Artigiani Veri. Lo Spazio di Caterina

Fermo, via Visconti d’Oleggio. Quasi all’inizio della discesa, un arco a sesto acuto individua una porticina in legno: forse bottega, forse cantina. Cos’altro? Uno «Spazio» c’è scritto sulla targa. Esattamente: «Spazio 1627». Curioso! Sono alla ricerca di artigiani e qui ne trovo una che artigiana lo è ed anche artista. E molto di entrambe. Caterina Silenzi svolazza sicura tra le cose. Tante cose. «Sono una accumulatrice seriale» mi dice subito notando che sbircio le tre stanze dalle volte antiche e dal sapore anch’esso antico. Lo spazio, ora capisco, è un contenitore di oggetti: dalla Lettera 22 di olivettiana memoria alla lucerna dai vetri diversamente colorati e sicuramente da segnalazione. E poi valigie e comodini e macchine per cucire e sedie e vecchi telefoni e lampade… Il 1627 invece è tratto dall’iscrizione sul davanti di una fontana che la famiglia nobile proprietaria dell’intero palazzo recuperò dai suoi possedimenti di campagna e che Caterina ha valorizzato al meglio.

Prendo appunti camminando. Sul tavolo grande della seconda stanza riposano due inusuali strumenti: le mirette, che sono bastoncini la più parte in legno, e che servono per lavorare l’argilla, e gli aculei dell’istrice, usati per i dettagli delle sue creazioni. Più lontano vedo il forno per cuocere la terra lavorata. Ma che ci fai di tutta questa roba e come la scegli? «Scelgo cose – risponde – che raccontano storie, che userò unendole alla ceramica, e a cui ridarò vita trasformandole». Mi attira un mobile anni Cinquanta. Sullo sportello c’è scritto: «Ho uno scheletro nell’armadio». Apre, ed è vero: corna di una mucca enorme e di caprone, e resti di pescespada… Ora capisco meglio vedendo tre sculture: il suo, proprio suo mezzo busto con in bocca due denti di cinghiale, quello della figlia Dea con le corna di un cerbiatto, e quello di suo figlio Leone con una gallina in testa. Di opere del terzo figlio: Ester non trovo traccia. Caterina lavora con il metodo della ceramica Raku, un procedimento particolare proveniente dal Giappone e che prende le mosse dalla filosofia Zen.

Il colore è quello di un bianco venato. Su uno scaffale sono appoggiate ceramiche riproducenti due cervelli dentati («dentati perché il cervello è… pericoloso») e alcuni cuori. Un altro, stavolta in tessuto, sarà posizionato al centro di due mani che alzano le dita al cielo. Una mano è già terminata e sta sul tavolo ad asciugare.

Sulla parete più corta, sono posizionati gli oggetti artigianali. «È una linea atipica» mi spiega. Li ha catalogati come «Malfatti/Manufatti». C’è il piatto con l’uovo al centro, c’è il piattino con l’occhio che scruta, c’è il bicchiere con una base improbabile. E così via.

Il 23 prossimo Caterina esporrà a Bologna in occasione di Fuori Arte-Spazi indipendenti. Lo ha fatto a Milano, Rom,. Budapest e in decine di altre città importanti. Laureata all’Accademia delle Belle Arti di Macerata, si è addottorata a Bilbao in Spagna, ha studiato Effetti speciali cinematografici a Toronto in Canada per specializzarsi in Animatronix.

Caterina Silenzi

Il primo pezzo che ha venduto fu un bronzo di figura femminile. Era ancora studentessa al Liceo artistico di Porto San Giorgio. Glielo acquistò un suo insegnante che l’aveva notata brava e ricca di iniziative. «Restavo nei laboratori oltre la chiusura della scuola».

Uno spazio e un’artigiana-artista: 1627 con Caterina dentro. Da visitare.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì 16 gennaio 2020

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