VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Filippo Santoni da Servigliano: 20 anni sindaco

Lo cerco nel supermercato dei figli, a Servigliano. Lo trovo tra gli ultimi scaffali e una sorta di corridoio con due tavolini alti. Ha una specie di coppola in testa. È intabarrato in una giacca a vento pesante. Il volto è sempre il suo: un faccione rotondo, me lo ricordavo esattamente così. Se togliesse il cappello, scommetto su una pelata lucida. Filippo Santoni ha ottant’anni, e quando risponde alle mie domande, meglio: alla nostra conversazione, cerca le parole, lentamente, come riflettesse a lungo prima di pronunciarle. E ricordare. Per venti anni è stato sindaco di Servigliano. Otteneva il 60-70 per cento dei voti. Si faceva sempre trovare in Comune, a disposizione di tutti. «Una volta eletto – spiega – cercavo di essere super partes».

Venti anni non sono certo pochi. Quindici anni di filato e cinque dopo il mandato di un altro primo cittadino: dal 1975 al 1990, e dal 1995 al 2000.

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L’ex sindaco di Servigliano, Filippo Santoni

Quelli del Settanta sono gli anni dello sviluppo industriale, delle nuove costruzioni, del cambiamento di mentalità, delle contestazioni a livello nazionale, del terrorismo rosso e nero.

Ma torniamo a Servigliano, Santoni si presentava con la lista Spiga di grano. Comunista. «Sinistra e basta», mi racconta. Poi precisa: «Nasco nel PSIUP» che era il Partito Socialista di Unità Proletaria, rappresentato dal simbolo del mondo sovrastato dalla falce e martello. Mi rendo conto che questi simboli siano ai più giovani quasi del tutto sconosciuti. Eppure…

Servigliano anni Settanta. «C’era da risolvere il problema della viabilità, che la mia giunta ha cercato di curare al meglio», spiega il sig. Filippo, «e c’era il problema abitativo. Un primo atto lo facemmo con la costruzione di case popolari». Ricorda il palazzo con 50 appartamenti vicino all’ex stazione. «Un’edilizia, un’architettura comunista», scherzo io. Lui mi guarda e sorride.

Continua a parlarmi del Piano regolatore, «strumento indispensabile per la crescita della cittadina», e della «riorganizzazione delle zone: frazioni, aree agricole».

Filippo Santoni è stato un auto-didatta. Quinta elementare come titolo di studio, ma grande curiosità e capacità di rapporti.

Una delle soddisfazioni? «Nell’ex convento fuori porta (quello dei Minori, ndr) c’erano i topi, andava tutto alla malora. Che facemmo? Iniziammo con l’affittare alcuni locali. Arrivarono il bar e la farmacia. Molti mi contestarono. Fu l’unica maniera però per ottenere un introito al Comune e riaprire quell’edificio».

Spaziamo fuori da Servigliano. «Noi alla politica ci credevamo sul serio. Eravamo capaci anche di sacrifici personali. A casa ho ancora la ricevuta per la somma versata da me come contributo per l’acquisto della Federazione di Fermo». Personaggi di spessore? «Sicuramente Cesare Marcucci (antifascista, animatore culturale, diverse cariche nel PCI, di Falerone, ndr). Però la Fondazione a suo nome doveva essere costituita qui, nell’entroterra». Gli chiedo di Giorgio Cisbani, già senatore. «Non poteva emergere di più, perché troppo libero, troppo pratico, non creava consenso». Non spiega di quale consenso si trattasse, probabilmente all’interno del suo partito.

Ed oggi? «A Fermo, nella sinistra, è mancato l’uomo giusto. A livello nazionale Bersani ha perso un’occasione. Io sono un deluso. Per qualche tempo ho creduto in SEL… Ho guardato con attenzione ai 5 Stelle, ma non sono convinto. Mi piacerebbe una nuova sinistra di popolo».

Se la macchina del tempo potesse tornare indietro che farebbe?

