Intervista al nuovo arcivescovo di Fermo mons. Rocco Pennacchio

Don Rocco Pennacchio è ora mons. Rocco Pennacchio, arcivescovo dell’arcidiocesi di Fermo, eletto da papa Francesco alla sede metropolitana.

Sabato scorso, l’ordinazione episcopale a Matera, alla presenza di una trentina di vescovi; oggi l’ingresso ufficiale a Fermo, con celebrazione nella Chiesa Cattedrale e, qualche momento prima, saluto alle istituzioni presso il teatro Dell’Aquila.

Lo attendono con trepidazione le popolazioni del fermano-maceratese ed anche ascolano. L’arcidiocesi comprende 58 comuni facenti parte delle tre province.

Lo stemma scelto da mons. Pennacchio è uno scudo sannitico semplificato, con la scritta “Ti basta la mia grazia”.

Lo abbiamo raggiunto per porgli alcune domande.

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D’ora in poi la chiameranno “Eccellenza”. Che effetto le fa? Cosa ha provato quando le è stata comunicata la nomina a vescovo?

Sinceramente, sentirmi chiamare “Eccellenza” non mi fa un effetto particolare, se non per il rispetto alla mia persona che il titolo esprime, rispetto che spero di non deludere. Alla notizia della nomina ho provato trepidazione e senso di inadeguatezza, unite a un po’ di dispiacere per la necessità di lasciare la mia terra. Rapidamente ho recuperato la pace interiore pensando da un lato ai fedeli di Fermo che attendevano un pastore, dall’altro alle tante persone (studenti, padri e madri di famiglia) che per necessità vanno a studiare o a lavorare lontano dalle loro case, persone con le quali mi sento solidale.

 

Il 4 ottobre – tra l’altro festività di San Francesco – lei è venuto a Fermo compiendo due gesti significativi: la visita al Duomo (la Chiesa madre, quella che si scorge da tutti i comuni dell’arcidiocesi), e la visita ai sacerdoti anziani (anch’essi potrebbero essere «scarti» come dice papa Francesco). Scelte casuali?

 Il 4 ottobre, scelta casuale, ero arrivato in anticipo e con mia sorella siamo rimasti incuriositi dalla Cattedrale che mai avevo visto e che mi è parsa subito bellissima. Mi hanno parlato poi di quindici sacerdoti anziani ed è scaturito il desiderio di conoscerli; i sofferenti, specie se presbiteri, sono un monastero invisibile che sostiene la Chiesa con la preghiera e l’offerta di sé.

Verrà in una grande arcidiocesi che comprende mare colline montagne, che si stende su tre province. Cosa la impressiona?

Immagino che da un lato ci sia un’identità di popolo, anche religiosa, ben definita; dall’altro situazioni sociali, culturali, ecclesiali diversificate. Cercherò di conoscere l’ordinarietà della vita delle persone e accogliere le loro speranze, senza creare aspettative che potrebbero andare deluse. Mi impressiona un po’ il tempo necessario per compiere questo percorso.

Molti giovani, specie quelli della costa, risentono della cultura contemporanea: società liquida e sballo. Altri sono distratti se non lontani. Come recuperare un dialogo, attraverso quali modalità ed anche mezzi?

Valorizzerò tutte le risorse che la diocesi già da anni ha attivato nell’ambito della pastorale giovanile. L’annuncio di Cristo alle persone giovani mira innanzitutto a far riscoprire quanto sia bella l’esperienza autenticamente umana. Penso che se i giovani, a partire dall’esperienza scolastica, incontrano riferimenti sani, umanamente maturi, capaci di mettersi in ascolto e di camminare con loro, comprendano nel loro cuore e sappiano discernere il bene e il male. La Chiesa ha questo compito, propedeutico all’annuncio esplicito del Signore Gesù.

La nostra terra ha risentito sino a qualche decennio fa della tradizione monastico benedettina (preghiera, senso del lavoro, ospitalità) e di quella conventuale francescana (amore per il creato, parsimonia, non spreco, carità). Come mantenere e rilanciare questo spirito anche in presenza di numerosi monasteri e conventi, alcuni anche molto fiorenti (Monte San Martino, Amandola, Montegiorgio, Santa Vittoria in Matenano)?

