RACCONTI DELLA MARCA. La pira di Cecco

«L’ho detto. L’ho insegnato. Lo credo». La leggenda nera ripete ancora queste parole aguzze. Le pronunciò, sul rogo dell’Inquisizione, Francesco Stabili. La pira ardeva dinanzi alla chiesa di Santa Croce a Firenze. Colui che venne chiamato Cecco d’Ascoli le urlò al popolo riunito. Si dice anche che l’autore dell’Acerba non morisse tra le fiamme, che, sì, il suo corpo si consumasse a stento, ma che la sua anima trattata ingiustamente continuasse a vagare per i Monti sibillini, dove l’eco di quelle parole può essere ascoltata nelle sere di vento all’imbocco dell’Infernaccio, in terra di Montefortino.

Come le si udiva nella torre di Amandola, dove fu rinchiuso dopo la cattura.

cecco

Uno sfogo, orgoglioso, il suo, contro quell’abate, o forse quel priore, che comandava il monastero-seminario di San Leonardo, e che tanta parte ebbe nella condanna del medico filosofo astrologo ascolano, nemico acerrimo di Dante. Acerba contro Commedia.

Lì, Cecco, in quel luogo nascosto si era rifugiato.

Era l’estate del 1297. Non oblato, non converso, non monaco.

Non immune, dunque. Nessuna protezione particolare. Raggiungibile dunque dalla legge di chi fa la legge.

La causa di condanna fu per «de maleficiis commissis in personam». Malefici  ai danni di un tal Brocardino o Moscardino. C’è chi racconta però una storia diversa. Quella di un’invidia mai sopita da parte del Cancelliere frà Raimondo vescovo di Aversa, alla corte del Duca di Calabria, primogenito di Roberto D’Angiò.

Frà Raimondo ebbe gioco facile dopo un responso di Cecco su Giovanna, figlia impudica del Duca, e sulla prossima discesa in Italia dell’imperatore Ludovico il Bavaro.

Quell’invidia, quei responsi furono alimento per la pira.

E, forse, quelle parole riecheggiano anche ai bordi degli Occhi di serpente, intorno a quel del lago di Pilato dove una stele latino-volgare fece parlare di Cecco.

Ma non le udremo, le parole, non udremo l’imprecazione superba nei giorni del grande via vai. Le udremo di notte, quando il Gran Gendarme vigila solitario e taglia le correnti impetuose.

O in quel 21 di giugno, giorno di solstizio ed evocazioni.

Evocazioni che ancora oggi si compiono, tra un salmodiare vergognoso di strani tipi risalenti da Foce o discendenti dal Vettore.

Il libro del comando, Cecco, la dominazione degli spiriti della natura… Un tutt’uno che lega magia nera a magia bianca, negromanzia a esoterismo. L’antico sogno, la pretesa di dominare quella piccola palla d’infinito che è la nostra terra, di possederne i segreti, come se la forza vitale in essa sottesa, quel soffio divino degli inizi, potesse appartenerci.

 

Non era Pilato il nome secolare dello specchio d’acqua.

Era Lago dei negromanti sino al 1300.

Poi tanto cambiò. Tutto cambiò.

In quegli anni, Cecco s’aggirava per valli e cime.

Dicono avesse studiato nel monastero ascolano di Santa Croce ad templum, «il centro propulsore dell’esoterismo templare».

Templari, ancora loro. Leggenda nera. Eppure…

Il “Non nobis, Domine, non nobis, sed nomini tuo dà gloriam” era inciso su portali e lunette di antiche case di Montemonaco.

Ora qui, noi, oggi, ascoltando il vento e il linguaggio delle faggete, ascolteremo ancora racconti.

Scorgeremo anime di corpi che questo sentiero hanno percorso.

Udremo non udendo le loro invocazioni.

Ed avremo pietà. In primo luogo… di noi stessi.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 9 agosto 2017

#ceccodascoli #astrologia #sibillini #destinazionemarche

 

 

 

 

 

Racconti della Marca. Il Cavaliere e la sua Cerca

Quel giorno mi alzai con la testa che esplodeva dal dolore.

Una luce nuova veniva dritta dal sole.

Guardai fuori, e misi pian piano a fuoco
la torre merlata, i camminamenti, le inferriate.

Un altro inutile e cattivo giorno!

