Una notte a Cerreto. Un’incursione corsara. Tra lucciole, poesia e vino

«I luoghi hanno i loro ricordi, filtrano nell’aria come profumi segreti e possono essere percepiti solo dai pochi che hanno la mente aperta». Lo dettava al suo scrivano Volmar, mille anni fa, Hildegarda di Bingen, monaca, erborista, musicista e consigliera (anche durissima) dell’imperatore Federico Barbarossa.

È stata la lettura con cui ieri sera ho aperto la camminata verso Cerreto. Di notte. Una trentina di persone. Nel silenzio. Tra una mare di lucciole intorno, davanti, dietro, sopra.

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Antichi sentieri – Nuovi cammini ha compiuto la prima Incursione corsara. Altre ne farà.

Il buio non è completo quando si parte. Dal San Vicino arrivano gli ultimi bagliore del tramonto.

Lo avevamo promesso: lucciole, poesia e vino bianco. La poesia che propongo in apertura è quella di Davide Rondoni, che proprio di lei parla: «Se ne fotte se non la chiamano più regina. Lei lo è, anche se il trono è finito chissà dove, e la corte è dispersa… È lei, la poesia».

Dopo il primo chilometro e tre fermate, il buio è completo. Emanuele Luciani, guida naturalistica, alza lo sguardo alla stellata. Racconta delle Pleiadi e dei miti, dei primi naviganti e dell’Orsa maggiore e minore.

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«Non vorrei violare la notte, – leggo io – vorrei lasciarla intatta. Intatta nel silenzio, nell’abbraccio delle cose, nel mistero che le ammanta… Vorrei che fosse lei a parlarmi».

Con Kahlil Gibran affronto il tema del silenzio: «Il silenzio illumina l’anima, sussurra ai cuori e li unisce…».

Ho chiesto ai partecipanti di spegnere il cellulare, di prendersi due ore senza connessioni in rete.

Alda Merini alza un canto alla luna: «Io sono nata zingara, non ho posto fisso nel mondo, ma forse al chiaro di luna mi fermerò il tuo momento quanto basti per darti un unico bacio d’amore».

Giuliano Clementi, sua moglie Luisa, Giacomo Gentili, sua moglie anche lei Luisa, sono con noi. Fanno parte dell’associazione Rivivi Cerreto, organizzano la festa medievale.

Per stasera hanno preparato crostate e vino. Anche bianco, come nella promessa.

Con gli amici visitiamo gli affreschi della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Il pittore ancora incerto operò nel periodo 1400 inizio 1500. Nel borgo medievale una sola luce, quella del palazzo più alto.

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Ci sediamo sotto le mura, dinanzi alla grotta castellana. La chiesa senza tetto di San Michele e Santa Dorotea lascia senza fiato chi non l’aveva mai vista.

Solo in Italia, credo, si possa camminare tra le lucciole, spandere parole di poesia, ammirare le stelle, entrare in un borgo di secoli, ammirare affreschi incredibili, e assaporare le bontà del luogo.

È mezzanotte: brindiamo con verdicchio mangiando dolci e contemplando la natura. È il nostro gusto della vita. «Ci salveranno le piccole cose», ho ricordato poco prima, i piccoli gesti quotidiani.

Ci salverà l’affetto alla nostra terra, quell’affetto che può dimostrare che nell’ «Italian Style ci sono ancora cuore e mente accesi». E ci sono cose, persone, luoghi a noi cari. E per cui spendersi. Ancora.

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. Le passioni di Enrico Rossi: scuola e laboratorio

Lo conoscevo come insegnante della scuola primaria, come amante dei cineforum, come esperto di computer anzitempo. L’ho scoperto geniale incisore su legno. Sabato scorso, al cinema-teatro Manzoni di Montegiorgio, in attesa dell’inaugurazione del nuovo Laboratorio di chimica per l’Istituto Agrario, ha esposto un ricco corredo di pezzi unici in legno da lui pazientemente realizzati: l’Arco trecentesco con all’interno una Natività, la torre campanaria con un orologio funzionante, il foyer del teatro Alaleona.

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Enrico Rossi è stato una sorpresa. E sono andato a visitare il suo mini laboratorio a Monteverde. Lo ha ricavato in una casetta in legno, di quelle pre-fabbricate, di fronte alla sua abitazione immersa nel verde, poco sotto quello che sette secoli fa era il castello di Rinaldo, personaggio per nulla amato dai fermani.

