sono scoccate – è il silenzio a prevalere. Ed è questo che dovevo appurare. Le anime dei monaci, dei conversi, dei famigli non piangono più. Dalla terra non si solleva al cielo il lamento di chi ha creduto che la Basilica non potesse risorgere.

Invece, la Basilica è risorta. Ma qualcosa mancava. Mancava un rito, parole antiche, paramenti d’altri tempi, una lingua comune (che non è l’inglese). E tutto questo è accaduto. Prima il rifacimento edilizio. La Chiesa abbaziale è risorta. Poi, la nuova presenza benedettina, quella dell’origine, il filo rosso che lega un luogo e una fede.

Santa Croce monaci

Nei primi anni Novanta dell’altro secolo, quando impegnammo battaglia per la rinascita di Santa Croce, portai a visitare i ruderi al grandissimo Léo Moulin, belga, storico, sociologo, agnostico e già massone. Rimase sbalordito. Invitò a intensificare gli sforzi.

L’altro giorno ci ho ripensato, legando il Moulin amante delle Cattedrali a Ken Follet, il cui ultimo libro La colonna di fuoco, è l’ideale prosecuzione dei Pilastri della Terra e di Mondo senza fine.

Follet che si definisce «ateo non praticante», «va in chiesa con piacere, – racconta Silvia Stucchi – specialmente ai vespri; ammette di continuare a non credere in Dio, ma di trovare importanti non solo l’architettura e la musica sacra, ma anche le parole della Bibbia di Re Giacomo, e, soprattutto, il senso di condividere qualcosa con chi gli sta accanto». Nel volumetto Bad Faith – Cattiva fede, uscito la scorsa estate, Follet parla di sé e conclude: «Quanto tempo ci occorre, spesso, per capire le verità più semplici».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 1 ottobre 2017

#SantaCroce #Monacibenedettini #LotarioeImelda #CarloMagno #KenFollet #lacolonnadifuoco

 

 

MINORI PER MODO DI DIRE. L’eclettica Francesca. Restauratrice e non

Che ci faceva, venerdì scorso, Mary Poppins con la sua enorme valigia in via Medaglie d’oro a Fermo? E che ci faceva quella giapponesina il venerdì precedente?

La grande vetrina luminosa e arredata con gusto lascia intravedere ma non spiega. Il cartello indica che sono davanti a La Bottega del tarlo e del decoro. E lei: la Mary Poppins e la giapponesina, è Francesca Iori, restauratrice e creativa. Soprattutto: un vulcano in continua eruzione. Continua.

Francesca Iori Mary

L’avevo conosciuta da studentessa dell’Istituto d’arte, me la ritrovo imprenditrice eclettica e signora. Ma la simpatia, la spontaneità e la franchezza sono le stesse di allora.

Francesca, ogni venerdì, si concia come le passa per la testa, alle 17 in punto accende facebook e in diretta video dialoga con i suoi amici, ormai tutti fans e in aumento costante.

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Francesca Iori con uno dei suoi lavori

Di che? Del restauro di mobili; realizzazione di decori; dello stencil che è una maschera normografica che permette di riprodurre le stesse forme, simboli o lettere in serie; di sverniciature sì/sverniciature no; di shabby e della «vernice anticrisi». Eh sì, la chiama proprio così: vernice anticrisi. Se l’è inventata lei coadiuvata dal marito Giacomo Fiacconi e dalla collaboratrice Gloria Marozzini. Le ha risolto un grosso problema. La richiesta di restauri di mobili e di decori nelle abitazioni, causa crisi economica, stava calando. Il lavoro era diminuito.

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Che fare per andare avanti? Inventare qualcosa. E di molto utile. Detto studiato e fatto. Francesca sperimenta così una vernice particolare, molto coprente, che non ha bisogno del carteggio del mobile, non puzza, ha sedici gradazioni, ed è adatta per gli hobbisti. Funziona, e lei ne inizia la produzione dopo averne brevettata la formula. È la Colorchic-vernice shabby. Ma fa di più. Inizia ad organizzare anche corsi domenicali. Ma non a casa. A Roma, invece, a Torino, Taranto e in altre città dello Stivale. Una mattinata per insegnare le tecniche e aiutare gli appassionati che portano piccoli mobili da trasformare in mezza giornata. Un successo.

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Come quello alla Fiera del Levante di Bari dove l’attendevano quasi fosse una rockstar. In effetti – ne ho preso visione personalmente – venerdì scorso su fb erano collegati in 1250. I messaggi arrivavano dal Piemonte alla Sardegna.

La bottega del decoro, lo capisco, ma il tarlo? «Qui lo debelliamo completamente», risponde ridendo mentre arriva gente e lei dà disposizioni.

La bottega ha colori accattivanti e rilassanti, a sinistra c’è la stanza delle dirette. Nello spazio più grande Francesca ha posizionato un vecchissimo bancone da falegname. Ci sono armadi, librerie e lampadari da restaurare. Si corre, si lavora, si fa. Con ottimismo.

Qui il futuro è una promessa già iniziata.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 30 settembre 2017

 

 

Un padre alla figlia: un tatuaggio per starci vicino

Racconterò una storia «piccola». Non scriverò né luoghi né nomi. Anzi, ne scriverò uno di fantasia. Perché questo è stato l’impegno preso. Dirò solo che riguarda una famiglia terremotata. Delle nostre terre martoriate, dunque.

