Il cuoco Felice delle Marche era un… cappuccino

«Molti libri si trovano, che insegnano il modo di imbandire vivande, come Il Cuoco Milanese, La Cuciniera svizzera, Il Gastronomo Parigino e altri, tali metodi però più o meno buoni non sono adatti al nostro clima e al nostro gusto…». Da questa convinzione nasce Il Cuoco delle Marche.

Ma non lo scrive un cuoco, uno chef, un patito di cucina. Lo scrive, nel 1864,… un fraticello cappuccino: fra Felice, al secolo Francesco Moriconi da Fabriano. Alto, basso, magro, in carne, non sappiamo. Sappiamo però che ci sapeva fare tra i fornelli. E che, nei periodi brutti dell’ideologia massonica anti-clericale, sostenne sé e i suoi confratelli preparando pranzi e cene succulenti per i benefattori delle comunità francescane espropriate dei conventi dopo la soppressione degli ordini religiosi da parte del nuovo stato piemontese/italiano.

Dunque, il giovane Francesco/Felice era nato nel 1828. «A 19 anni – racconta Andrea Livi editore in una bella pubblicazione – veste l’abito e l’anno successivo fa la sua professione nell’ordine dei minori cappuccini». Laichetto agli inizi, nel 1853 lo troviamo nel convento di Jesi che già spentola egregiamente avendo da accudire una comunità di 23 frati. Oh, certo, non è solo tra fuochi e forni, ha con sé il supporto del confratello ortolano, che lo rifornisce di buona verdura di stagione (conventi e monasteri praticano il pasto vegetariano molto prima delle mode), del frate canovaio che amministra la dispensa e la cantina, e di altri pronti ai suoi cenni. Una brigata, come si dice in gergo.

Nel 1856 viene trasferito a Loreto con il ruolo di sacrista. Dieci anni dopo arrivano le leggi di soppressione ed anche il santuario viene sottoposto ad un funzionario laico incaricato dal governo centrale. È in questo periodo che fra Felice fa felice i banchetti di quanti aiutano i frati dispersi. Si fa apprezzare e voler bene. Riaperti i conventi, il cappuccino viene scelto per girare le Marche accompagnando nelle visite il padre provinciale Gesualdo da Polverigi.

Pensate che lui, cuoco provetto, non abbia messo naso e bocca nelle cucine? Probabile che da questo tour sia nata l’idea e poi il libro del cuoco marchigiano con 167 ricette legate alle stagioni.

Ultimo dettaglio: qualcuno cercò di fargli le scarpe, di appropriarsi dell’opera. Dicono fosse un tenore di stanza a Loreto. L’operazione non riuscì. La verità venne a galla. Anche perché le pietanze sapevano di buono. Del buono francescano.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato, 5 giugno 2021

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