La sera precedente era stata di bagordi, come sempre, d’altra parte. E la notte piena d’angoscia.

il cavaliere

Ma quel giorno – e proprio quel giorno –  mi svegliai assalito dall’unica domanda sempre rinviata: come si fa a vivere?

Come si fa a continuare un’esistenza insignificante?

L’avevo sempre ubriacata nelle bettole, quella domanda; l’avevo violentata nei postriboli più abietti, frantumata nelle sfide cariche di odio; annientata sui campi di battaglia con il sangue che scorreva a mezza zampa di cavallo.

Ma quel giorno – e proprio quel giorno – emerse improvvisa e inaspettata.

E fu insinuante, prima; prepotente poi… e devastante, infine.

Qualcosa che spingeva dallo stomaco, risaliva il petto, torturava la mente. Un tarlo che aveva rosicchiato una corazza fatta di scorza tanto dura quanto falsa e fragile.

L’armatura era pronta. La spada lucida, l’arco stagionato, la freccia ben appuntita.

Il possente cavallo d’appennino mi attendeva scalpitante.

E anche i compagni erano lì, nel piazzale delle armi, per un giorno di caccia, l’ennesimo. E di scorrerie… e di violenze. E di inutilità.

Ma quel giorno fu diverso.

antro

Non so come, ma all’improvviso, come un lampo senza tuono, all’improvviso di fronte a me, come da uno squarcio del tempo e dello spazio, si materializzò un volto: mia madre, morta tanto tempo prima. Un volto che si moltiplicava sui muri, si rifletteva negli specchi, correva sui soffitti. Di una tristezza profonda mai scorta prima. Che inchiodava ricordando, che parlava stando zitta, che tirava via le maschere posticce, che penetrava l’ultima difesa.

I miei amici tiravano sassi alle finestre.

Il tempo mio s’era fatto breve. E le scorrerie più non bastavano. E le prepotenze non dissetavano.

Quel giorno compresi il male del vivere. Quel rovello che attorciglia le budella era la mia strana resistenza a farci i conti.

Questo diceva il volto di mia madre: farci i conti, sciogliere i nodi, andare giù nel profondo, scorticando l’anima

Ogni attesa altro non sarebbe stata che la negazione di me, l’incapacità di cogliere il succo della vita mia.

Faceva freddo.

Era il vino solitamente a dar carica ed ardore.

Capovolsi la coppa, invece. La gettai furente ed impaurito a terra.

Sul tappeto d’oriente si formò una chiazza che s’allargava lentamente, richiamando il sangue.

Il sangue, la coppa… quel vasello che un tempo raccolse un altro sangue. Il sangue di un uomo appeso ad una croce, il più infame degli oltraggi. Il più blasfemo.

Era lì la risposta? Nella Sua Cerca? Nel raggiungere quell’antro dove i cantori narravano di una vergine a difesa di un segreto?

«Basta violenze», dissi ai miei compagni.

«Basta un vita da beoni e stupratori».

«Chi vuol seguirmi, venga. Avremo solo fame e freddo, bestie e tormenti. Sino a quando non troveremo una risposta».

Nessuno chiese quale io intendessi.

Ogni cuore avvertiva l’urgenza di un senso alle proprie gesta.

Non tutti vennero.

Partimmo in sette.

Lasciando il castello, attraversato il ponte levatoio, mi voltai verso la mia stanza.

E fui di nuovo il bambino che vedeva una donna affacciata alla finestra.

Mia madre sorrideva, ora, e annuiva con il capo.

La Cerca era cominciata.

Ed era benedetta.

#ilcavalierelamorteildiavolo #terradimarca #destinazionemarche

 

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. La Notte di Monteleone. Notte nera

Ci sono le “Notti bianche”, ma non quelle provocate dall’insonnia di neonati. E le “Notti rosa”, che nulla hanno a che fare con le mele dei Sibillini.

Bianche e rosa, servono entrambe al commercio, al divertimento (dicono!), alla trasgressione (ma se tutto è trasgressione, la vera trasgressione torna ad essere la normalità).

Sarebbe bella anche una “Notte nera”, dove a prevalere siano silenzio, oscurità, stelle, pensiero.

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Ho tentato di farla, venerdì scorso, insieme ai giovani del Progetto NEXT. Una camminata nella notte, per sentieri antichi, da sotto la torre secolare di Monteleone di Fermo alla chiesina della Madonna di Loreto.