 I religiosi, e tra essi, l’esperienza contemplativa, arricchiscono la Chiesa semplicemente con la loro presenza. So che diversi monasteri sono punti di riferimento spirituale anche per tanti sacerdoti e io stesso penso di diventarne un “cliente” abituale. Farò tutto il possibile perché le tante persone consacrate presenti in diocesi rimangano fedeli al carisma dei fondatori e che risplenda sempre più.

L’arcidiocesi è ricca di Movimenti ecclesiali: dal Cammino Neocatecumenale ai Focolari, da CL a Rinnovamento nello Spirito. Come intende avvalersene?

Le aggregazioni ecclesiali sono una ricchezza per tutti, anche perché spesso riescono ad attrarre tanti che abitualmente non frequentano i luoghi tradizionali della fede. La fedeltà alle idee forza da cui sono nati i movimenti va sempre coniugata con il discernimento ecclesiale che accompagna lettura della realtà e le attese degli uomini, per questo la comunione intorno al vescovo è indispensabile perché la missione sia più efficace. L’ecclesialità non va semplicemente declamata ma vissuta nel quotidiano; penso, in tal senso, al lavoro ordinario delle tante parrocchie e dell’Azione Cattolica.

La nostra terra ha un punto di debolezza nella sua disomogeneità (montagna, collina, mare). Le popolazioni hanno sempre visto nella Chiesa un momento unificante. Che tipo di rapporto vorrà instaurare con le istituzioni pubbliche e le comunità?

Siamo tutti, in modo diverso, al servizio della comunità, perciò è necessario lavorare insieme, nel rispetto dei ruoli. La profezia della Chiesa dev’essere limpida e libera nel rapporto con le istituzioni e, per evitare di scadere nella demagogia o nel qualunquismo, dovrà sforzarsi di comprendere la complessità delle situazioni. Se si ha a cuore il bene comune, che viene prima di quello individuale, si ritrova inevitabilmente l’unità.

Lei è il primo Vescovo di Fermo preveniente dal Sud…

 L’incontro tra esperienze distanti geograficamente non può che arricchire. Mi permetta uno spot per la mia città, Matera, proclamata capitale europea della cultura per il 2019. Quando si è onorati da tale riconoscimento è segno che i valori, anche religiosi, e la cultura alla base della mia formazione, possono incontrare e fecondare nuove esperienze. Spero di essere all’altezza…

 

 

 

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MINORI… PER MODO DI DIRE. Le mani d’oro di Ivo l’ebanista

Amandola. La parte più alta della città: Castel Leone. Ci sono le antiche carceri, il palazzo dei Mainardi, la Torre medievale, e lui, Ivo Ortolani, uno degli ultimi ebanisti che fecero grande, nei secoli, questa terra di montagna. In un recente convegno sulla trasmissione della cultura artigiana si è detto disponibile ad insegnare il mestiere ai giovani… qualora ce ne fossero.

Lo incontro in un giorno di freddo, i Sibillini sono bianchi a metà.

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Ivo Ortolani l’ebanista

L’appuntamento è davanti al suo palazzetto che fu sede del municipio e di un educandato della Congregazione delle Sorelle della Carità. Qui Ivo ha un laboratorio (oltre che casa). Un grande laboratorio. Il terremoto lo ha reso inagibile. Danni non gravissimi, ma tali da renderlo inabitabile e impraticabile. E qui ha imparato il mestiere lavorando da dodici anni in poi con suo padre Vincenzo e tanti altri falegnami. «Nei momenti migliori ce n’erano cinque/sei più noi di famiglia». Il sig. Vincenzo ha lavorato sino a 75 anni lasciando poi l’impresa ad Ivo nel 1984.

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Gli spazi sono tanti: ne conto sei più le cantine e gli sgabuzzini. La stanza più grande era il refettorio delle suore.

Insomma, quasi una fabbrica dove si faceva di tutto: infissi, finestre, scrivanie, credenze, scrittoi, cornici ad incastro, ed anche serrature e cerniere. I macchinari, vecchi e moderni, sono ancora tutti lì: torni per diversi usi (addirittura uno a pedale del 1800), incudini, macchine a mano per la vernice, pialle normali, pialle combinate, seghe a mano ed elettriche, taglierine, levigatrici a nastro. Un patrimonio, che Ivo ora non può usare.

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L’arte di ebanista, che è diversa da quella di falegname, Ivo l’ha imparata grazie a Vittorio Fratini, bravissimo artigiano.

