GENTE DI CAMPO. L’azieda Masili, pastorizia e ristorazione. Ad Amandola

Giornata stupenda quella di sabato scorso. Da Madonna della Piana si scorge una Amandola originale. Issata sulla rupe come un fortilizio medievale.

Come tante punte di lancia s’ergono i colli vicini.

Sto cercando l’azienda agricola Masili Luigi. Il cognome tradisce l’origine. Luigi è sardo. Ha lasciato la sua isola a 11 anni per seguire la famiglia. Una famiglia di pastori da sempre. E pastori sbarcati prima in Toscana e poi nelle Marche dove altri colleghi s’erano fermati prima di loro.

Pecore e maialini, è l’attività di allevatore di Luigi. Maialini tipicamente sardi ovviamente, così come di razza sarda anche le pecore, che sono più piccole delle nostrane ma capaci di dare più latte.

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La famiglia Masili

Le une e gli altri li puoi incontrare liberi nella spianata e nel bosco che circondano una bella e suggestiva abitazione in pietra (in effetti di costruzioni ne sarebbero due confinanti). Il verde qui impera. Lussureggiante. Non mancano le querce a delimitare il bordo strada. I viottoli si aprono su decine di percorsi. La strada è bianca e soda.

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50 ettari in proprietà e affitto, la maggior parte è terra da pascolo con tanti alberi attorno. Ci sono poi gli spazi per i cereali: orzo e biada.

La neve dell’ultimo inverno ha fatto danni. 40 ovini sono morti nella caduta di un ricovero.

Il terremoto non ha dato tregua. La torretta che ospitava una camera è stata seriamente danneggiata tanto da dover essere abbattuta. Eppure, si va avanti. Anche qui non si molla.

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Latte e formaggi sono i prodotti dell’azienda Masili.  Il latte in eccesso viene consegnato alla cooperativa Sibilla di cui Luigi è socio. Ma la gran parte serve per uso interno, che non è solo quello famigliare. Anzi.

Perché da 15 anni è stato aperto un agriturismo che ha preso il nome della contrada Madonna della Piana che, a sua volta, ha avuto quel nome per la presenza di una chiesa dedicata alla Vergine. Oggi ne restano solo rovine.

Dunque, allevamento e cucina. Queste le attività dell’azienda Masili.

Luigi, oltre a pascolarlo, il maialino, lo cuoce divinamente, raccontano i clienti, con le erbe giuste e con le giuste tinture.

Sua moglie Patrizia, che invece è amandolese doc, risulta molto esperta negli antipasti e nei primi.

Francesco ha 31 anni, diplomato all’Istituto Professionale di Sarnano, funge da aiuto in sala e da una mano nell’allevamento. È uno dei pochi giovani – forse l’unico – che ho incontrato senza l’attrazione fatale per facebook.

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Come farsi i clienti? La sua risposta è lapidaria: «Buoni prodotti, buona cucina, e passa parola».

La struttura ha anche sei camere per l’ospitalità. Per sei mesi però è rimasta chiusa causa sisma. Ora non più.

Se domandi il piatto forte della casa, ti sentirai rispondere con una sfilza di tipicità sarde tra cui il pane carasau e i ravioli. Poi, si va sicuri sulla coratella d’agnello e, naturalmente, il maialino arrosto.

Sviluppi? L’azienda punta decisamente sugli ovini ma anche sull’ampliamento dell’agriturismo. Occorrerebbe allargare la cucina e predisporre anche una piscina. Ma qui entra in campo la burocrazia. E il discorso devia…

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 27 ottobre 2017

#Amandola #Pastorizia #Agriturismo #maialinoalforno

 

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CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Un mulino, un viottolo, un colle.

Ottobrata piena. Giornate calde. Domenica da incorniciare. Costeggio in auto la zona de “Le prese”, tra Magliano di Tenna e Piane di Montegiorgio. Case basse, un tempo. Oggi ne resta solo qualcuna. I cavalli brucano erba al di là dell’anello dell’Ippodromo San Paolo.

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L’antico Molino delle Piane di Montegiorgio

Arrivo all’antico Molino. Una visita da consigliare a tutte le scuole. Struttura fortificata. Luogo di lavoro e socialità. Fu dei Marozzi, poi nel 1959 divenne dei Lautizi. Resta un patrimonio storico e architettonico.