« Non vorrei violare la notte.  – ho letto all’inizio – Vorrei lasciarla intatta. Intatta nel silenzio, nell’abbraccio delle cose, nel mistero che le ammanta, nell’enigma della vita. Vorrei che altro ci parlasse: quello spirito intriso nella terra, quella brezza che la mano non carpisce, quel timore dell’ignoto che restituisce povertà.

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Creato, Creatura, Creatore. Di giorno annoto le distanze.

Di notte entro nell’abbraccio universale. Non vorrei violare la notte, né darle un nome io. Vorrei che fosse lei a parlarmi».

Alla prima sosta, risuonano le parole di Gibran: «E un poeta disse: “Parlaci della bellezza”. Ed egli rispose: “Dove cercherete la bellezza e come la troverete a meno che non sia essa stessa la vostra via e la vostra guida?”».

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Il violino di Samuele Ricci e il violoncello di Valeria Tamburrini, comparsi d’improvviso nella campagna oscura, sulle scale di un vecchio cascinale, hanno mostrato – semmai ce ne fosse bisogno – che la musica dischiude porte di dimensioni altre, penetra cuori anelanti d’infinito, canta il Creato per il suo soffio d’eterno.

Si riparte. Quasi in cento. Passo è cadenzato. Chi parla, chi preferisce gustare le voci della natura che, definita così, resta astratta, chiamiamola allora: vento, albero, campagna, uccello. La musica dei giovani concertisti torna sotto i rami di un ulivo e – terza tappa – dinanzi alla chiesa. Sono tre Duetti dell’Opera 38 di Jacques Mazas.

Si materializza l’anima di Alda Merini: « I poeti lavorano di notte, quando il tempo non urge su di loro, quando tace il rumore della folla e termina il linciaggio delle ore. I poeti lavorano nel buio come falchi notturni od usignoli dal dolcissimo canto e temono di offendere Iddio. Ma i poeti, nel loro silenzio fanno ben più rumore di una dorata cupola di stelle».

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Impressionante Alda, dalla faticosa e sofferente vita!

Qualche cane abbaia, messo in sospetto dalla strana compagnia.

Compagnia! Penso a Tolkien e ai suoi anelli. Al suo Anello. E a come il potere – qualsiasi esso sia: politico, clericale, istituzionale – può stravolgere corpo e mente. Come nell’Urlo di Munch: il viso sformato.

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Ultima tappa. Ultima poesia. Umberto Saba. «Mi sono messo a giacere sotto le stelle, una di quelle notti che fanno dell’insonnia tetra un religioso piacere… Di sotto un cielo così turchino, di una notte così stellata, Giacobbe sognò la scalata d’angeli di tra il cielo e il suo guanciale…».

Il sindaco Marco Fabiani distribuisce acqua  ciabuscolo e farro.  Il prof. Carlo Verducci racconta un paese e la sua arte.

Notte incantevole. E nera.

#amolanotte #poesieimmortali #destinazionemarche #monteleonedifermo

 

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. La bottega di Letizia

Montegiorgio. Via Passari, 65. Di fronte al Palazzo omonimo, oggi municipio.

Qui si respira storia, bellezza e… artigianato. La Bottega di Letizia Ranucci ha fermato il tempo. Entri nei due ampi locali con archi a volta, e ti sembra di compiere un viaggio all’indietro, quando le botteghe artigiane erano il fiore all’occhiello dei Comuni e delle Comunità.

Letizia lavora con un grembiule marrone, dove non manca qualche schizzo di colla e di colori.

Lei è una rilegatrice. Anche se andrebbe detto «legatore», perché erano i legatori a mettere insieme le pagine, cucirle, farne libri e diventare piccoli editori. Un tempo fa.

Il tavolo è ingombro di volumi antichi e vecchi, di documenti, di fogli, carte sparse, qualche pennello, qualche forbice. Un senso di movimento… e di vita.

Letizia Ranucci

Letizia Ranucci al tornio

Letizia lavora accanto a due taglia/presse. Una è grande, ed elettrica. L’altra è piccola, e manuale. Ci ficca le raccolte incollate.

Per i volumi antichi il lavoro è ben altro. È un vero e proprio restauro conservativo che inizia con il togliere i micro organismi che mangiano o ammuffiscono la carta, e va avanti con il ripristino della copertina. Oh oh quante cose da dire sulla copertina! «Occorre ridarle colore, occorre usare i pigmenti naturali, ma, prima di tutto, studiare il tempo in cui fu editato il libro, capirne cioè l’origine e il sistema».