Mentre mi racconta di sé, della sua famiglia (la moglie Barbara è morta sei anni fa), della figlia Alessandra che vive a Bologna, e di Enrica, che fa l’insegnante e lo ospita a casa sua in attesa dei lavori di ristrutturazione dell’abitazione originaria, arriviamo dinanzi ad una buca sul muro. È apparsa dopo il crollo di alcuni intonaci. È quadrata. Si trova in una intercapedine. Un nascondiglio. Ivo ci ha infilato una mano e ha tratto fuori una serie di biglietti, scritti alcuni in latino altri in italiano, con calligrafia minuscola e svolazzante, e con un pennino dall’inchiostro seppia. Li ha chiamati scherzosamente «pizzini». In uno di questi si legge un nome, esattamente una firma: Luigi Pochini. Il fatto che fossero celati alla vista ha creato una certa più che curiosità.

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Ivo me li spiattella su un tavolino. La lettura non è semplice.

Lui è molto concreto, non ci fa troppo caso. Ha ben altro cui pensare: ad esempio al lavoro che porta avanti con difficoltà non avendo più, per ora, la sua bottega.

La Scheda:

Ivo Ortolani è nato in Amandola il 19 luglio del 1947.

Dopo la quinta elementare è entrato a bottega dal padre Vincenzo, imparando il mestiere guardando e provando. La sua passione, oltre al legno, è quella della meccanica. Ha costruito da sé più di una macchina da lavoro. Amante della montagna, ha prestato servizio militare con gli Alpini della Taurinense a Cuneo. Ama la bicicletta. Ma il suo amore vero è il motociclismo. In una stanza del suo palazzetto è parcheggiata una grande Honda 600, con cui, tempo permettendo, scorrazza per le strade di Amandola e non solo. Nella cantina dispone di alcune piccole botti dove ricovera il vino cotto fatto in casa per la famiglia.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 2 dicembre 2017

#ebanista #legno #falegname #Amandola #Sibillini

 

GENTE DI CAMPO. Le confetture di Nonna Maria

Vallata dell’Aso, territorio di Lapedona. Bella terra piana sino al fiume e bella terra collinare che s’arrampica sino ai centri abitati sui cocuzzoli.

Lungo la strada di valle, un po’ arretrata, trovo la bottega di generi alimentari “Il Gusto”. La gestisce la signora Luciana Damiani. Sotto, è stato ricavato un laboratorio: lindo, ordinato, efficiente. È qui che incontro la famiglia Fazi: gli sposi Daniela e Fausto (figlio di Luciana), con i piccoli Bianca di 20 mesi e Diego di sei anni.

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Daniela e Fausto Fazi

L’azienda si è data un nome particolare: Nonna Maria di Properzi Daniela. Dove Daniela, come dicevo, è la moglie di Fausto, e Maria è in effetti la nonna di Daniela.

Quando, per realizzare un poster, hanno chiesto a nonna Maria di mostrare le mani (solo le mani) con le confetture che sono il prodotto aziendale, l’anziana signora si è presentata al fotografo con gli orecchini più belli e dopo essere passata dalla parrucchiera. Questione di stile. Ma c’è da dire che nonna Maria è all’origine, involontariamente, dell’impresa della nipote. Era lei, da sempre, a fare quelle marmellate talmente buone da spingere Daniela a carpirle (bonariamente) la ricetta e metter su, due anni fa, l’attività che condivide con il marito. Confetture dunque come core business, per parlare fino. A cominciare da quelle di pomodoro. Fausto e Daniela li coltivano in un pezzo di terra vicino a casa.

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I tipi sono tre: il Cencara, dotato di consistente polposità; la pera d’Abruzzo, dall’intenso profumo; il datterino, contraddistinto dalla dolcezza. Diventano passata di pomodoro e pomodoro pelato, che è un mix di cencara più due foglie di basilico.

Ma le confetture sono anche di altra specie, a cominciare dalla famosa ricetta della nonna: Mela rosa e Mosto, per continuare con la Regina Claudia (susine), la Pesca Noce della Valdaso, la Pesca Nettarina-Concettina (una Saturnia senza pelo) originaria proprio della vallata. Poi, marmellate di albicocca e di ciliegie. Su quasi ogni confettura rientrano la mela rosa dei Sibillini e il succo di limone. Non mancano le confetture per saporire formaggi e carni: la cipolla rossa di Pedaso, il peperoncino, l’uva Montepulciano, la pera al vino cotto di Lapedona e la pera allo zenzero, «che va molto forte sotto natale» spiega Daniela.