«La piazza. Rifarei la piazza. Così com’è non mi piace. Tornerei alla pavimentazione con i sampietrini. Glielo dico sempre al sindaco Marco Rotoni: “se vuoi essere mio amico, cambia la pavimentazione”. E poi, curerei meglio i servizi igienici, quelli accanto all’ex convento. È lì che si fermano turisti e visitatori. È il biglietto da visita».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, giovedì 1 febbraio 2018

#Politica #SEL #PCI #Servigliano #Sinistra

 

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CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Le vetrate di Sant’Antonio. Una piccola Chartres

Andai a Chartres, anni fa, in camper e una guida d’eccezione: mons. Germano Liberati, docente di italiano, critico d’arte, collaboratore dell’Università di Urbino. Montegiorgio gli ha dedicato la Biblioteca comunale.

Visitammo la Cattedrale di Notre-Dame. Avevo interesse per il Labirinto, ero appassionato di alchimia, esoterismo, Cavalieri Templari (un amore che m’è rimasto). Mentre percorrevo le pietre, in basso, don Germano mi disse: «Solleva lo sguardo, guarda la Bibbia dei Poveri, il blu di Chartres, i racconti della Bibbia». Biblia pauperum. Lo feci. C’era il sole. Vetrate stupende. Una lettura tridimensionale. Uno spettacolo. Un’emozione. Ci ho ripensato giorni fa camminando perimetralmente la chiesa di Sant’Antonio di Fermo con don Checco Monti, il parroco. È un’opera d’arte: quattro pareti di vetrate, migliaia di pezzi dipinti, stile gotico moderno, chilometri di ferro. Un racconto unico. Le vetrate progettate dall’architetto Renato Cristiano, nomen omen; la struttura dell’ing. Lino Fagioli “Tenda di Dio in mezzo alle tende degli uomini”

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Particolari della chiesa di Sant’Antonio

Dovrebbero inserirla nel giro dei turisti. Dovrebbe aprire il cuore dei fedeli.

Non mi piaceva prima del restauro. Mi emoziona, ora, a pochi mesi dal compiuto intervento.

Due Santi nelle vetrate sud e nord, le loro vicende, il loro carisma. San Francesco, raccontato con il colore verde-azzurro della spiritualità. Il figlio viziato di Pietro di Bernardone che si converte dandosi interamente al Signore; gli uccelli che si chetano al suo invito, lo sguardo rivolto al cielo. Parete opposta, quella del nord, con un altro santo francescano (la chiesa fu costruita dai Minori Conventuali nel 1975), Sant’Antonio, e quel colore rosso-carnato. Sant’Antonio, l’uomo dall’azione concreta. «Quello che ispirava l’uno – dice don Checco – viene incarnato dall’altro». Quanto Francesco era «ispirato dall’amore dell’infinitamente piccolo per l’immensamente grande», tanto Sant’Antonio «rappresenta l’amore di Dio, immensamente grande, per l’infinitamente piccolo che è l’uomo».

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Parete est, dove il sole batte al mattino, il giallo e l’ocra, ma anche il marrone, sono i colori della terra (si colgono anche i simboli dei tre regni della natura: minerale, vegetale, animale), della realtà che è dura. C’è l’angelo che scaccia Adamo e c’è Adamo che entra nel mondo e nella sua contraddittorietà. E c’è l’Albero della vita e della conoscenza, del buono e di quello che buono non è.

Parete Ovest, blu scuro e violetto. Cristo muore e risorge, la Vergine è assunta in cielo, la città degli uomini che diventa babelica, informe e mostruosa, e quelle mani tese a chiedere la forza di cambiare. Collego il messaggio visivo ai Crocefissi di William Congdon nella lettura che ne fa Massimo Recalcati. «L’amore cristiano non ha nulla di consolatorio, non è un rifugio illusorio… è piuttosto una forza che scuote…». Un’onda d’urto, dunque.

Esco dalla chiesa che è buio. Alzo lo sguardo verso la cuspide sormontata da una guglia in vetro istoriato che arriva a circa quaranta metri da terra. È illuminata.  Ho riletto da poco un’opera di Albert Camus. Una frase mi ha colpito ed è giusta per qui: «Siate realisti, domandate l’impossibile».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 28 gennaio 2018

#SanFrancesco #SantAntonio #Fermo #Chartres #WilliamCongdon #MassimoRecalcati

 

 

MINORI… PER MODO DI DIRE. Il giardiniere del Quirinale. La storia di Francesco Ulivello

Più di una volta, vicino all’ascensore,  ha incontrato il presidente Giorgio Napolitano. Un’altra, il nuovo presidente Sergio Mattarella.