Una di quelle storie che non appaiono in tv nelle rubriche strappalacrime. Eppure, può far la differenza in un mondo dove solo il brutto sembra avere cittadinanza comunicativa.

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Mi dà man forte un autore francese. Charles Peguy era solito ripetere che i veri eroi del nostro tempo non sono i rivoluzionari (e quanti dicono di esserlo!), né i condottieri. E io aggiungerei: né le star, né i tribuni mediatici. I veri eroi sono i padri e le madri di famiglia.

Allora, la storia piccola…

Lei è una bambina di sette anni. Frequenta una scuola elementare di quasi montagna. Ha tanti amichetti. Gioca con le bambole e con la mini-cucina, ama i cartoni animati dove protagonisti sono gli animali, li disegna in un quadernone. Ma lei ha anche un problema. È affetta da un diabete molto forte. Da tenere sotto costante controllo. Così, ogni giorno, la piccola deve bucarsi un polpastrello. Prima il pollice, il giorno dopo l’indice, e poi il medio e avanti così, passando da una mano all’altra. Ogni giorno la goccia di sangue serve per tenere sotto sorveglianza la glicemia.

Sono quattro anni che va avanti così. Cristina – massì chiamiamola in questo modo – ha imparato a sopportare la puntura-piccata quotidiana. Un po’ meno le piacciono quei polpastrelli segnati di rosso e quei mini ematomi in cima alle dita. Un po’ se ne vergogna quando scrive in aula, un po’ anche quando gioca con gli altri bambini. È come se si sentisse diversa.

I suoi l’hanno capito. Suo padre l’ha capito. Non ci sono ragionamenti che valgano. Se ne può discutere ma la traccia del sangue resta, come resta l’ombra scura sui polpastrelli color latte.

Occorre allora un altro tipo di persuasione. Di vicinanza.

Ora, altre dita, altri polpastrelli sono segnati di rosso. Sono quelli del babbo di Cristina. Lui ha scelto di farsi tatuare una minuscola goccia di sangue. Esattamente come quella della sua bambina. Per dirle: non sei sola, ci sono io, siamo identici.

Piccola storia. Grande testimonianza.

 

 

Dieta mediterranea. Proposta di legge regionale. Premiato il lavoro del Laboratorio Piceno

Anni di disseminazione culturale; una serie di pubblicazioni tra cui due libri (La Dieta mediterranea, il Tempio della Sibilla, di Lando Siliquini, Le scelte alimentari a Montegiorgio, di Flaminio Fidanza e Mario Liberati); convegni a Roma (ex Ministero dell’Aeronautica), Milano (Teatro di Slow Food in occasione dell’EXPO), nelle scuole, tra i medici, amministratori pubblici, produttori agro-alimentari; iniziative con l’Università di Macerata (International Student Competition).

dieta giacinti

Da Dx: l’assessore regionale Fabrizio Cesetti, il presidente della commissione Francesco Giacinti, Adolfo Leoni

Tutto questo impegno del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea per ricordare che le Marche sono le depositarie della  Dieta mediterranea e che essa può rilanciare turismo, agro-alimentare, prevenzione di malattie, conservazione di paesaggio, oggi trova sponda in Regione. Le delibere dei comuni del fermano: Montegiorgio, Servigliano, Moresco, Campofilone, Smerillo, Petritoli, sono diventate la proposta di legge per la  “Tutela e valorizzazione della dieta mediterranea”, presentata dal presidente della commissione Affari istituzionali, Cultura ed istruzione, Francesco Giacinti, dall’assessore al Bilancio Fabrizio Cesetti e dal presidente della commissione Sanità, Fabrizio Volpini.

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Il presidente del Laboratorio Piceno, Lando Siliquini

Obiettivo è «promuovere e tutelare la dieta mediterranea non solo per il suo valore alimentare, ma anche sanitario, culturale, ambientale, economico e sociale». Per il presidente Giacinti, la Dieta, riducendo la presenza nelle popolazioni di malattie cardiovascolari produce la riduzione della spesa-sanitaria. Lo conferma il presidente della commissione Sanità Volpini. «Buona parte della spesa sanitaria è utilizzata per far fronte ai danni causati da stili di vita errati, tra cui, in primis, l’alimentazione che sappiamo ha incidenza abbia sia sulle malattie cardiovascolari sia sui tumori».

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Il vice presidente del Laboratorio Piceno, Paolo Foglini, diabetologo

L’assessore Fabrizio Cesetti è certo che, «ancor più che nel resto d’Italia, l’identità delle Marche è rappresentata proprio dallo stile alimentare mediterraneo. Cesetti ricorda che Montegiorgio fu protagonista del noto Seven Countries Study.

Soddisfazione è stata espressa dal gruppo del Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea. Il presidente Lando Siliquini, ringraziando i rappresentanti regionali, ha detto: «Il nostro impegno di ricerca e rilancio della Dieta come  essenza del vivere marchigiano ha trovato una sponda e un riconoscimento».

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In occasione dell’Expo 2015 a Milano

La legge con 8 articoli, finanziamento di 15 mila euro per il 2018, mira a diffondere il modello nutrizionale nella comunità marchigiana e nella ristorazione collettiva con una serie di azioni come la formazione nelle scuole,  e verso i consumatori, ma anche con «l’introduzione di prodotti alimentari tipici nelle mense e la promozione di studi e ricerche scientifiche interdisciplinari sugli effetti della dieta mediterranea».

da Il Resto del Carlino, venerdì 29 settembre 2017

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