Enrico è andato in pensione nel 2010. Ha un pezzo di terra ereditata dalla famiglia cui dedicarsi, e ha scoperto che con il computer si può far molto, anche muovere un pantografo e incidere il legno. Così s’è messo alla prova. Ha acquistato un macchinario fornito di fresa, lo ha collegato ad un computer, ha trovato immagini gradevoli della sua terra, le ha riportate su computer, ha selezionato tavole di legno e rami di olivo delle potature, li ha sistemati sotto la fresa. E ha iniziato a inciderli prendendo sempre più mano. Dopo l’incisione il suo intervento manuale per pulire, rettificare, colorare. Lavoro certosino.

Ora, l’ex maestro elementare mi mostra con la solita umiltà che sempre lo ha contraddistinto i suoi prodotti (penso però che il termine «prodotti» poco lo aggradi): donne con la brocca in testa, riproduzioni di luoghi simbolo: gli archi e le porte di Servigliano ad esempio, l’ingresso del teatro Alaleona (come dicevamo), la torre del teatro, angeli, Madonne…

Ha anche realizzato, usando un legno sottile, le copertine per le liste del vino utili nei ristoranti, oppure i segna-posto incisi, o addirittura i porta-tovagliolo con immagini e scritte.

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Adesso ha in mente di girare la Terra di Marca e di riportare su legno scorci di borghi.

Enrico ha preso parte come hobbista ad alcuni mercatini, gli serve per conoscere gente, scambiare opinioni e captare i gusti. Il suo non è un commercio. È però una buona produzione artigianale che viene apprezzata.

Certo, niente a che vedere con i giochi didattici su computer che Enrico immise nella sua classe (era il 1992) per aiutare i bambini con qualche difficoltà.

Quella dell’insegnamento è stata la sua passione vera. Aveva già trovato un lavoro stabile presso l’ospedale Diotallevi di Montegiorgio. Ma voleva far il maestro. E lo ha fatto.

Ed ora vuol fare l’artigiano. E ci sta riuscendo.

La Scheda:

Enrico Rossi è nato a Monteverde, dove ancora abita, nel 1947.

Dopo la scuola elementare, anche su suggerimento di suo zio padre Giambattista Ceci, agostiniano, entra in convento dagli Agostiniani. Studia a Cartoceto, Tolentino, San Gimignano, Pavia e Roma. La passione educativa è più forte però di quella religiosa.

Lascia il convento e si diploma presso l’Istituto magistrale di San Ginesio. Entrato come dipendente presso l’Ospedale Diotallevi di Montegiorgio, si iscrive a Sociologia ad Ubino. Qualche tempo dopo vince il concorso a cattedra. La sua prima sede (1976) sarà proprio la scuola elementare pluriclasse di Monteverde.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 10 giugno 2017

#VivagliArtigiani #TerradiMarca #DestinazioneMarche

 

GENTE DI CAMPO. L’azienda Luciani sotto “l’Amoru”

La strada è stretta: solo una corsia, due auto non c’entrano.

Dalle Piane di Montegiorgio, nei pressi del ristorante Oscar e Amorina, si prende per la collina, poco più avanti a sinistra si può raggiungere contrada Castagneto, a destra via Margiano e l’azienda agricola di Fabrizio Luciani, la mia meta.

Ad aspettarmi, sotto un grande e antico abete, c’è la signora Anna, madre di Fabrizio, che di cognome fa De Santis. Dal campo, sudato e rosso in volto, sbuca Piero, marito di Anna: c’erano piantine da sistemare.

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Anna De Santis e Piero Luciani

La casa è rosa, come quelle di un tempo. Il terremoto l’ha lesionata. Ora è ricovero d’attrezzi.

L’azienda è piccola ma la terra fertile ed esposta al sole. Era di famiglia: prima fu Luigi, prima ancora Filippo, da sempre piccoli proprietari.

Cinque ettari oppure 56 tavole (come ancora si usa dire in campagna), di cui 46 accorpate e dieci un po’ staccate, ma non troppo, verso Montegiorgio.