Di lontano ha visto Renzi, Brunetta e altri personaggi politici di primo piano. Dove? A Roma, tra gli alberi, il parco, le siepi.

Fino a qualche mese fa Francesco Ulivello è stato uno dei dieci giardinieri del Quirinale. Un bel lavoro, un bell’ambiente. Poi, il ritorno a casa, a Sant’Elpidio a Mare, per «fare qualcosa di proprio».

Ulivello

Francesco Ulivello

Francesco al Quirinale c’è arrivato dopo studi, gavette e stage.

Diplomatosi al Liceo scientifico di Fermo, Ulivello va volontario «sotto le armi: bersagliere» e partecipa al concorso per ufficiali dei Carabinieri. Ma non è quella la sua strada. Sente invece crescergli dentro un’attrazione fatale per l’ambiente, la natura. Trova così lavoro presso il vivaio del dr Tonelli di Fermo. Successivamente si iscrive ad una delle scuole di giardinaggio più prestigiose in Italia: la Scuola Agricola Parco di Monza (l’altra è quella di Minoprio in provincia di Como). Per un anno si trasferisce là, compiendo successivamente un tirocinio presso l’Orto botanico di Villa Hanbury gestito dall’Università di Genova; un altro a Nibbiano di Piacenza presso l’Orto botanico Caplez; un altro ancora a Due Carrare di Padova presso l’Orto del Castello di San Pelagio.

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Amante dell’organetto

Invitato a lavorare presso uno Studio di paesaggisti di Cremona, rifiuta l’offerta. Avverte che nell’aria c’è qualcosa per lui.

Infatti, a gennaio del 2014, mentre sta pranzando, riceve una telefonata dal Quirinale. Una voce di donna. Sulle prime non ci crede, pensa a qualche scherzo di amici. Poi, le spiegazioni si fanno convincenti. Potrà partecipare ad una selezione per giardinieri del Quirinale.

Ma come hanno fatto a scegliere lui? Francesco dimentica di essere stato premiato come miglior studente ex aequo al Parco di Monza. Roma lo ha saputo. E lo ha scelto. I concorrenti sono diversi. Le prove sono orali e pratiche. Lui arriva secondo. Viene assunto. Ed entra in un luogo magico: paesaggistico, storico e monumentale.

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«I giardini – dice – sono bellissimi. Quattro ettari. Ora li hanno aperti ai cittadini. Io ero addetto alla manutenzione. Il clima con i colleghi stupendo». Poi aggiunge quasi come una guida: «Ci si inoltra nel Viale delle Palme, dove ci sono dodici aiuole geometriche di specie arboree diverse. Poi c’è il boschetto, le fontane con le sculture. Un altro mondo».

L’impegno romano dura da giugno del 2014 a dicembre del 2017. Può rinnovare il contratto. Ma Francesco ha in animo di dedicarsi a qualcosa di tutto suo, ad una propria azienda.

In questi giorni è in attesa di una chiamata dalla Liguria. Intanto, scrive poesie, raccoglie storie e studia il folclore, e suona l’organetto.

La Scheda:

Francesco Ulivello nasce a Sant’Elpidio a Mare, dove risiede, l’undici maggio del 1987.

Si diploma al Liceo scientifico di Fermo, frequenta scuole di specializzazione su ambiente e paesaggio.

È appassionato di storia, specie quella agraria, di yoga, filosofia e psicologia. Scrive poesie e ama le tradizioni popolari.

Frequenta Nicola Pucci considerato l’ultima espressione del baccaiamento, un lessico particolare usato specie dai ramai di Force.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 27 gennaio 2018

#Quirinale #Paesaggi #Baccaiamento #Organetto #OrtoBotanico

 

 

GENTE DI CAMPO. Studente di giorno, agricoltore di sera. La storia di Giorgio Amaolo

Me l’avevano segnalato comuni amici. Dicevano: «È un ragazzo in gamba, gli piace la terra, vuole vivere in campagna, dovresti conoscerlo».