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Per ora, la famiglia Fazi non ha un frutteto proprio. La frutta viene opzionata dagli agricoltori del posto. Fausto va nei campi vicini e chiede all’agricoltore selezionato di lasciargli, che so, cinque piante di susine, dieci di mele, sette di albicocche. Poi, al momento della maturazione, molto spesso le va a cogliere direttamente con Daniela. Ed inizia il ciclo di produzione: la frutta viene introdotta nel laboratorio, pulita, lavata, preparata per la cottura. Il pentolone è di medie dimensioni, la bolliture è a bassa temperatura. Infine, c’è la fase dell’invasettamento. Tutto rigorosamente a mano. E senza additivi chimici.

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Per il 2018, Daniela e Fausto prevedono di acquistare un campo dove coltivare «frutta antica» realizzando il sogno di un giardino-frutteto.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 1 dicembre 2017

#fruttafresca #confettureemarmellate #dietamediterranea #mediterraneandiet

 

 

 

 

 

VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Il federale senza partito. Antonio Iacopini

Italo Balbo. Il quadrunviro, l’aviatore, l’iscritto insofferente al Partito Nazionale Fascista. Ogni volta che incontro Antonio Iacopini, pizzetto bianco, volto ovale, mi viene in mente il pilota abbattuto da fuoco amico su Tobruk.

Iacopini, 86 anni compiuti, fermano, nato a San Procolo di Monte Vidon Combatte, è stato per 15 anni consigliere comunale a Fermo, dai primi anni Sessanta ai secondi Settanta, gli anni del boom economico ma anche del terrorismo.

Sugli scranni del Palazzo dei Priori rappresentava il Movimento Sociale Italiano, quel partito, secondo molti, erede del Fascismo, per poi svoltare verso le sponde del conservatorismo di destra ma mai liberista.

Lo incontro a casa sua. Mi parla della «nobile gente dei campi».

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L’ex consigliere comunale del MSI

È tornato da poco dalla quotidiana passeggiata con il cane a San Procolo. Ha controllato il suo querceto, ha annusato la sua terra.

La prima tessera del MSI la prese «la prima domenica di ottobre del 1947, giornata di sole». Un amico lo aveva invitato a Fermo per partecipare ad un comizio dell’on. Antonio Grilli, grande oratore come ce n’erano tanti a quei tempi (Togliatti, Paglietta, Andreotti, Almirante…). «Piazza del Popolo era un tripudio di tricolori» racconta. Lo colpirono. Si sentiva al posto giusto, fece la scelta di conseguenza con i soldi che gli aveva dato mamma Adele Mattioli.

Nel 1954 Iacopini si trasferisce a Fermo. Vuole fare il tipografo. Lo assumono allo Stabilimento Tipografico Bonassi. Ci rimane per dieci anni. Con due liti: «La prima, quando i titolari furono accusati di avere assunto un fascista; la seconda quando avevo deciso di andarmene e loro non volevano».

Quindi, la propria aziendina, per trent’anni.

Che ricorda degli anni in consiglio comunale? «Che c’era passione, prima di tutto. E che si affrontavano argomenti notevoli. Io proposi una variante alla Statale 210 sino a San Tommaso, con casello autostradale, ricevendo l’appoggio di un avversario, l’ing. Andrenacci, democristiano». E poi, ci fu il caso OMSA (la grande fabbrica di calze dove oggi sorge il Centro calzaturiero, a Campiglione), «un disastro sociale. L’amministrazione comunale non intervenne come si doveva, in piazza la sinistra sindacale urlava contro il proprietario: “Orsi Mangelli, sono finiti i tempi belli”, la fabbrica fu chiusa, la gente perse il posto di lavoro. Un disastro». Il sig. Antonio parla anche dei parcheggi dell’area Vallesi. «Si poteva risparmiare, si poteva costruire un auto-silos come già in Svizzera. Io ero d’accordo. Combattei quasi da solo».

Ma lei è della Prima Repubblica? Mi risponde ridacchiando con una domanda: «Ma lei intende la Repubblica di Salò?». Torna serio e aggiunge: «La rovina dell’Italia è stato, allora, il Piano Marshall, che ci ha resi sudditi degli Stati Uniti; oggi, la diseducazione al lavoro. Il nostro popolo è stato traviato. Neppure un dittatore lo raddrizzerebbe».