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La vecchia casa (rosa) di famiglia oggi deposito di attrezzi

Ci ripariamo sotto un enorme gelso. Loro lo chiamano «l’amoru». È un gelso (Morus celsa) nella varietà appartenente alla famiglia delle Moracee, originario dell’Oriente, introdotto e naturalizzato poi in tutta l’area mediterranea nel XV secolo.

Ne parlo perché fino a quasi un secolo fa forniva foglie per i bachi da seta casalinghi. Piero mi racconta di due casette di terra: gli «atterrati», che ospitavano telai da lavoro.

La gran parte del terreno è vocato a piante di frutta: mele rosa, pesche, albicocche. Poi ci sono susine molto particolari già dal nome: «Regina Claudia», una varietà nota sin dal 1700, adatta ad ogni clima, frutto sferoidale, buccia verde, polpa verdastra, ottimo sapore. Se la susina Claudia è del centro Italia: Umbria e Marche, la «mela annurca», considerata la mela regina, era tipica della Campania. Per le pesche c’è anche quella «limone». Il manuale spiega trattarsi di «Percoca dalla tipica forma di limone con punta finale pronunciata, di colore giallo. Non si spicca, la maturazione è tardiva (nella prima decade di ottobre) ed è più rustica di altre varietà». Per le ciliegie siamo quasi nel noto: «duroni e ferrovia».

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Non mancano gli alberi che producono le mandorle di santa Caterina, dal guscio tenero. Gli olivi sono quasi duecento. I tipi sono quelli del Piantone di Falerone e il Leccino: da cui l’olio certificato. Una orgogliosa e unica pianta di Corva campeggia al centro del campo. Da lì si vede un boschetto, di proprietà altrui, dove un tempo c’era un grande stagno – loro lo chiamano «lago» – con pesci rossi, carpe e qualche luccio.

La famiglia Luciani coltiva anche grano duro venduto a grandi aziende. Ma i prezzi sono troppo bassi. Non ci si sta con i costi.

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La solitaria e orgogliosa Corva

La frutta, le marmellate preparate nel laboratorio di Piane di Montegiorgio (in via Faleriense Est, 22) che funge anche da punto vendita, l’olio e altri prodotti sono onnipresenti nei mercatini del fermano. La signora Anna è capace venditrice oltre che abile pr. È lei a snocciolare i soprannomi: Filì de vusciò, Mattorò, Jachi de Ciulì.

Lascio l’azienda, passando tra l’abete e un ginepro piantato quando Piero era piccolo. Un profumo di lillà si spande per l’aria.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 9 giugno 2017

#mediterraneandiet #TerradiMarca #Montegiorgio #amolacampagna

 

Le voci di Marnacchia. Tra il verde un canto latino

La destinazione era un’altra. Capita però che qualcosa attragga di più e si cambi meta.

L’Abbazia dei santi Vitale e Ruffino resta sempre di una suggestione unica.

Lascio l’auto, faccio un giro, la chiesa è chiusa, e prendo a piedi per Marnacchia: un promontorio che si slancia su Amandola.

Tre chilometri tra vegetazione che s’intreccia ad arco proteggendo dal sole.

Sul crinale incontro un ciclista che riprende fiato. Due chiacchiere tra noi. Non è marchigiano. Una piccola lepre scappa per la campagna di grano, papaveri e ciliegie: orecchie dritte e velocità notevole.

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Amandola è molto più sotto. Si scorge Sarnano. Sul versante opposto: il punto trigonometrico della montagna di Montefalcone, con torre e campanili che spuntano sul fianco destro. Di Smerillo,  solo i cipressi del camposanto.

Nello zaino porto Il Piccolo Principe: «Non si vede bene che con il cuore». Andiamogli dietro, e così riemerge una vecchia canzone: «Parsifal, Parsifal non ti fermare e lascia che sia la voce unica dell’ideale ad indicarti la via. Sarò con te io ti ho messo una mano sul cuore…».

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Il giardino de La Querceta

Marnacchia è una spruzzata di case, un po’ qua un po’ là. Si vedono i segni del terremoto. Ma si incontrano anche villette ben salde, in pietra di fiume, inzuppate nel verde.

Tre cani sotto un olmo fanno la guardia ad un agglomerato di abitazioni. Non gradiscono il nuovo venuto.

Passa una panda della Forestale. L’autista saluta. Anch’io sono vestito di verde. Avrà pensato a un collega.

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La piccola chiesa di Santa Maria è andata giù. Non c’è più tetto. Hanno messo in sicurezza la metà delle mura, dal basso in su.