Fatto. Ci vado. Strada Mezzina, incrocio Montegranaro, Sant’Elpidio a Mare. Prendo per quest’ultima. Sono alla periferia di Casette d’Ete. Svolto a destra verso la collina: Strada Osteria vecchia, 756. Eccolo: Giorgio Amaolo mi sta aspettando davanti al frantoio casalingo. 19 anni, studente dell’Istituto Agrario di Macerata. Di giorno dietro ai banchi, di pomeriggio, tra un libro e l’altro, in giro per la sua campagna.

In camicia di flanella a scacchi bianchi e neri, scarponi, occhiali montatura nera, mi invita a seguirlo a piedi. Raggiungiamo la vigna. Suo zio Alberto sta potando. Ci inoltriamo tra gli ulivi. Camminiamo nel freddo di un tardo pomeriggio. Poi, ridiscendiamo per accomodarci nella casa di nonno Giuseppe dove i mobili sono quelli di 70 anni fa e la cucina economica è di quelle che non si vedono più.

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A dx Giorgio Amaolo con lo zio Alberto

Giorgio è al quarto anno di scuola. Vorrebbe concludere subito per dedicarsi esclusivamente alla campagna. Per ora riesce ad aiutare, specie di sabato e domenica, suo padre Silvano e i suoi zii Miriana e Alberto. Vorrebbe far molto di più. Ma fa già tanto. Oggi pomeriggio, ad esempio, ha caricato, trasportato e scaricato balle di fieno ad un acquirente. L’azienda possiede quattro trattori di cui Giorgio è un valente pilota.

La superficie del terreno dove si srotola l’Azienda Agricola Fratelli Amaolo è di dieci ettari di proprietà e di cinque in affitto.

Tre gli ambiti di produzione: vigna, olivo, grano.

Le varietà dei vitigni sono, per i vini rossi, il Montepulciano e il Sangiovese;  per i bianchi, Pecorino, Passerina e Trebbiano.

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La famiglia Amaolo vende il vino solo sfuso, di bottiglie se ne fanno un quantitativo limitatissimo, quasi casalingo. I clienti arrivano per passa-parola.

Le varietà dell’olivo invece sono quelle del tipo Frantoio, Piantone di Mogliano, Piantone di Falerone, Leccino. Tutto lavorato nel proprio, piccolo, ma attrezzato frantoio che si trova, come la cantina, al piano terra dell’abitazione dei nonni.

C’è poi il campo di grano, che Giorgio cura personalmente. Le specie sono quelle del grano duro San Carlo e dell’Achille, e altre minori.

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In verità, Giorgio si occupa anche della piccola stalla con due vitelli da carne, «un tempo avevo anche alcune mucche da latte», e del cortile con polli, agnelli e conigli.

«Studiare e lavorare è dura. A scuola però ho imparato molto sulle tecniche di produzione e sulle caratteristiche della flora».

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Progetti? «Una volta terminati gli studi mi scateno: vorrei mettere una trentina di capi di bestiame e dedicarmi di più al grano, magari quello antico».

Poi, mi racconta del «bel clima che c’è tra giovani agricoltori che si scambiano informazioni e aiuto, con gli anziani non è così».

Pensi di metter su famiglia? «In futuro vorrei, ma occorre la donna giusta, che ami i campi come me. Io non potrei vivere in città. Anche se si guadagna poco ed il lavoro è tanto, il mio posto è qui».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, venerdì 26 gennaio 2018

#Campagna #Vino #Sangiovese #Montepulciano #Grano #OlioPiantone

 

VITA DA SINDACO. Antonio Vallesi, primo cittadino del più piccolo comune del Fermano, Smerillo

Antonio Vallesi, sindaco di Smerillo, il comune più piccolo del Fermano. Lo raggiungo che l’influenza lo ha aggredito. Ma non si sottrae.

Il primo impatto al mattino, appena aperti gli occhi?

Penso a tutte le cose da fare in Comune, quante ne posso fare in quel giorno, lo stato dell’arte dei lavori in corso.

Cosa l’ha preoccupata questa mattina?