Il documento più antico che ha avuto tra le mani? «Diverse Cinquecentine». Le avranno fatto sicuramente un bell’effetto.

Ma la sensazione più bella gliela danno gli ex libris, ma non i timbri che sono una realizzazione più recente. Gli ex libris più emozionanti sono quelli disegnati, le acqueforti, «quella specie di etichette, anche se il termine non è perfetto, con i simboli soprattutto di animali, alcuni dei quali identificavano le città di provenienza. Erano veri e propri artisti coloro che si dedicavano a realizzarli».

Mi racconta una storia. Un rigattiere che aveva acquistato una biblioteca intera. Sembravano libri dozzinali, da mercatino. Voleva una valutazione. Lei ha preso i volumi, uno alla volta, ha guardato dentro, ha sfogliato. Alla fine ha trovato un ex libris importante. Valeva quanto l’intera collezione, e forse più.

Ma non si campa solo di restauro. La nostra viene chiamata dai notai per rilegare gli atti che non possono uscire dalla sede notarile. Ed allora Letizia parte con il suo armamentario: telaio, torchio piccolo, ago, filo, pennelli, colla…

Nella bottega compie anche rilegature classiche che, a seconda della tipologia del libro, della scrittura, della grammatura della carta, può essere cinese, inglese, francese, sopraggitto…

La Bottega è anche punto di ritrovo per amici, clienti e passanti. Capita anche chi, non avendo ben capito, le chieda di aggiustare una vecchia… lavatrice.

La Scheda:

Letizia Ranucci è nata a Pisa. Dopo la maturità classica ottenuta presso il liceo Galilei della sua città, ha dato corso alla sua passione per l’arte. Sposata, quattro figli, risiede a Montegiorgio. Dopo aver frequentato il Corso di legatoria ad Urbino, ha aperto la Bottega artigiana – ci tiene a sottolinearlo – dove ospita, per una collaborazione e un progetto con i Servizi sociali, giovani cui l’artigianato dà un fondamentale aiuto nella crescita. Un ambito che vorrebbe sviluppare ancora di più.

In questi giorni è in ferie. «Teoricamente. Tutti sanno dove abito: lì vicino. E un artigiano non si ferma mai».

#amoilibri #restauro #artigianato #destinazionemarche

GENTE DI CAMPO. Sindaco, agronomo, contadino. L’azienda di Antonio Vallesi

Fa caldo anche in montagna. È consigliabile visitare le aziende agricole di mattina presto.

La Fattoria Vallesi sorge lungo il pendio di Smerillo che guarda i Sibillini. 12 ettari di terreno e costruzioni giallo-girasole.

Il titolare, Antonio Vallesi, quando non siede nel suo ufficio di sindaco a Smerillo, se ne sta nei campi da buon agronomo qual è.

«L’azienda – spiega da esperto – ha un indirizzo cerealicolo con coltivazione di antiche varietà “ecotipi” di granoturco da pannocchie e da polenta, di frumenti duri come il “Senatore Cappelli”, farro dicoccum, fieni polifiti, girasole da olio, ecc.
La giacitura è di tipo collinare/montano con tessitura tendenzialmente argillosa».

vallesi terra

Un grande edificio che si trova vicino alla sua abitazione è stato adibito a rimessa di macchinari, tra cui un trattore enorme la cui cabina è ad oltre due metri da terra.

Entrar lì è come presentarsi in un laboratorio medico tanto è ordine e pulizia. Vallesi è fatto così: preciso, puntuale, ordinato, amante della propria terra. E quindi rispettoso. «Per garantire il mantenimento della fertilità del suolo, – aggiunge – le colture vengono praticate in rotazione quinquennale, esattamente nello stesso modo con cui gli avi hanno fatto per anni ed anni».
È una tecnica «arcaica» consistente nell’alternare nello stesso appezzamento «colture depauperatrici (come ad esempio il frumento) e colture miglioratrici (come da esempio le foraggiere)». C’è un’altra pratica che incuriosisce. Il sindaco-agronomo-contadino la chiama  “bulatura”, «consiste nel consociare al frumento una foraggiera, al fine di ottenere un medicaio, già al termine della mietitura». Qui è tutto bio e conforme ai Regolamenti CE.

