Cammino la Terra di Marca. Sulle tracce del Crocefisso

Oggi, seconda domenica di quaresima. La Pasqua si avvicina. Con essa, la Settimana Santa. Con le sue celebrazioni e i suoi riti.

Credenti oppure no, siamo immersi in una temperie culturale e artistica che ci rimbalza dappertutto. Allora, il Cammino di oggi è proprio attraverso quei segni. Segni di una storia giunta sino a noi. Duemila anni di Cattolicità.

Lo inizio da Monte San Giusto, dalla minuscola chiesa di Santa Maria in Telusiano, subito accanto alle mura. È abbagliante quella Crocefissione firmata Lorenzo Lotto, artista veneto compensato con una ragguardevole quantità di olio.

Pala d’altare che rapisce il visitatore e il fedele. Gesù ha il volto reclinato. Sino a poco prima ha portato sulle spalle il patibulum: l’asse su cui è stato inchiodato. Un asse di legno diverso da quelli che aveva piallati e lisciati da garzone e da uomo di bottega di suo padre: il falegname Giuseppe. Maria è ai suoi piedi, è svenuta. Non ha retto. È madre prima di tutto. Madre di un figlio macellato.

La sorreggono le donne pie. Avrà dubitato della promessa che un angelo le fece 33 anni prima? Penso di sì. Perché ora tutto sembra disintegrarsi. Sparire. Il cielo torna in cielo e la terra alla terra. Solo buio e terremoti. Il vescovo Bonafede è inginocchiato a sinistra della tela. Più comandante d’armi che sacerdote, sconfisse Ludovico Euffreducci lungo la piana del Tenna. Ebbe pietà del vinto. Benedisse il corpo morto ponendogli in volto un pizzico di terra perché la terra gli fosse leggera.

Continuiamo il nostro cammino, arrivando a Fermo. Sono nell’atrio del Duomo, l’unica parte medievale salvata dalla ristrutturazione settecentesca.

Di fronte all’affresco di san Simonino, Gesù è appeso ad una croce d’oro.

L’oro è segno della regalità. Un modo per recuperare la croce ritenuta per secoli simbolo d’ignominia. Ci volle la pietà e l’umiltà francescane a recuperare la croce – il legno nudo e albero di morte – come momento di sconfitta, da cui sarebbe scaturita però la vittoria della Resurrezione, e per questo albero di vita.

Dalla Cattedrale all’ingresso del Museo diocesano. Ce lo indica la brava Chiara Curi. Il ciborio di bronzo, dalla forma di un tempietto dorico, realizzato dai fratelli Ludovico e Girolamo Lombardi-Solari, è sostenuto da un basamento ottagonale. Una delle scene che vi sono impresse – le altre sono la storia di Gesù, una sorta di diorama – riguarda proprio la Crocefissione. Ma nulla a che vedere con la stupenda miniatura del Missale de Firmonibus di Giovanni di maestro Ugolino da Milano. Il Crocefisso è patiens, nulla di regale, non ha ancora vinto la morte. È umano tanto umano. Un unico chiodo blocca i suoi piedi. Gocce di sangue stillano dalle mani bucate. Gli angeli le raccolgono. La corona di spine verdi è conficcata nel cranio. La chiesa di Santa Lucia di Fermo ne conserva una: la sacra spina, che resistette alla prova del fuoco.

La Madonna è disperata. Rossa di capelli, il volto è sfigurato. Colui che prese forma nel suo ventre, colui che da lei era stato curato quando malato, sgridato quando disubbidiente, guardato mentre cresceva bello, ora subisce la più ignominiosa delle pene. Il costato di lui è stato squarciato.

È la fine? O l’attraversamento?

di Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino,Domenica, 17 marzo 2019

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