Minori… per modo di dire. Quando la scuola è buona sul serio. Il caso di Cerreto

Noi parliamo di scuola, di buona scuola, di carenze della scuola, di novità e difetti della scuola. Quasi mai – a meno che non accada qualcosa di eclatante, nel bene o nel male – disegniamo volti e pronunciamo nomi di quanti quella scuola, con  tanti problemi e tanti laccioli, portano avanti, giorno su giorno, educazione e istruzione. Questi sono i miei Minori di oggi. Per modo di dire.

Nomi allora, e cognomi: Patrizia Zega, Ludovica Galandrini, Elvia Ruggeri (Scuola dell’Infanzia di Montegiorgio capoluogo); Marianna Sulpizio, Franca Pallotta, Sardellini Stefania, Maria Cristina Traina (Scuola dell’Infanzia, Montegiorgio piane); Arianna Vecchi, Micaela Acchillozzi (Scuola Primaria, Montegiorgio capoluogo); Tiziana Tacchetti, Antonella Fortunati, Silvia Sonaglioni, Luciana Morroni, Andreina Vittori, Alessia Palma (Scuola Primaria, Montegiorgio piane). Universo completamente al femminile.

bdr

Le ho viste all’opera. Mi sono piaciute. Debbono lavorare su un materiale nobile: i bambini che crescono. Educano e istruiscono, attente ad ogni rischio, con il fiato sul collo, molte volte, di leggi tanto formalmente iper protettive quanto sostanzialmente frenanti oltre che fredde e distanti dall’umano vero, da quella diversità di ognuno, specificità di ognuno. Capire il talento è un talento.

Le ho viste all’opera in un progetto chiamato di continuità. Storie e leggende, paesaggi e natura. Un impasto.

Hanno preso un racconto. Lo hanno letto e riletto a bambini che neppure sanno leggere. Glielo hanno comunicato attraverso una propria passione, quella che contamina, che si trasferisce per osmosi. Ne hanno fatto testo teatrale e coreografia. Un impegno non semplice. Un lavoro oltre il lavoro consueto.

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Le ho viste in azione giorni fa, a Cerreto di Montegiorgio, in quel borgo dove da stasera tornerà la rievocazione storica dei miei amici dell’associazione Rivivi Cerreto.

Le maestre hanno portato i loro bambini. Quasi nessuno conosceva la zona. Ed è già un successo avergliela presentata e fatta scoprire. Hanno visto la chiesa senza tetto dei Santi Michele e Dorotea, hanno visitato l’altra, quella di Santa Maria delle Grazie, e poi varcato la porta medievale.

Ma non è questo ciò che voglio raccontare. Mi ha colpito invece lo spettacolo, che spettacolo non è stato, perché non c’erano attori e non c’era pubblico. Ma un insieme: una comunità dove s’impara a stare insieme: bianco e giallo e nero. C’erano i tre colori

Le maestre hanno portato, dunque, i loro bambini a sceneggiare la storia di un cavaliere medievale che deve combattere il male. I bambini sono entrati nella parte, l’hanno assorbita e restituita con serietà ai loro colleghi. Altri hanno proposto la danza delle fate: il Saltarello, lo hanno fatto in modo impeccabile, coinvolgendo tutti.

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Il finale è stato un gran finale: tre cerchi, dal più grande al più piccolo, oltre cento bambini che si muovono ognuno all’incontrario dell’altro, e una canzone tipica, cantata da piccoli e grandi. All’unisono, insieme, a tempo. In una piazzola, al sole, sotto le mura, accanto ad una chiesa priva di copertura. Poca cosa? Cose che si fanno usualmente? Non so, non credo. Ma qui s’è colto altro. Impasto, dicevo prima.

Ho pensato che era stata smentita la previsione dello scrittore francese, considerato un maledetto: Louis Ferdinand Auguste Destouches, più noto come Louis-Ferdinand Céline. Diceva: «Noi crepiamo per mancanza di leggende, di misteri, di grandezza. I cieli ci rigettano». Oggi, no. I cieli hanno accolto e anche sorriso. Perché leggende, misteri e grandezze sono stati rivissuti, per quel che s’è potuto. In maniera magari minima. Ma vissuti. E un frammento, a volte, resta nell’immagine di una vita.

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, sabato 26 maggio 2018

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