Pentecoste e nomina/investitura dei Priori di Fermo. Storia bella da tenere a mente

Dalle torri medievali sventola la bandiera di Fermo con le croci bianche in campo rosso e le aquile nere in campo giallo. Rimandano ad una storia importante per questa città che il vescovo-guerriero Niccolò Bonafede definì «città splendore delle Marche». Per l’intera giornata i tamburi hanno rullato. Festa grande oggi, festa importante. È Pentecoste: lo Spirito santo scende sulla terra e fa nascere la chiesa. E festa anche della mietitura e delle primizie. Per Fermo è anche qualcos’altro, che s’intreccia con la vita civile. Le finestre delle case sono addobbate di fiori e dai balconi scendono drappi colorati.

È la macchina del tempo che ci porta indietro di sei secoli. «Corre il secolo quindicesimo. – narra la voce d’un invisibile – Pochi anni prima lo scisma ha scosso la cristianità. Il papa è da poco tornato d’Avignone. Settant’anni di cattività in terra di Francia. Santa Caterina l’ha implorato. Pochi anni dopo, ogni regno, repubblica o signoria ha voluto farsi più grande: Venezia, Milano, Firenze, Napoli, Rimini… e Fermo» La voce racconta di artisti arrivati dall’altra parte del mare, di vescovi non sempre caritatevoli, di personaggi che vollero farsi despoti: Visconti d’Oleggio, Ludovico Migliorati e prima ancora, Mercenario e Rinaldo da Monteverde. Su tutti, Francesco Sforza. E siamo così all’oggi di seicento anni fa. È un giorno particolare. Nobili e popolo, corporazioni e contrade saliranno sino al Girfalco, entreranno in Duomo per rendere omaggio alla Vergine Maria. E sarà anche elezione dei nuovi priori di contrada e dei loro gonfalonieri.

Il corteo s’è mosso, impettito e vivace. La gente affolla i lati delle strade. Le chiarine squillano, i tamburini marcano il passo. Le vesti sono le più belle. Sfila il podestà, sfila il capitano di giustizia.

Le porte della Cattedrale sono spalancate. È notte. Fiaccole e lumi rendono giorno l’interno. Sull’altare, il vescovo ad attendere. Il canto gregoriano abbraccia uomini e cose. Non ci sono banchi, non sedie, non appoggi. Si resta in piedi. Le contrade unite, ognuna in una diversa zona. Una grande cassa con all’interno altre due viene sistemata sui gradini. Servono tre chiavi per aprire. Diverse e nella disponibilità di altrettanti personaggi: il Capitano di giustizia, il Gonfaloniere della Cernita e il padre priore di San Domenico. Uno alla volta schiude la sua cassa. Sino all’ultima, la più piccola che contiene tanti nomi. Ne saranno estratti sei (saranno dieci, secoli dopo): i Priori che governeranno e controlleranno l’operato di altri poteri. I nomi vengono proclamati. Ogni nome uno squillo di tromba. La benedizione scende su di loro. Il compito sarà arduo. I proclamati s’inchinano dinanzi al vescovo ed entrano in sacrestia. Ne usciranno con in dosso un robone nero di porpora. Sarà l’abito per il tempo della carica. È ora ormai di scendere. Tamburi e chiarine aprono il corteo. La gente lancia fiori. Gli armati mantengono l’ordine. Il portone del Palazzo dei Priori è chiuso. Lo sarà fintantoché i nuovi residenti non saliranno la scalinata. Eccolo, ora si spalanca. Li accoglie, li inghiotte. Le luci delle tante finestre s’illuminano. Un ultimo saluto ai cittadini e il dovere di ben amministrare richiama all’ordine. In piazza grande la festa: il vino la birra la porchetta la musica il ballo. Ed il pensiero va alla giostra e alla corsa dei cavalli nel cuore della città. Per un tributo alla Madonna.

Il tempo torna reale. Non potremo farla, quest’anno, la nomina dei Priori. Ma nessuno può toglierci le immagini più belle di una storia anch’essa bella.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica, 31 maggio 2020

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