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Il Tenna scorre poco lontano. Tinia o Tin: per gli Etruschi era come il Giove romano. L’Officina del Sole della famiglia Beleggia chiamerà il prossimo vino rosso Tignium, come l’antico fiume, come la terra dappresso.

Amo il fuoco e non le ceneri, il passato ma anche l’accenno di futuro, la storia e la scienza, da poco anche l’arte. E l’intelligenza creativa dell’uomo.

Ho letto un articolo del mio amico astrofisico Mario Gargantini. Dava l’annuncio che è «stato catturato il segnale generato dalla fusione di due stelle di neutroni, così dense da costituire uno stato estremo della materia». Creato che stupisce!

Raggiungo la piana tra Belmonte Piceno e Servigliano.

Belmonte due

Ho deciso di risalire il viottolo sino alla strada che collega Belmonte a Curetta. L’erba è bagnata. Il sole è lontano. Il proprietario della terra ha messo una catena per impedire l’ingresso alle moto da cross e ai quad che hanno rovinato il percorso: ci sono dislivelli di mezzo metro. Salgo tra prugnoli spinosi e bacche rosse. Attraverso una specie di tunnel. Gli alberi sono flessi gli uni sugli altri. A farsi compagnia o ad amarsi. Canticchio “Luci a San Siro” di Vecchioni. Oggi non si canta più per strada.

Belmonte

In cima, due cani mi raggiungono. A destra, verso Curetta, c’è un colle più alto degli altri. In cima, un piccolo serbatoio idrico del CIIP. Vado. Si apre il mondo. Dal Monte San Vicino al Gran Sasso, dall’Ascensione irta di antenne alla quinta dei Sibillini sino a quella del mare Adriatico. Un giro d’orizzonte in un batter d’occhio. L’erba è molto verde. Mi informo sul tipo: c’è coda cavallina, c’è tarassaco, c’è valeriana, ed anche malva. Un cesto di cespugli è diventato un quasi albero solitario, come a guardia di un luogo incantato. Rifletto che da noi la civiltà contadina manda ancora qualche barlume. In altri parte è stata cancellata, e, a dirla con Peguy, è stato «il più importante avvenimento della storia dopo la nascita di Cristo». Non il migliore, però.

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Il serbatoio idrico sulla sommità della collina

Dallo zaino pesco “La natura del bastardo” di Davide Rondoni. Leggo ad alta voce: «O fissare lei nella tutta perdita nella tutta pioggia la beatitudine estrema d’essere quasi niente…». Attraverso un campo di zolle rivoltate. Hanno sete e lo si vede.

Mi viene da pensare che qui andrebbero condotti i tour operators; proprio qui a scorgere Penna San Giovanni e Santa Vittoria, Monte Rubbiano, Fermo e la costa. Qui, nella poesia della natura, nel vibrare del cielo.

Il gabbiotto del CIIP è un cubo grigio sul punto più alto. Quasi a voler imporre la mano dell’uomo su quella del Creatore.

Telefonerò al presidente Alati: che camuffi con edera e rampicanti quel manufatto. Perché sembra di stare in Paradiso ma con una porta sul Purgatorio.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 22 ottobre 2017

#BelmontePiceno #Molini #Infinito #natura

MINORI… PER MODO DI DIRE. L’arte del pane. Imparata in famiglia.

Lei è Sabina Castricini. Lui Joselito Mancini. Lavoravano nel campo delle calzature. Lui ha fatto anche il cameriere. Poi, due anni fa, la svolta: la decisione di cambiare e di dare corso alle proprie passioni. Il 20 novembre prossimo a Luce Cretarola di Sant’Elpidio a Mare festeggeranno i due anni di vita della “Panetteria Castricini – Pane – Pizza – Dolci”. Sì, perché due anni fa hanno dato ascolto a ciò che gli derivava dalle nonne e dalle mamme «sempre attente alla salute dei propri figli». Una scommessa, la Panetteria, anche nei confronti dei propri figli e genitori, che non vedevano bene l’iniziativa. Troppi concorrenti, troppa crisi. Eppure, la scommessa è stata vinta. La clientela c’è, apprezza, torna. Perché? Perché Sabina e Joselito hanno fatto una scelta diversa. Hanno puntato sulla qualità fornita dai grani antichi e su farine particolari: jervicella, saragolla, segale, farro, integrale, orzo… Joselito sceglie i coltivatori locali, ne assaggia il prodotto. Seleziona. Mira a quei grani le cui «proprietà  sono di essere digeribili e a basso contenuto di glutine, grani che hanno bisogno di poca concimazione e si prestano a coltura biologiche».