In un piccolo edificio è stato ricavato una grande forno, «da vivere con gli amici». In un altro c’è un piccolo mulino.

I prodotti sono ben allineati sugli scaffali: diversi i tipi di pasta, e poi la farina di grano duro per polenta, il caffè d’orzo, ecc. ecc.. La neve di quest’anno ha creato problemi agli ulivi.

vallesi trebbia

Antonio Vallesi è figlio e nipote d’arte. L’attività risale ai primi anni del Novecento quando nonno Giuseppe ottenne dalla Curia arcivescovile di Fermo un contratto mezzadrile a Smerillo dove si spostò con la numerosa famiglia. E dove ognuno aveva il suo ruolo.

«L’attività fu svolta con profitto per molti anni, – racconta oggi il nipote Antonio – utilizzando le rudimentali pratiche agronomiche disponibili all’epoca».

Poi a nonno Giuseppe è subentrato, negli anni ’70, il figlio Gino. Stesse tecniche, qualche innovazione, medesimo attaccamento alla natura. Ed ora è la volta del nipote Antonio che ha mantenuto le tradizioni familiari ed approfondito le conoscenze agronomiche laureandosi in Scienze Agrarie.

L’ospitalità è una regola nella famiglia Vallesi. Non è improbabile, recandosi in azienda, incontrare poeti, scalatori, monaci, psicologi. Magari sono arrivati a Smerillo invitati per il Festival Le parole della Montagne, curato dalla signora Simonetta Paradisi in Vallesi (moglie di Antonio). Ma nessuno s’è fatto sfuggire il racconto della terra. Quello del titolare.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 4 agosto 2017

#Smerillo #DestinazioneMarche #MontiSibillini #SenatoreCappelli

 

 

RACCONTI DELLA MARCA. La rivoluzione dei Benedettini Farfensi inizio a Santa Vittoria in Matenano

Verso la fine di una giornata di ottobre, una dozzina di uomini si fermò al margine di una radura all’interno di una foresta, una come tante, che si trovava nei pressi di un fiume, uno come tanti.

Pioveva dal mattino e quella gente era intirizzita e affamata.

Era quella la loro meta?

Colui che sembrava la guida si guardò in giro, lasciò cadere il sacco, salì a fatica su una collinetta scivolosa, scrutò intorno.

Campi, alberi, selvaggina, acqua… ce n’erano.

Cappellone

Il Cappellone di Santa Vittoria in Matenano, ultimo residuo del monastero farfense

Chiamò i «fratelli» e disse: «Credo sia questo il luogo annunciato. E credo di dover ringraziare Iddio di averci permesso di arrivare sani e salvi».

Poi, s’inginocchiarono nel fango gelato e pregarono. E i loro inni si alzarono più alti delle brume della sera.

In quel luogo dove s’istallarono per la notte, rimasero per sempre. Erano monaci. Erano benedettini.

La foresta aveva un nome, anzi, mille ne aveva.

Anche il fiume aveva un nome, anzi mille.

Perché tutto ciò accadde, identico, lungo la Loira, la Vistola, il Boyne, il Tweed, il Pò. E lungo il Tenna, in Terra di Marca.

Identico.

L’Europa fu coperta da migliaia di costruzioni bianche slanciate verso il cielo. Unica la regola, quella del padre Benedetto.

Capitò qualcosa di simile anche da noi.

Finiva l’anno Ottocento. L’impero romano era solo un ricordo, le aquile a Bisanzio, le strade devastate, gli acquedotti distrutti, i campi incolti, bruciati, saccheggiati. Né legge né ordine. Il comando al più forte. Tempo di ferro, tempo di sangue.

Uomini pii abitavano il monastero di Farfa. Dediti alla preghiera e al lavoro. Un unicum, di totalmente nuovo. Ma a chi poteva dar fastidio quella comunità? Ci sono domande che non andrebbero poste, perché non trovano risposta. Il male a volte prende il sopravvento nei cuori degli uomini, così, all’improvviso. Come se permanesse dentro di noi, pronto ad erompere

Per anni quei monaci avevano respinto gli assalti Saraceni.

Una notte accadde che il monastero fosse ghermito dalle fiamme. La guardia suonò furiosamente la campana del pericolo imminente.

