Minori… per modo di dire. La poesia di Manfredo tra pentole e casalinghi

Ci sono uomini che non ci aspetteremmo.

In viale Trento Nunzi, a Fermo, un negozio di articoli casalinghi. Anni fa ospitava una coltelleria, un fabbro ferraio: Achille, lavorava zappe, vanghe, coltelli, accette, come un novello Vulcano.

Suo figlio Manfredo, 65 anni, siede ora in quell’emporio totalmente rivisitato. Entro nel locale rettangolare. Già la musica cattura. È il Magnificat di Vivaldi. Riconcilia con la vita.

Manfredo è seduto dietro ad un piccolo tavolino. Il tempo di salutare e si rigetta sul foglio bianco. Scrive con un pennarello nero. Scrive grande: un po’ maiuscolo un po’ no. Come se stesse decidendo.

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Manfredo Morroni, poeta e… bottegaio

Davanti, stropicciato per l’uso, I fiori del male di Baudelaire. Immagino che lui lo prenda, ne legga una riga e lo richiuda masticando frasi e parole.

Alla sua destra, quasi su piccolo altarino, un volumetto giallo con girasoli al centro. Un libro, il suo primo, Come un quadro di Van Gogh. Raccoglie poesie: 21 in italiano, 12 in dialetto. Trentatré è numero magico. Sono sue. Manfredo è poeta. Da sempre. C’è una pila di carta alla sua destra. Non un computer: proprio carta. Quella a righe dei nostri compiti in classe.

Ci sono pentole alle sue spalle, bicchieri, fiaschi impagliati, salvadanai in terracotta. E poi piatti e tazze e posate. Sostenta di quello la sua famiglia. Vive di versi, lui. Un biglietto lo dichiara: «Fatemi guadagnare i soldi per almeno un caffè… che io possa stare sveglio la notte e scrivere una nuova poesia».

Eccolo, Manfredo che ha studiato all’ITI già grande, dopo aver fatto il meccanico per sei anni. A 21 si rimise sui libri: privatista alle scuole medie, e poi un anno dopo l’altro al Montani, ancora privatista, e gli ultimi due come studente-lavoratore. Incredibile! Ancora di più il suo iscriversi alla facoltà di medicina, sostenere due esami (chimica e biologia) e poi, con rammarico, lasciare, per bisogno di lavoro e per quell’occhio sinistro sempre più debole.

Auschwitz è la sua ultima poesia. «Sbuffava il treno fermo davanti al cancello. Un freddo cane lacerava l’aria e noi ammassati come bestie al macello…». Viene la pelle d’oca. È bella e terribile.

«A mia moglie Maria Antonietta – recita la dedica del libro – alla quale debbo quasi tutto. Ai miei figli Giacomo e Giulia». Me lo ripete più volte: «La famiglia è la cosa più importante, altrimenti non c’è senso, potrei anche lasciare questo mondo». Non dice esattamente così: è molto più crudo.

Non ha speranze? Massì: «… Ma l’Amore, l’Amore è sopra ogni cosa». C’è speranza, dunque. E poi, «questo universo incredibile, enorme, vertiginoso, deve aver pure un principio creatore, qualcuno che l’ha creato». È affascinato dall’universo, Manfredo, dagli infiniti mondi, dalla perfezione degli uomini. Come è affascinato, oltre che dalla musica, dall’arte. Da Van Gogh, Caravaggio, Munch, Millet. «Non amo le guide che mi storicizzano il quadro. – dichiara – Amo le emozioni che mi suscitano i dipinti, quel ribollio interiore».

Gli dico del Magnificat. Mi risponde che i suoi avi hanno tutti cantato e apprezzato la lirica. Questione di DNA.

Leggo un passo de l’Urlo: « M’inghiotte il vortice dell’infinito. Il soffio dell’eterno vuole rapire la mia anima. Ma sto respirando ancora…». Voglia di vita e di profondità di vita.

Altre poesie sbircio da un faldone. Le pubblicherà. Mi anticipa il titolo: E fosti tu, magica apparizione di un messaggio d’amore.

Ci stringiamo forte la mano. Mi accompagna all’uscita. No, non subito.

C’è una poesia attaccata alla vetrina. È per suo padre Achille e per nonno Luigi, comunisti veri, comunisti da ritrovare, pieni di valori.

«… Rrecordo le scintille che facìa lla mola rrumorosa che jirìa…».

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 10 novembre 2018

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