Oltre alle passeggiate con il cane e alle attenzioni per i nipoti, Iacopini sta scrivendo un libro «per ricordare la mia vita. Tratta della Terza via. Io sono Keynesiano, sono per l’intervento dello Stato».

Faccio un gioco. Dico PD e mi risponde: «Ci hanno pensato i siciliani»; dico M5S, «Troppe stelle»; dico Forza Italia, replica: «Berlusconi è americano, io di San Procolo».

Il male odierno? «La conquista del consenso. L’oggi per oggi. Tutto e subito. Nessuno sguardo al futuro».

A Fermo? «C’è mio figlio in maggioranza…». Cambio argomento. La svolta di Fini con Alleanza nazionale e l’appoggio a Berlussconi? «Con Fini litigai a Roma, in ascensore. Per quanto riguarda An, posso solo dire che, fatta la provincia di Fermo, fui contattato per rimettermi alla guida del ricreabile MSI. Dissi di sì, per scherzo. Sono un federale senza partito». Non rinacque mai.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 29 novembre 2017

#MSI #Desta #Fermo #PrimaRepubblica #OMSA

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Un’ippovia dal mare ai monti. Pronto il primo percorso

Partiranno dalla foce del Tenna, risaliranno il fiume, raggiungeranno il Santuario della Madonna dell’Ambro a Montefortino. Tre giorni (forse quattro). Dal 29 aprile al primo (o due maggio) 2018.

Molti, se fatti in auto; pochi, se coperti a piedi. Giusti, se compiuti cavalcando. Sì: cavalcando. Questa è la proposta lanciata dall’Associazione Antichi sentieri Nuovi cammini: la nascita e il percorso di un’ippovia che risalga il Tenna, dalla foce sin quasi alla sorgente, mare montagna.

Non un’idea balzana, tanto per parlare, ma un tragitto già sperimentato tre settimane fa. E con successo.

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Accanto all’Associazione nata a Montegiorgio, quali promotori ci sono Sandro Montironi, appassionato di cavalli; Silvia Sponza super appassionata e partecipante, insieme al marito, a numerosi palii e cavalcate specie nel Lazio; Daniele Pieragostini e Giorgio Gioventù anch’essi amanti del quadrupede.

Il percorso interesserà i comuni di Porto Sant’Elpidio, Fermo, Sant’Elpidio a Mare, Monte Urano, Ponzano di Fermo, Magliano di Tenna, Grottazzolina, Montegiorgio, Belmonte Piceno, Smerillo, Monte San Martino, Servigliano, Amandola e Montefortino. Le amministrazioni saranno tutte coinvolte.

Si partirà dalla chiesa di San Tommaso di Canterbury (tra l’altro nel giorno della ricorrenza del Santo e anniversario della cavalcata che mal colse i conti d’Angiò nel Montefeltro). I cavalieri percorreranno un tracciato naturale tra il lungo fiume e il greto. Molta parte sarà in  acqua.

La prima tappa si concluderà alle Piane di Montegiorgio. I cavalli saranno accolti presso l’ippodromo San Paolo che metterà a disposizione i ricoveri, e i cavalieri saranno distribuiti nelle diverse strutture ricettive.

Il giorno successivo, da Piane di Montegiorgio, la comitiva raggiungerà il maneggio San Lorenzo: si devierà dal fiume per seguire un vallato fin sotto Monte San Martino tornando poi al Tenna all’altezza dell’abbazia di San Ruffino. Un itinerario più che suggestivo.

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La terza tappa sarà da San Lorenzo di Amandola al Santuario della Madonna dell’Ambro, in territorio di Monteforrtino.

A disposizione della Compagnia equestre saranno presenti per l’intero tragitto un veterinario e un maniscalco.

Nel tratto da Amandola a Montefortino si affiancheranno carrozze antiche e vecchie provenienti da diverse località delle Marche e non solo.

L’idea complessiva è partita dal vice presidente degli Antichi sentieri Nuovi cammini, la guida naturalistica Emanuele Luciani, subito sposata dagli altri protagonisti.