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Sabina Castricini e Joselito Mancini

Il lievito madre è la sua carta vincente. Joselito si alza alle tre. Ogni giorno, meno la domenica. Controlla la lievitazione, cuoce, sforna, sistema pani e dolci sugli scaffali, e apre il negozio. A quell’ora, intorno alle 8,30, arriva Sabina che nel frattempo ha messo in moto e custodito le tre figlie:  Chiara (17 anni), Arianna (14), Sofia (7).

Di Sofia dicono che se ne intenda già di impasto e lievitazione.

Le altre non rimangono estranee. Quando c’è super lavoro sono dietro al banco anch’esse. Un senso di responsabilità che Joselito sta trasmettendo e che lui ha imparato dagli scout dell’ASCI.

Sabina è diabetica. Questa sua malattia, scoperta da adolescente, l’ha portata ad essere più attenta al cibo per sé e per gli altri. Dove gli altri sono soprattutto i clienti. Quelli che al mattino arrivano in negozio lungo la Faleriense, chiedono pane o panini o dolci, poi rimangono a far due chiacchiere, ridere, scherzare. Rapporto umano. Come un tempo nelle botteghe di paese, con una umanità più vera.

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«Dove possibile – racconta – togliamo materie prime che possano creare intolleranze senza alterare gusto, fragranza e caratteristiche proprie del prodotto».

Sabina e Joselito si stanno preparando per Natale. Hanno già approntato un panettone leggerissimo. Non usano conservanti. Ed ora procedono con una linea di pandori sempre con farine di grani antichi.

Joselito ha ancora in mente «le non ricette» di nonna Ersilia e di mamma Adelaide. «Andavano ad occhio, facevano dolci, vinci sgrassi, tagliatelle con quello che c’era in casa, misurando i prodotti con il pugno della mano». Un mondo ritrovato

La scheda:

Sabina Castricini è nata a Sant’Elpidio a Mare il 29 febbraio del 1972. Da piccola voleva fare l’avvocato. S’è trovata – e anche con soddisfazione – a tirare avanti una panetteria di successo. Ha un sorriso aperto, che piace ai clienti. Alcuni dei quali commissionano pani e dolci particolari che lei, tramite Joselito, si impegna a realizzare.

Joselito Mancini è nato invece il 26 luglio del 1968. Ha lavorato come cameriere e come dipendente in un calzaturificio. Ma la sua passione era il pane, erano i dolci, era l’impasto che vedeva fare a mamma e nonna. Da qui la svolta. Un’altra passione è lo scoutismo e, da ex granatiere, alto e robusto, le sfilate nell’uniforme storica del reggimento.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 21 ottobre 2017

#artedelpane   #GranatieridiSardegna #dolcidaamare #mediterraneandiet #DestinazioneMarche

GENTE DI CAMPO. L’olio, il bosco e tanta ospitalità. A Villa Clementi

Falerone, strada per Sant’Angelo in Pontano.

Sopra c’è la stupenda chiesetta di Santa Margherita, tipico esempio di romanico locale. Una strada di campagna indica Contrada Ferrini. Occorre scendere parecchio tra le campagne geometriche e ancora verdi.

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Giovannella Giorgetti e suo marito Ruggero Rossi, proprietari dell’Azienda agricola Villa Clementi

Quasi sul fondo valle, due colonne indicano Villa Clementi. L’edificio è incastonato in un’esplosione di alberi d’ogni genere, come l’abete greco che ha la stessa età del proprietario. Lui è Ruggero Rossi. Con sua moglie Giovannella Giorgetti che si divide tra la campagna faleronese e la professione di counselor in Ancona, gestisce l’azienda che fu del nonno materno, Bartolo Clementi.