Incontro la signora Giovanna Galbiati. È la titolare della Querceta: quasi un borghetto con quattro case recuperate, un B&B molto bello, nel silenzio dinanzi ai Sibillini, prato curato, stanze arredate con mobilio restaurato dall’ex insegnante di lettere a Bergamo. In un salottino noto una Madonna della Tenerezza, dono di un’artista ospitato.

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La Badessa suor Scolastica felice

Continuo la camminata, a scendere. Un canto! Non è quello degli uccelli. Voci femminili. Un segnale un po’ sbiadito indica spartanamente: «Benedettine». È la comunità di Amandola sfollata dall’antico monastero. Seguo la melodia. Al cancello, quella che poi mi indicheranno come suor Gloria, scava con la zappa e mette pietre per un muretto. È nigeriana e lavora sorridente. Nigeriane (quattro) sono anche quelle della musica. Le scorgo da una finestra del piano terra. Benedictus Deus: «stanno imparando la melodia in latino per poi passare al Gregoriano» mi spiega il maestro Sandro Barchetta da Montemonaco. Un’altra monaca sta lavorando con la macchina per cucire, un’altra ancora s’ingegna a preparare ciliegie per la marmellata.

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Suor Gloria costruisce un muro

Suor Scolastica è la Badessa. Mi fa entrare. L’ospitalità benedettina è nella Regula. La casa di campagna è spaziosa, certo non come il monastero lesionato. Ma ci si adatta.

Stanno recuperando spazi interni ed esterni. Arriverà un container. Le suore africane vorrebbero allevare conigli. La Badessa ci sta riflettendo.

Comunità allegra e frizzante. Mi rimetto in marcia. Sono contento. Mi assale il tormentone di mia nipote Elisabetta: «Ma il coccodrillo come fa? Booooh».

Come si potrebbe viver meglio!

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 4 giugno 2017

#Marnachia #cantolatino #benedettini #amolanatura #laQuerceta

 

 

MINORI PER MODO DI DIRE. Yoga e Reiki per Ilaria

A Casabianca di Fermo è già estate. Gente in costume e bicicletta.

Cerco l’associazione Vidya (termine sanscrito che vuol dire «conoscenza di sé»), lungo il Viale. È una associazione sportiva che mira al ben-essere.

Mi accolgono il profumo di lavanda e il sorriso franco e aperto di Ilaria Isidori. Di lei voglio parlare. La sua storia è interessante: donna curiosa e alla costante scoperta di sé.

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Ilaria Isidori

Dopo la visita alla struttura, ampia, linda, pacificante, inizia la chiacchierata e Ilaria si rivela un fiume in piena. Tutto nasce dal volersi capire meglio. A 14 anni fa parte dell’Azione cattolica di Porto San Giorgio, ma lo sguardo è libero e la porta ad interessarsi di buddismo. Sono anche i momenti adolescenziali in cui si cercano amici veri, risposte profonde. Inizia così un corso yoga nella sua città. A tenerlo è la maestra Marisa Lucci, la prima nelle Marche. Dallo Yoga, Ilaria passa al Reiki che è, si legge in un manuale, «una pratica spirituale». Siamo nel campo della scienza olistica. «Il Reiki è stato inserito nei reparti oncologici di alcuni ospedali del nord Italia» mi spiega Ilaria, «e in Toscana è stato aperto un ospedale olistico».

Ilaria si sente molto meglio. Nel 2001 se ne va in India per seguire e meditare nella scuola di Osho Rajneesh, mistico e maestro spirituale. Nel 2007 ci torna sulle tracce di Sai Baba. Nel frattempo lavora come «tata» presso una famiglia ma continua a seguire corsi di reiki arrivando al terzo livello e master. Poi frequenta i quattro anni dell’Accademia di Medicina cinese e shiatsu, corsi di massaggio, prende il diploma da estetista («per saperne di più sul corpo umano»). Come spesso accade, circostanza non causale, Ilaria s’incontra con Katia Acioli, brasiliana, laureata in scienze motorie, in Italia da anni, insegnante di yoga. Dinanzi ad un caffè, scatta l’idea di dar vita ad una associazione per il ben-essere della gente e la crescita personale. L’inaugurazione a settembre 2016. Fatto.