Non è improbabile – l’invito gli verrà consegnato a breve – che partecipi all’iniziativa un personaggio particolare. Giovanni Lindo Ferretti è un amante dei cavalli e a loro ha dedicato un bellissimo cd, Saga. Il Canto dei Canti. Opera equestre.

Con le sue parole, allora, ho deciso di chiudere il pezzo: «… Quando la prima volta, per la prima volta l’uomo montò a cavallo nessuno lo sa. Fu tanto, tanto tempo fa, accadde nella steppa, un lupo rizzò il pelo, un’aquila planò in volo. Demoni Bestie Angeli immobili a guardare il primo cavaliere. Strano animale: potenza orizzontale, sapienza verticale, fa tremare il primo cavaliere».

Suggestioni, paesaggi, natura. Civiltà.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino domenica 26 novembre 2017

#Ippovia #FiumeTenna #AntichisentieriNuovicammini #LindoFerretti #Saga

 

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. Il talento di Valentino Alessandrini

La prima volta che l’ho incontrato suonava il violino dinanzi ad un “Ospitale” dei Cavalieri del Tempio, a Cremore, Montefortino. Interpretava a suo modo le canzoni dei Coldplay.

Intorno, i campi mietuti dal grano. Davanti, una folta platea di gente in silenzio.

Un luogo magico. Un’atmosfera magica. Un suono magico.

Lui è Valentino Alessandrini, di 23 anni, molto attivo, molto comunicativo, molto bravo.

Vestito completamente di nero, sotto un sole uscito all’improvviso, non era diverso da quello che ho visto suonare in solitaria nella cornice stupenda del Teatro dell’Aquila esibendosi per un video sui luoghi più belli di Fermo, insieme alla ballerina Giulia Del Balzi.

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Valentino Alessandrini

Valentino risiede in Amandola ma preferisce… il mare. La sua famiglia da sempre ama la musica, «l’ascoltavo già nella pancia di mamma». Le due sorelle (Rachele la più piccola, Sofia quella di mezzo) sono anch’esse musiciste. La prima suona il violoncello, la seconda il violino.

Valentino s’è le trovato tra le mani per un caso, sempre che il caso esista. I suoi genitori (Adele Poloni e Federico) hanno iniziato a regalargli da bambino strumenti musicali. Quelli tradizionali, in plastica, della Bontempi: la tromba, il pianoforte, la chitarra. Giocattoli, insomma. Il violino non esisteva. Glielo acquistarono vero, di legno. E lui a cinque anni iniziò a prenderne dimestichezza.

Dopo una scuola propedeutica a Porto sant’Elpidio e undici anni di Conservatorio, nel dicembre del 2016 ha conseguito la laurea in violino con la votazione di 110 e lode. Maestro Diego Conti.

Ora però è tempo di lavorare. Così, da quasi due anni, ha messo in piedi il progetto «Violin Covers». Lui prende le canzoni note dei Coldplay, di Ed Sheeran, Zain Malik, le ri-arrangia per violino nel suo studio casalingo, ricostruisce le basi con pianoforte e viola (che suona entrambi) e le propone in diversi tour, come quello recente di Verona, propostogli da una coppia veneta che lo aveva ascoltato per caso. Da Monaco di Baviera una insegnante gli ha registrato una intervista proposta poi agli studenti del suo corso.

Tra gli episodi più simpatici, racconta, c’è quello della ragazza indonesiana che ha voluto acquistare il suo cd per diffonderlo nel Paese d’origine.

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Valentino ama lo sport: il calcio con gli amici, il nuoto agonistico per gare regionali (ma questo alcuni anni fa) con l’A.S. Nuoto Tolentino.

Non gli dispiace viaggiare: Spagna, Belgio, Olanda. E quando non è impegnato per concerti, cattura i paesaggi con la sua macchina fotografica (altra grande passione). L’ultimo viaggio lo ha fatto sei mesi fa, in Inghilterra, ma per motivi lavorativi. Con la Birmingham Conservatoire Symphony Orchestra ha suonato a Londra e Birmingham.

Se vuol riposarsi legge. Ma testi… musicali.

La Scheda:

Valentino Alessandrini è nato ad Amandola il 4 dicembre del 1993.

È entrato in Conservatorio a nove anni. Si è diplomato presso il “Rossini” di Pesaro sotto la guida del Maestro A.Venanzi e successivamente ha conseguito il Diploma Accademico di

secondo livello in Discipline Musicali -Settore Violino Generale- con il Maestro D. Conti con la votazione di 110 e Lode con una Tesi pratica strumentale “La voce del popolo nella musica colta: W.A.Mozart e P.de Sarasate”.