Beh, la neve e il vento. Sono calamità sempre più intense. Oggi – e anche stanotte – c’è stato un vento a 100 km orari. A noi sindaci arrivano i messaggini della Protezione civile, a volte non sappiamo che fare. Non è che io possa chiamare tutti i cittadini e dir loro: oggi piove. Allora? Però la responsabilità è del sindaco. Per cui occorre ingegnarsi e cercare di far il meglio possibile, con le forze che si hanno. Sono sempre in allerta.

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Lei vive a Roma. A Smerillo è presente dal giovedì alla domenica. Come fa?

Quando sto a Roma, sono sempre in rapporto con uffici e collaboratori. Da Roma ho scritto più di 1.600 lettere per il Comune di Smerillo. Oggi, con la firma elettronica si può fare molto. Opero a distanza.

Il secondo, quando arriva in Comune

Quando arrivo a Smerillo ho già in mente un calendario di cose. Controllo quello che è stato portato a termine, spero che non ci siano urgenze da affrontare o lamentele da parte dei concittadini. Quando parlo di lamentele mi riferisco a quelle che a volte sono sciocchezze che fanno trapelare la mancanza di un concetto di bene comune.

Che rapporto ha con i cittadini?

Stretto, personale. Vengono in Comune, hanno tutti (anche in troppi) il mio numero di cellulare: squilla in continuazione… Poi, li vado anche a cercare. È un rapporto continuo. Il sindaco di Smerillo taglia pochi fiocchi ma è un sindaco-operaio.

La si vede poco sulla stampa

Sì, per fortuna. Sono un operativo. Mi piace far parlare i fatti. Mi metto raramente in competizione con gli altri colleghi.

Con gli altri sindaci c’è più unità di prima?

Dal terremoto sono stati fatti passi importanti. Ma siamo ancora molto lontani da un concetto globale di territorio. Che è invece indispensabile. Manca un po’. C’è ancora qualcuno che tira l’acqua solo al suo mulino. Come se il suo comune sia l’unico posto dove realizzare progetti interessanti. Manca questo quadro d’unione.

Chi dovrebbe favorirlo?

Un po’ la colpa nostra. Dovremo guardare alla sostanza delle cose: se serve un servizio, che stia a Montefalcone o ad Amandola, per me è uguale. Purché ci sia. Dobbiamo renderci conto che siamo comuni molto piccoli… Prendete le scuole, dovremmo volare un po’ più alto e pensare al futuro della gente che vive nei nostri territori.

Andremo presto al voto. I Collegi, così come sono stati disegnati, non spaccano ulteriormente il territorio fermano?

Assolutamente sì. Assurdo, tra l’altro che quelli della Camera e del Senato siano diversi. I comuni della nostra comunità montana voteranno alla Camera con il collegio di Fermo e Macerata, al Senato con quello di Ascoli Piceno.

Il problema più grave di Smerillo?

Bella domanda. Comunque, è la viabilità e la manutenzione delle strade. Non tanto le “mie” perché poi alla fine riesco ad avere buoni risultati con i volontari, la Protezione civile. È la viabilità generale, quella provinciale ad esempio. Tutto in abbandono. Non si curano più le regimentazioni delle acque, non si puliscono più i tombini, conseguenze sono le frane e gli allagamenti.  Eppure, per ogni sorta di sviluppo, la viabilità è il primo passo.

Il fermano è…

Un territorio ancora tutto da sviluppare

La politica nazionale è…

Ciaffa e scarsa.

I rappresentanti del territorio a Roma sono…

I nostri?

Sì.

A mio avviso, bravi

Chi glielo fa fare?….

È la domanda che mi pongo spesso. Me lo chiedo anch’io. Confesso: non mi so rispondere.

La Scheda:

Antonio Vallesi è nato a Smerillo il 9 novembre 1963. Diplomato Perito agrario presso l’Istituto Tecnico Agrario di Ascoli Piceno. Laurea in Scienze agrarie presso l’Università di Perugia. Abilitazione alla libera professione di agronomo. Ha conseguito il titolo di esperto in valutazione dell’impatto ambientale. È stato vice-sindaco di Smerillo con la precedente amministrazione. Ha un’azienda agicola-biologica nel suo comune, che tira avanti da solo.