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È ancora caldo la mattina quando ci incontriamo. La nostra chiacchierata inizia all’esterno, seduti intorno ad un tavolo di ferro. Più in alto, i collaboratori stanno raccogliendo le olive. Ruggero se n’è distaccato per parlare con me. La proprietà iniziale di nonno Bartolo, intorno alla fine dell’Ottocento, era di 400 ettari. Poi, divisioni familiari ed altro ancora, hanno ridotto a 14 gli ettari curati dai signori Rossi. L’oliveto ne copre quasi tre. La specie delle olive è esclusivamente quella del piantone di Falerone. Nel 1995, quando Ruggero prende in mano la terra (lui faceva altro di mestiere, girando l’Italia) c’erano solo 150 piante. Oggi ce ne sono 500. Un’operazione condotta con l’ausilio dell’Istituto Tecnico Agrario di Ascoli Piceno.

Villa Clementi due

Casetta Clementi, luogo di ospitalità

Ruggero e sua moglie amano questa terra. Lui aveva cinque anni quando i genitori lo lasciavano libero nei campi, e a piedi scalzi, sorvegliato dai contadini. Ricorda bene gli aratri tirati dalle vacche e le altre attività. Gli è rimasto impresso il gesto dell’aiuto reciproco.

Se l’oliveto copre 2,5 ettari, i restanti sono a bosco per realizzare biomasse naturali. Ci sono, tra gli altri, i peri, i sorbi. Una scelta fatta anche grazie alla consulenza dell’Istituto Sperimentale di Arboricoltura di Arezzo.

Nell’orto, Giovannella cresce i prodotti che finiscono sottolio. Servono per casa, figli, amici e clienti/amici.

Sì, perché accanto a Villa Clementi, stupenda abitazione gentilizia di fine 1700, restaurata nel 1997 e vincolata dalla Sovrintendenza, con soffitti affrescati, camini e stufe monumentali, c’è «la Casa romantica» oppure «la Casetta Clementi». È una costruzione bassa, sapientemente sistemata di dentro e di fuori, a due passi dal bosco. È un luogo di ospitalità dove Giovannella fa sperimentare un’accoglienza calda, amichevole. Soprattutto, vera. «Mi piace intessere rapporti, colloquiare, scambiare esperienze. Mi piace offrire enogastronomia locale, e possibilità di conoscere l’arte marchigiana, riservando tempo alla lettura e alla pace», racconta.

Villa Clementi

Il Tunnel dell’amore

Nel giorno del nostro incontro s’era in attesa di ospiti statunitensi. Villa e Casetta sono circondate dal verde, come dicevamo. Uno stradello conduce ad una «tavola rotonda», in pietra. Un altro si caratterizza come fosse un tunnel di aceri campestri, che abbracciano e immettono, volendolo, in una specie di second life, una seconda vita. Da vivere sicuramente.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 20 ottobre 2017

#Oliopiantone #Falerone #mediterraneandiet #destinazioneMarche

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Scalando la torre di Santa Lucia a Fermo

«Ho teso corde da campanile a campanile, ghirlande da finestra a finestra, catene d’oro da stella a stella, e danzo». Lo scriveva Arthur Rimbaud nella seconda metà dell’Ottocento.

Chissà se anche lui, come i rampolli delle nobili famiglie impegnati nel gran tour, avesse conquistato la cima di un campanile, si fosse affacciato da una torre che sormonta una cattedrale, una chiesa, una pieve.

Da lassù si gode la terra d’intorno, il brulicare della vita, il suo eterno essere e mutare.

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E dalle campane che ancora suonano si spande una voce che è altra rispetto alle colonne sonore dell’esistenza giù in basso.

Occorrerebbe ascendere i campanili. Per osservare e riflettere.

«Quando spunta la luna, tacciono le campane e i sentieri sembrano impenetrabili. Quando spunta la luna il mare copre la terra e il cuore diventa isola nell’infinito Nessuno mangia arance sotto la luna piena. Bisogna mangiare frutta verde e gelata Quando spunta la luna dai cento volti uguali, la moneta d’argento singhiozza nel taschino». È Federico Garcia Lorca, in una delle sue migliori poesie: Spunta la luna.

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Ho risalito la torre della chiesa di Santa Lucia a Fermo, la chiesa delle stupende tavolette (ora nella Pinacoteca di Fermo) della Santa martirizzata. Il parroco fra Andrea, terminando una santa messa, aveva fatto una comunicazione. Compiendo un sopralluogo alla cella campanaria, era riuscito a datare le due campane. Sono antiche, antichissime.