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Ilaria Isidori a sx con Katia Acioli

«Abbiamo immaginato, progettato e creato un luogo aperto di confronto e crescita personale… Un luogo in cui la medicina occidentale si integra a quella orientale dando vita ad un più ampia osservazione dell’essere umano come entità imprescindibile di corpo mente e spirito». Il Centro offre momenti di meditazione, massaggi olistici, yoga, pilates, tai chi, ginnastica posturale. Il Reiki resta sempre il motore di Ilaria, l’energia che la spinge.

Tra le tante cose che fa, le resta il tempo anche per la fotografia («amo i paesaggi e i colori»), per la pittura («in questo campo preferisco l’astrattismo»), per la musica («ho imparato il pianoforte, in auto ascolto musica lirica e leggera»).

Sorriso, stretta di mano gagliarda e un arrivederci.

La Scheda:

Ilaria Isidori, classe 1974, è nata a Porto San Giorgio dove risiede.

Si è diplomata presso l’Istituto Magistrale «Bambin Gesù» di Fermo e ha seguito i corsi per segretaria d’azienda. Per alcuni anni ha condiviso l’attività paterna (gioielleria) a Porto San Giorgio. Successivamente ha aperto un asilo nido a Campiglione di Fermo.

Ha come bussola quella del formarsi continuo. Paragona la personalità dei viventi ad una cipolla che pian piano, foglia dopo foglia, si svela. Dopo tanti corsi e tante specializzazioni, è stata chiamata a Cortina per i massaggi olistici in una Spa a cinque stelle.

Dice di sé: «Mi affido sempre all’Universo».

#yoga #reiki

 

 

L’Istituto Agrario di Montegiorgio ha un nuovo laboratorio. Intitolato a Flaminio Fidanza

Taglio del nastro domani mattina a Montegiorgio per il nuovissimo laboratorio di cui si è dotato l’Istituto Montani – indirizzo Agraria, agroalimentare e agroindustria.

«Le strumentazioni – spiega il prof. Roberto D’Angelo – sono state concepite come un laboratorio multidisciplinare in grado di soddisfare le esigenze delle materie specifiche dell’articolazione Produzioni e trasformazioni». Gli studenti vi potranno effettuare  analisi chimiche dei prodotti agroalimentari al fine di valutare la qualità, la classe merceologica ed il processo di trasformazione. Saranno presi in esame soprattutto i tre prodotti principali del Made in Italy: vino, olio, latte e suoi derivati.

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Inoltre, il laboratorio potrà stilare protocolli scientifici di prodotti della nostra tradizione come ad esempio «distillati, vino cotto, confetture di frutta, formaggi e birra artigianale, grazie alla presenza di un distillatore e fonti di calore elettrica per la cottura degli alimenti e piani di lavoro in acciaio inox per varie lavorazioni».

«Il laboratorio – precisa ancora il prof. D’Angelo – è fornito anche di un microscopio ottico digitale di ultima generazione in grado trasmettere le immagini rilevate su pc o schermo video; oltre agli strumenti per la microscopia quali forbici, bisturi e pinzette sono stati acquistati anche dei vetrini standard contenenti campioni di cellule animali, vegetali, muschi e licheni. Il microscopio verrà utilizzato su più ambiti disciplinari a partire dalla microbiologia per arrivare all’osservazione delle malattie delle piante fino all’osservazione delle cellule e tessuti animali e vegetali». Il laboratorio potrà inoltre effettuare analisi dei suoli, acque, frutta, granaglie, e «un monitoraggio climatico grazie ad una stazione metereologica che elabora i dati su uno specifico software».

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La Dirigente dell’ITT Montani di Fermo, Margherita Bonanni

Il laboratorio è stato intitolato al prof. Flaminio Fidanza, originario di Magliano di Tenna, promotore dell’impareggiabile Seven Countries Study da cui scaturì il concetto riguardante la Dieta mediterranea. Non è un caso che le strumentazioni siano state installate a Montegiorgio. La cittadina non solo ospita l’indirizzo Agrario dell’Istituto Montani di Fermo, ma fu una delle sedi (solo due in Italia) dello studio internazionale promosso dall’università del Minnesota.