 

VOCI DALLA PRIMA REPUBBLICA. Provincia cloroformizzata. Parola del sen. Giorgio Cisbani

Giorgio Cisbani, fermano, già artigiano-marmista, 79 anni, torace da subacqueo, giacca blu, camicia bianca, jeans, e un incedere ondeggiante da seminatore.

È stato un protagonista della politica: senatore del PCI dal 1987 al 1992 (dal 12 febbraio 1991 il gruppo assunse la denominazione Comunista-PDS), e assessore al comune di Fermo negli anni, a cavallo del Settanta, del nuovo piano regolatore.

Oggi, lamenta ironicamente di essere «campione non riconosciuto di tressette, briscola e scopone». La politica però ce l’ha nel sangue. Mi consegna l’ultimo suo libretto, Remo non ve lassa, edizioni del VicoloLungo, dove Remo è il De Minicis sindaco per lunghi anni a Falerone, e il «non ve lassa» invece fu quella garanzia di restare comunque vicino alla sua gente, scandita in vernacolo, in un ultimo comizio da sindaco. «Erano tempi in cui volevamo cambiare il mondo».

Cisbani

Il sen. Giorgio Cisbani

Ed oggi? Cisbani vede quelle speranze sbiadirsi a livello nazionale e locale. Alle prossime elezioni politiche, voterà Grasso e i Liberi e Uguali, «che non risolveranno i problemi, ma sono ancora una speranza di ricostruzione della sinistra».

A livello fermano, gli piacerebbe che il sindaco Calcinaro e la sua giunta si interessassero di giovani, di cultura, educazione, magari anche attraverso lo sport. Ancora ironicamente si definisce «un competente di calcio e di pallacanestro». Dice pallacanestro e non basket.

Cisbani legge sempre Il Manifesto ma sulla sua scrivania c’è la fotocopia di un’intervista de Il Resto del Carlino a Luca Ricolfi. Perché? «Perché a Ricolfi chiederò le royalties: ha descritto Renzi come lo avevo descritto io in precedenza… megalomane, di nulla esperienza, di poca cultura». Cultura, ecco una chiave di lettura.

«Fermo s’è addormentata, – mi dice – negli anni Settanta c’era una voglia di fare, discutere, creare, incredibile. Penso ad esempio a quell’evento di Fare Comunicazione. Migliaia di giovani a parlare di cinema, impegno, diritti. Vennero fuori personaggi come Luigi Maria Musati, Sandro Marcotulli, Vito Lauri. Ricordo una manifestazione a Fermo contro lo Scià di Persia di numerosi studenti iraniani che furono da noi ospitati. Concedemmo il teatro dell’Aquila… La sinistra era una forza trainante. La città era creativa».

Il sindaco Calcinaro «è un bravo ragazzo, la sua giunta guarda al consenso, ma c’è un limite enorme: gli manca un’opposizione vera, un serio confronto politico».

Negli anni Settanta, Cisbani e i suoi bloccarono il trasferimento del Tribunale in periferia. «Reputavamo che il centro storico non dovesse essere smantellato di servizi. Oggi portano fuori tutte le scuole…». Un altro merito che riconosce alla sua gente è che «facemmo una politica urbanistica attenta a restaurare più che a costruire, a preservare la bellezza della città e del territorio, che è la nostra ricchezza, più che a consumare il suolo, cementificarlo».

A Cisbani, il territorio è sempre piaciuto. Più che altro la gente dell’entroterra, «gente vera». Così come la classe dirigente: Cesare Marcucci, Remo de Minicis, Luigi Silenzi, Sandro Cipollari, Rodolfo Dini, Ezio Santarelli, l’avvocato Benedetti.

Cisbani non porta mai il cervello all’ammasso. Sulla vicenda di Emmanuel, il nigeriano morto dopo uno scontro con Amedeo Mancini, ha critica i suoi: «Ma quale Fermo razzista?».

Lui, che è stato anche il primo firmatario della proposta di legge per l’istituzione della provincia di Fermo, considera questo territorio ormai un «francobollo e per di più cloroformizzato».