La più piccola è del 1554, Anno Domini; l’altra è del 1400 e porta attorno al suo bronzo la scritta: Varinus Nicholaus me fecit. Le ho raggiunte faticando un po’, salendo sei scale di legno piuttosto ripide e attraversando cinque pianerottoli (quattro in legno). La sommità consente di guardare a 360 gradi: l’imponente monastero delle Clarisse, la parte ovest di Villa Vinci dove s’ergeva l’arcigna rocca dei tiranni, il Convitto Montani, il convento dei Cappuccini e la Carcera, l’area di Molini Girola e le fabbriche degli uomini. Da mezzo secolo e oltre le campane hanno un congegno elettrico. In precedenza erano legate a due poderose travi con corde a scendere ai piani inferiori. Il vecchio batacchio è ancora lì, ormai in disuso.

Tra paganesimo e cristianesimo, alcuni scrittori vagheggiavano in genere che il suono delle campane fugasse le nuvole, la pioggia, la grandine. Che richiamasse esseri soprannaturali. Che scacciasse il demonio intento ad ammaliare e rapire bambini.

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La campana non è l’orologio. La campana, che pur scandisce le ore, accompagna il tempo, lo rende sacro. Lo segue nella sua spirale di eterno ritorno.

La campana e l’orologio, raccontava Franco Cardini, sono, non solo i due strumenti, ma i due simboli delle diverse interpretazioni del tempo. La campana che fuga i demoni e le tempeste, e che richiama i diversi momenti liturgici del giorno, è simbolo di rinnovamento spirituale, ripresa, resurrezione, cammino. L’orologio è simbolo invece del tempo divoratore e, quindi, con la falce in mano, è simbolo di morte. Come Kronos (Saturno) che divorava i suoi figli. Lo ha dipinto Goya, e prima di lui Rubens.

Passano queste parole e queste immagini mentre m’arrampico, mi affaccio, penso a volti cari e scruto una Fermo inconsueta.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 15 ottobre 2017

#Campane #torri #Rimbaud # Goya #Santa Lucia

La storia di Van Gogh in un film. Da non perdere

«Non possiamo che parlare con i nostri dipinti». Lo scrisse in una delle ultime lettere Vincent Van Gogh.

Qualche tempo dopo, il grande artista, la cui fama venne riconosciuta postuma, e non in patria (l’Olanda) ma in Germania, uscì di casa con una pistola in tasca. Disse che avrebbe sparato ai corvi che s’aggiravano sui campi di grano. Sparò a se stesso, morendo due giorni dopo. Era il 27 luglio del 1890.

Il nove dello stesso mese aveva dipinto il quadro considerato il suo testamento: Campo di grano con volo di corvi. Non aveva usato pennelli. S’era servito di una spatola, e di tanti colpi portati sulla tela anche con violenza, l’uno sull’altro, con colori fortissimi, per riprodurre un cielo nero e bluastro, vortici più chiari, sentieri verdastri e, soprattutto, la sua disperazione. Quella di un uomo tormentato, assetato di infinito e di giustizia sociale, di «richiami religiosi e umanitari», malato ma non pazzo.Quell’artista che dipinge la povertà, gli stenti, il dramma, le privazioni dei contadini, dei tessitori e dei minatori (questi ultimi frequentati come predicatore nei bacini minerari del Borinage, in Belgio).

campo di grano

Dai toni scuri dei primi lavori sino agli intensi colori delle produzioni più tarde, per citarne alcune come: L’autoritratto, Il Ponte di Langlois, La pianura della Crau, Notte stellata, Vaso con i girasoli, La Camera di Van Gogh, il Caffè di notte (interno ed esterno).

La drammatica storia di Van Gogh è diventata un film evento: Loving Vincent, in programmazione al Super8 di Fermo nei giorni di lunedì, martedì e mercoledì. Si tratta di «un lungometraggio interamente dipinto su tela che racconta le opere e la vita di Vincent Van Gogh. Un originale incontro tra arte e cinema vincitore del Premio del Pubblico al Festival d’Annecy».

Scritto e diretto da Dorota Kobiela & Hugh Welchman, Loving Vincent è il primo lungometraggio interamente dipinto su tela. Realizzato elaborando i quadri dipinti del pittore, il film è composto da migliaia di immagini realizzate da un team di 125 artisti che hanno lavorato anni per arrivare a un risultato di enorme impatto. Un lungometraggio poetico e seducente che mescola arte, tecnologia e pittura. 94 quadri di Van Gogh sono riprodotti in una forma simile a quella originale e più di 31 dipinti sono rappresentati parzialmente.