«I saraceni stanno dando l’assalto, sono quasi dentro le mura, hanno già bruciato i laboratori… difendiamoci, fuggiamo, difendetevi, fuggite».

Ma quella volta i Saraceni non c’entravano proprio. Quella volta c’entrarono i cristiani, ladri… cristiani. Gente del luogo, insomma. Il male che aleggia… il male che erompe.

Le fiamme arsero Farfa.

Fu allora che l’Abate prese la decisione di abbandonare il monastero.

Pietro I radunò i suoi monaci, raccolse il tesoro, divise gli uni e l’altro in tre parti. Benedì tutti e spedì un gruppo a Roma e un altro a Rieti. Il terzo, di cui si mise a capo e con tutti i documenti i pesi e le misure, andò verso i monti fatati.

Correva l’anno 898 quando le genti del Piceno videro arrivare un gruppo di Benedettini. Proveniva dalla Sabina. Erano Farfensi. Li guidava il loro Abate.

Raggiunsero il Matenano, una rocca naturale che s’ergeva sopra valli boscose, ricche di animali e di acque.

Sulla sommità del Matenano depositarono più tardi le spoglie della loro santa, Vittoria. Dal Matenano iniziarono una rivoluzione religiosa, civile, sociale, agricola giunta sino a noi.

Noi che, dopo mille illusioni, mille sogni tramutati in incubi, siamo tornati a cercare il senso delle cose, abbiamo ancora una bussola: quell’Ora Lege et labora, anche se inconsapevolmente, è il sangue circolato nelle nostre vene, lo stesso nostro respiro.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 2 agosto 2017

#destinazionemarche #benedettini #mediterraneandiet

 

 

 

 

Giovanni Zamponi tra i poeti italiani del Novecento. Un riconoscimento anche alla Terra di Marca

Un successo per la Terra di Marca e per un uomo che ha saputo rappresentarla. Giovanni Zamponi, medico, umanista, e, in modo speciale, poeta, è stato inserito ed è entrato a far parte della Poesia italiana del ‘900.

Il suo nome appare da qualche settimana accanto a quelli – ne sono 175 – di Bertolucci, Cardarelli, Pasolini, Mario Luzi, Montale, Ungaretti, Zanzotto, solo per fare qualche esempio.

«Sento questo riconoscimento  come un premio non solo a me, ma a quella terra celicola, abitatrice del cielo, che mi ha fatto da sorgente e a tutti quegli amici insieme ai quali ho percorso il mio cammino culturale».

Zamponi

Il dr Giovanni Zamponi

La poesia di Giovanni Zamponi, nata già in gioventù, è diventata nel tempo – specie oggi – ancora più profonda, radicata, vera, e capace di uno sguardo che spalanca mente e cuore. E offre una direzione di marcia.

Una poetica che sembra scritta sotto la «dettatura del genius loci», di quel folletto o, meglio, di quella forza vitale (viriditas avrebbe scritto Ildegarda di Bingen) creatrice che Zamponi incrocia guardando un’alba dal mare o un tramonto, un uomo solitario o una catena di monti. Una poesia che sgorga da un «punto sorgivo» che è quello sibillino-smerillese (Giovanni, oggi residente a Fermo, ha abitato a lungo a Smerillo, e considera quel luogo la sua seconda patria).

«Mi ha sorpreso grandemente – ci ha rivelato – che questo prodotto locale, immateriale, sia stato considerato degno di far parte della Poesia italiana del ‘900». Non sorprenda invece.

La Terra di Marca ha giacimenti inesplorati di persone e di ambienti. Di cultura e di storia. Non periferia dunque, ma luogo originale capace di contribuire ad un nuovo umanesimo e nuova socialità perduti nelle grandi città.

«Mi segui da vicino ovunque vada, di nuovo luna, sopra queste mura; buia respira e luce la contrada nell’altissima notte e la pianura s’ammalia nel turchino che dirada sulla quiete remota dell’altura. Tra i borghi biancheggiava la tua strada di brezza e d’olmi, all’estiva calura, e menta e salvia. Se non sei mutata,
perché non mi racconti più le storie che mi favoleggiavi persuasiva? Ne è forse l’eco quella che m’arriva come trasalimento di memorie, o solo un’illusione mai fugata (?)»

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 2 agosto 2017

#poetitaliani #destinazionemarche #terradimarca #geniusloci