CAMMINO LA TERRA DI MARCA. I gioielli di Montelparo

Una faggeta ai lati della strada per Montelparo! All’improvviso, tra la vegetazione sguscia il campanile di San Michele Arcangelo. Trattori sulla carreggiata e trattori nei campi. Quest’anno il grano è buono e tanto. Possibile che rifornisse Roma quando i romani presero possesso di queste terre. Sicuramente hanno rifornito l’abbazia di Santa Vittoria in Matenano e quella di Farfa. Montelparo fu cittadina fiorente ai tempi dei Farfensi. Come probabilmente molti secoli prima lo era stata dei Piceni di cui si ricava testimonianza dalla necropoli di contrada Celestrana.

Montelparo. Dicono che il nome derivasse, per trasformazione, da quello di un prode condottiero longobardo: Elprando o Eliprando. Che mix di razze!

A proposito di mix, mentre salgo per l’originale Porta da Sole, che si apre a poca distanza dall’abside della chiesa di San Gregorio Magno, un ragazzino di colore con indosso la maglia del Milan e tra mano una bicicletta, risponde al mio saluto, sorridendo. Buon auspicio d’integrazioni. Sopra la porta medievale insiste una vela campanaria e di fronte si erge la piccola chiesa di san Pietro e san Silvestro. Prendo la strada che ascende. Da un lato una bella magnolia ha il suo fusto che fuoriesce da una buca di cemento. Non credo sia la miglior soluzione. Mi fermo, e mi arriva un piacevole profumo che si mischia a quello dei gelsomini in vasi adagiati in un minuscolo slargo di una abitazione deliziosa.

Non si legge bene la mattonella che riporta la data di costruzione, forse 1700. Il paese è pieno di storia e di stranieri, i cui cognomi leggo sotto al campanello delle case. È via Cardinal Gregorio Petrocchini. Della nobile famiglia rintraccio anche il palazzo. Finita la prima salita, trovo alla mia destra, incastonata alle mura, una maiolica che raffigura una giovane e felice Madonna con in braccio un paffuto Gesù bambino. Opera recente, mi pare. Continuo una seconda salita. Giardini curati si sovrappongono gli uni agli altri. Avverto un tintinnio di tazze di probabile recente colazione. Raggiungo la sommità del colle. San Michele Arcangelo ha tre porte d’ingresso e nessun ingresso pubblico, per ora: gli operai stanno lavorando per sanare le ferite del terremoto.

Mi avvicino al balcone. Poco sotto, un campetto da tennis che funge anche da calcetto, un gancia per bocce, un operaio che sfalcia l’erba e un signore che mi spiega della «Chiesa madre» e m’avvisa delle «secrezioni da pino che s’attaccano ai pantaloni di chi siede in panchina». E tutto intorno gerani e piselli odorosi. Scendo per altra via. I portali sono diversi e stupendi. Un’abitazione civile del Trecento è in ristrutturazione. Altri tubi innocenti e muratori sono altrove. Se l’edilizia riparte riparte l’Italia. Un capo-mastro si scusa di dovermi far passare sotto un ponte di ferro. Non ho problemi, ma evito poi di sottomettermi alla scala appoggiata alla parete. Scaramanzia? Meglio evitare. Anche Santa Maria Novella (1200) è stata imbracata dopo le scosse del 2016. Poco più avanti però una terribile costruzione, color giallo ittero, si infila nelle pareti medievali.

Azienda sanitaria, leggo sull’insegna. Ci si ammala al solo vederla. Andrebbe abbattuta e condannato il progettista, per contrappasso, a contare giorno e notte i Girasoli di Van Gogh. Non certo miglior costruzione è l’ufficio delle Poste. Il giallo zafferano della scritta stride con la pietra ed il mattone di casa nostra. Ecco la chiesa e il convento di sant’Agostino. Nel chiostro, anni fa, un giovane scrittore insieme ad un noto chitarrista, dinanzi a una platea attenta, raccontò una storia d’amore sulle note del fado portoguês. E si cantò alla luna, ai profili dei monti sibillini, alla nostra terra.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Domenica 19 luglio 2020

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