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Il prof. Flaminio Fidanza

Pr questo motivo, domani, prima dell’inaugurazione, si svolgerà un convegno presso il cine-teatro Manzoni che vedrà protagonisti, oltre alla dirigente dell’ITT Montani Margherita Bonanni, i vertici del Laboratorio Piceno della Dieta Mediterranea: il presidente dr Lando Siliquini e il vice dr Paolo Foglini (tra l’altro allievo del prof. Fidanza a Perugia). Non mancherà l’apporto universitario con l’intervento del prof. Alberto Felici. A tirare le conclusioni sarà l’assessore regionale Fabrizio Cesetti che nei prossimi giorni vedrà arrivare sul suo tavolo la proposta di legge approvata da un gruppo di comuni del Fermano riguardante la valorizzazione della Dieta mediterranea.

GENTE DI CAMPO. L’azienda Scendoni, da Ortezzano a Grottazzolina

Grottazzolina, via Fonte Carrà 18: la collina da un lato, il fiume Tenna dall’altro. In mezzo, una bella e fertile distesa di alberi da frutto e non solo.

Lorenzo ha un anno e mezzo, e gioca con le margherite tirando via anche ciuffi d’erba. La terra già gli piace. Sua madre si chiama Emanuela, è architetto e non disdegna di dare una mano tra i campi. Anche sua zia, che di nome fa Stefania ed è laureata in Beni culturali, non si sottrae alla campagna. La nonna di Lorenzo è Paola Mazzoni. Quando arrivo la trovo a spiccar ciliegie, cappello in testa, il sole picchia. Il capo famiglia è nonno Ubaldo Scendoni: la campagna da sempre nel cuore. Il suo di nonno, Francesco, era mezzadro dalle parti di Ortezzano. Negli anni ’60 acquistò un pezzo di terra lungo la piana del Tenna e portò con sé la famiglia. Da mezzadri a piccoli proprietari.

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Paola e Ubaldo Scendoni

Oggi Umberto coltiva, aiutato dai suoi familiari, cinque ettari di campo vocati a girasole, orzo, farro e grani antichi da cui si ricava una farina particolare. C’è anche il mais. Si tratta dell’ottofile rosso da cui si ottiene una particolare farina per polente.

Mezzo ettaro è invece a vigneto. I vitigni sono soprattutto tre: il Trebbiano (quest’anno lo hanno imbottigliato presso la Cantina Carassanese), il Montepulciano e il Sangiovese della Nera. Poi ci sono gli ettari destinati a frutteto: mele rosa, prugne (Golden Plum), albicocche di un tipo particolare (Paola le definisce «antiche»), pere (William rosse, Abate, Cosce). Non mancano gli olivi, con i tipi del Piantone di Falerone, Leccino e Frantoio.

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Generazioni di Scendoni

Nell’orto, dalla geometria invidiabile, crescono pomodori, patate e verdure diverse. Diserbanti zero!

Mentre calpestiamo la terra che copre «lu vallatu» (il corso d’acqua parallelo al fiume), Paola indica l’irrigazione a goccia.

Più verso ovest, ci sono le arnie: 60 famiglie che producono miele millefiori e acacia. Con la cera delle api i bambini preparano candele. Un gioco ma anche una manualità da sviluppare per gli allievi delle scuole che visitano l’azienda agricola di Ubaldo Scendoni riconosciuta come fattoria didattica. C’è una stanza per le lezioni e un laboratorio per le manipolazioni.

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Da un anno, il vecchio casale è stato ristrutturato ed oggi è un B&B con tre camere e tetto con pannelli solari. Gli ospitati possono sciamare per la campagna, mangiar frutta dagli alberi, cucinare nel vecchio forno.

La mattina in cui vado, alcuni di Treviso se ne stavano sotto i ciliegi.

Paola e figlie preparano colazioni tradizionali: dalle marmellate ai succhi di frutta.

Nel magazzino di fianco al B&B c’è il punto vendita diretta (Campagna amica – Coldiretti) dove trovare tutta la produzione aziendale: dal farro al miele, dalle marmellate alla frutta all’olio.

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Il B&B

Ubaldo e Paola vendono anche al mercato coperto di Fermo e partecipano quando possono ai mercatini nei borghi.

Quando saluto, Lorenzo è intento a spettinare le erbe. Il nonno lo guarda e forse si augura per lui una laurea e la libertà della campagna (senza nascondergli però i sacrifici).

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 2 giugno 2017

#mediterraneandiet #destinazioneMarche #campagnamica