Negli anni della scuola superiore, ha frequentato il liceo scientifico di Sarnano.

Con l’Orchestra sinfonica dell’Europa Unita, ha accompagnato il solista M.Rogliano al Concerto del Giubileo a Roma, presso la Chiesa del Gesù.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 25 novembre 2017

#violino #Coldplay #Mozart #Amandola

 

GENTE DI CAMPO. L’azienda agricola Belà: ortaggi, piante, serre

La storia inizia con la chiusura dell’impresa calzaturiera. Le scarpe non andavano più, fosco il futuro. Alternative? Un ritorno alla campagna.

Ventidue anni fa Luigi Belà ha fatto una scelta guardando suo padre. Gino aveva un’azienda agricola lungo la valle dell’Ete, comune di Fermo. L’età gli consentiva la pensione. La terra c’era. Suo figlio ha deciso di subentrare e innovare.

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Luigi Belà e sua moglie Bruna Funari

Un ritorno. Oggi Luigi possiede otto ettari di campagna, tutta pianeggiante, a due passi al fiume Ete.

Due ettari sono vocati agli ortaggi, cinque vengono fatti rotare, come si dice in gergo: un anno il granturco, un anno il grano, un tempo di riposo perché la campagna non sia sottoposta a sfruttamento.

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Una delle serre aziendali

Un altro ettaro è stato dedicato al Bambusto, impianto di canne di bambù da due anni, quindi giovane. Per la produzione ne occorrono minimo cinque. A che servono? Per arredi, per la costruzione di mobili, pavimenti, e per usi culinari. Lo chiamano l’oro verde.

Nel punto vendita di via Ete, 26, a Fermo, trovo Luigi. Sta vendendo al minuto le produzioni stagionali: cavolfiori, finocchi, patate, verze, broccoli, insalate. C’è anche frutta di vicini produttori. L’azienda Belà fa parte del circuito Campagna amica. Il martedì, giovedì e sabato, Luigi (61 anni) e sua moglie Bruna Funari sono dietro al banco del mercato coperto di Fermo, in via Dante.

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In primavera ed estate ci saranno fragole, prugne, albicocche, cocomeri, pomodori, agli…

Quando arrivo, trovo la signora Bruna con in mano due vasetti vuoti. Tornerà con ciclamini e stelle di natale. Essì, l’azienda oltre che agricola e di floricoltura, si occupa anche di vivaismo con quattro capannoni complessivamente di 3200 metri quadrati.

Uno mi colpisce particolarmente. È riscaldato, e sui banconi sono appoggiate centinaia di stelle di natale dai diversi colori e grandezze. Gradevolissimo anche quello dei ciclamini. Riposante, direi. Per non citare poi, delle begonie, delle petunie, dei gerani, che ora non ci sono, ma tra qualche tempo inonderanno di colori questi locali.

Luigi ci tiene a mostrare il suo lavoro. Mi indica una lunga serra con «coltura a freddo». Oggi viole. Prossimamente cresceranno anche piccole fragole da impiantare poi su terra, all’esterno.

A proposito di esterno, paralleli al fiume scorrono lunghi rettangoli di orto. A primavera coglieremo le fave, i piselli, gli agli, i peperoni, le melanzane. Qui l’irrigazione è con manichette bucherellate da cui sgorga una goccia alla volta, come in Israele che inventò il modello. Di lato, i finocchi invece sono irrigati a getto.

Nell’orto aromatico crescono rosmarino, timo, prezzemolo, origano, finocchietto, pimpinella. Non mancano i cespugli da giardino.

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Emanuele Belà, con l’idea di restare in azienda

Ci raggiunge Emanuele, 19 anni, diplomato all’ITI Montani. Uno dei quattro figli. Ha passione per la terra. Resterà in azienda. Francesco dà una mano come consulente, è laureato in agraria. Michele è invece informatico e Paolo lavora in SNAM.

«Il lavoro è tanto – commenta Luigi – ma quando c’è passione non pesa».

Si guadagna? «Quello per crescere quattro figli e pagare gli impianti. Ne vale la pena».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 25 novembre 2017

#serre #aziendaBelà #Fermo #gentedicampo #stelledinatale