Non mancherà l’incontro con uno degli ultimi comunardi, monsieur Tanguy, che gli fa credito e gli diventa amico, o con il dr Gachet, che lo cura presso di sé. O con Gauguin, che porta Van Gogh a infliggersi un taglio all’orecchio per espiare, portandone la carne viva in un postribolo. Vincent aveva tentato di aggredirlo con un rasoio.

In una lettera al fratello Thèo aveva rivelato: «… io ho un bisogno terribile di religione; allora vado di notte a dipingere le stelle».

Cercava probabilmente un legame e una risposta. Cercava l’amore e l’essere amato.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 15 ottobre 2017

#Vangogh #Olanda #Germania #Gauguin

 

Le grandi mostre dell’arte che salva

“Rinascimento a Fermo: pittori tra Adriatico e Appennino dal tardogotico a Carlo Crivelli”. È questo il titolo della mostra che verrà allestita nella chiesa di San Filippo di Fermo da marzo prossimo a fine dicembre 2018 nel quadro del progetto Biennale della Regione Marche.

Nel tempio che fu dei Filippini saranno installate opere d’arte provenienti dai musei e dalle collezioni pubbliche ed ecclesiastiche colpite dall’ultimo terremoto e messe in sicurezza presso i depositi attrezzati del MIBACT, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

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La notizia è stata data sabato scorso a Loreto in occasione della presentazione di un’altra mostra, con le stesse caratteristiche dei beni provenienti dalle aree terremotate, che porta un titolo significativo: “L’Arte che salva. Immagini della predicazione tra Quattrocento e Settecento. Crivelli, Lotto, Guercino” a cura dei bravi Francesca Coltrinari e Giuseppe Capriotti dell’Università di Macerata.

In attesa di vedere la mostra fermana, abbiamo potuto godere delle opere esposte nel Museo-Antico Tesoro della Santa Casa di Loreto. Numerose sono quelle provenienti dalla nostra provincia e dalle zone maceratesi dell’arcidiocesi fermana.

Spicca per la luce dei suoi colori intensi il “Polittico con l’Incoronazione della Vergine e santi”, tempera su tavola arrivato dalla Pinacoteca civica “Vittore Crivelli” di Sant’Elpidio a Mare. Sempre della stessa Pinacoteca sono i due oli su tela “La Fede in gloria con i santi Pio V e Vincenzo Ferrer” di Filippo Ricci e “Madonna con Rosario” di Ernst van Schayck.

Dal Museo dell’Arte sacra Comunale-Diocesano è arrivato il superbo olio su tela di Simone De Magistris, “Madonna del Rosario con i santi Domenico, Pietro Martire, Maddalena e Caterina d’Alessandria”.

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Delle chiese di San Fortunato e San Giovanni Battista, di Falerone sono stati esposti la grandiosa opera di Vittore Crivelli “Madonna adorante il Bambino” e l’olio su tela dell’ignoto pittore del XVII secolo “Adorazione del nome di Gesù e i Santi Ignazio di Loyola e San Francesco Saverio”.

Del monastero di Santa Chiara di Fermo è la “Berretta di San Giacomo della Marca”, tessuta in seta, lino e lamine d’argento, mentre il “Rosario figurato della sacratissima vergine Maria madre di Dio”, proviene dalla Biblioteca civica “Spezioli” sempre di Fermo, e l’olio su tela “La Conversione di Saulo” dal convento fermano dei Frati Minori Cappuccini.

Del Museo dei Legni processionali “Mons. Marcello Manfroni” Petriolo, arcidiocesi di Fermo, sono gli oli su tela “Ritratto di don Felice Silvestrini” di Giacomo Falconi, “La Madonna della Pace” di Achille Gualtieri, e un Crocefisso di cartapesta dipinto su legno intagliato.

In attesa di vedere la mostra fermana, vale proprio la pena visitare intanto quella lauretana divisa in otto sezioni che approfondiscono le figure dei grandi predicatori (i comunicatori della Chiesa) appartenenti agli ordini religiosi: francescani, domenicani, agostiniani e gesuiti.

41 oggetti straordinari sottratti al terremoto per dire che l’arte salva se stessa e la bellezza della Terra di Marca.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 15 ottobre 2017

#Crivelli #Loreto #Predicatori