Fino a tre anni fa ha viaggiato molto: Sud America, Africa, Medio Oriente. Nell’Ottanta fu in Mozambico, tempi di rivoluzioni, «perché amico personale di un ministro di lì».

E oggi pomeriggio? «Gioco a carte con i miei amici, quelli che non mi riconoscono campione».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, mercoledì 24 gennaio 2018

#PCI #Razzismo #LiberieUguali #Renzi #Ds

 

 

CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Un parco storico di 4 chilometri. A Piane di Montegiorgio

Non so se la camminata si farà(poi oggi alla fine s’è fatta, ndr). Stamani il tempo è incerto. Ma il tracciato esiste. E il percorso è stato già sperimentato.

A Piane di Montegiorgio i ragazzi del Palio di San Paolo insieme all’associazione Amici miei, con il “motore” al massimo di Marco Ramadori e l’ausilio di Aldo Ferracuti, la passeggiata l’hanno già compiuta in tarda primavera.

Ma vale sempre la pena parlarne. Prima di tutto perché un gruppo di giovani che la propone è come se dicesse: vogliamo ritrovarci, e in una società slabbrata il segnale è più che apprezzabile. In secondo luogo, la ricerca delle tracce della storia di una comunità dimostra l’urgenza di nuovi radicamenti.

Allora, il cammino di oggi lo rifacciamo mentalmente in attesa di compierlo anche concretamente. Partiamo dal Molino Lautizi. Molino fortificato. Sostare lì davanti, tra mura antiche e macine enormi,  è come sfogliare un manuale di storia medievale/rinascimentale, ma all’indietro. Che risale a 5 secoli fa ed oltre ancora. Quando – e qui l’esperto è Carlo Verducci – si combatté la “guerra” della Boara. L’area è proprio questa. Era il 1543. Belmonte, spalleggiata dalla nuova capitale Montottone (Fermo era stata considerata ribelle) e da altri castelli si fece contro a Montegiorgio. Il contendere erano i pascoli, il seminativo. Roba di economia, di famiglie da sfamare, di sopravvivenza. Ma anche di libertà. Montegiorgio ha sempre mal sopportato l’egemonia di altri, fosse Belmonte o fosse Fermo stessa. Scorse il sangue e si alzò il fumo degli incendi.

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Andando verso il fiume, s’incontra un filare di cipresso calvo che lo costeggia. Un tempo il viale era più lungo. Si raccontava che quei cipressi americani erano il segno d’amore di un signore di campagna per la sua donna straniera che molto apprezzava quegli alberi perché le ricordavano la patria. Nei pressi c’è la cascata del Tenna.

Come in un rettangolo, ora si devia sulla destra, ci si lascia alle spalle ciò che resta di Querciabella, e, prendendo per la villa, ieri degli aristocratici Passari-Ganucci/Cancellieri, oggi dei borghesi Frontoni, potremo scorgere la scuderia, la Torre belvedere, la piccola chiesa di san Francesco, e poco oltre il lavatoio di Fontebella.

 

btyMa la camminata non finisce qui. Perché c’è da raggiungere la prima chiesa edificata in queste terre. Sant’Angelo è mozziconi di mura tra la modernità che ha sopraffatto ogni vestigia.

Da queste parti, un po’ più ad est, si combatté uno scontro sanguinoso. Da una parte le  milizie di Lodovico Euffreducci, che voleva farsi signore della città di Fermo; dall’altra quelle della Chiesa capitanate dal vescovo Niccolò Bonafede, di Monte San Giusto, vescovo di Chiusi, influente uomo del Rinascimento, che commissionò la pala della Crocefissione a Lorenzo Lotto. Durissima la battaglia. Cavalleria, fanti e bombarde. Combatté Lodovico e combatté Niccolò. Il primo rimase ferito a morte. Mi piace pensare che, sprovvisto d’olio degli infermi, Niccolò sollevasse il capo del morente Lodovico, gli impartisse la sua benedizione e gli ponesse sulla bocca un briciolo di terra insanguinata. Perché gli fosse lieve!

In quattro chilometri di piana un ideale Parco storico, memoria di epiche imprese.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, domenica 21 gennaio 2018

#ParcoStorico #Montegiorgio #Molinofortificato #NiccoloBonafede #LodovicoEuffeducci