Rivoletti di poesia. Una vita messa in versi

Mi arriva tra mani un volumetto. Piazza del Popolo in copertina, con l’antica edicola all’inizio dei portici a mare, il palazzo del comune sullo sfondo e vecchie auto parcheggiate ai lati. Fermo: anni 50/60. È un disegno di Gianni Cisbani. Incuriosisce. Così come il titolo: “’Mo ve lo sò detto!”, che precisa subito: “poesie in fermano”.

L’autore è Roberto Rivoletti. Non un poeta. Ma che vuol dire esserlo? C’è forse un albo? Una commissione? Un esame? Rivoletti ha scritto i suoi pensieri e li ha tradotti nel parlato ch’era nostro: il dialetto. Pensieri – e qui sta il nocciolo – che non aveva esplicitato mai. Mai prima. Come fossero emozioni riservate, tenute in serbo per una timidezza altrimenti inesistente.

C’è sempre un tempo però per farlo. Specie quando si tocca gli 80 anni, ed è come se si volesse lasciare un traccia di sé per chi verrà dopo. Come i nipoti Lorenzo e Luca, che sono proprio loro all’origine dell’impegno “poetico” del sig. Roberto. Una mappa della vita, dunque, nelle 80 pagine. Un filo rosso da ricollegare e stendere tra generazioni. Non riesco a dare un valore al verso. Ne colgo invece la profondità più spesso di quel che sembrerebbe, oltre l’ironia e l’autoironia. Roberto Rivoletti è stato un noto assicuratore fermano e successivamente un imprenditore di successo avendo formato con un amico-socio la “Tombolini Motor Company Spa”. Si è laureato, come si legge sull’aletta della copertina – e qui scommetto per la penna di Giorgio Cisbani che scrive una nota in apertura – «in Umanità varia presso la famosa università di Porto Sant’Elpidio…». Dopo 50 anni di attività è giunta la pensione. Ed il tempo di fare altri bilanci, non più quelli economici. E, allora, tornano i ricordi, le immagini, i momenti lieti e quelli meno, il tutto mixato dalla capacità di un giudizio che solo la gente vissuta sa intensamente offrire. Lu viaggiu… cercava altrove la verità senza accorgersi che era lì, accanto, a portata di mano, nel luogo dove l’amore ti riporta: a casa tua dove c’è sempre qualcuno che ti aspetta.

Le Nozze d’oro sono un inno alla sua donna, sposata presto, in un lunedì di carnevale che sembrava uno scherzo per due ragazzi acqua e sapone, ricchi solo di speranze. Poi c’è Lu compleannu, dove Rivoletti si mette a nudo raccontando la propria storia sin dalla nascita, le durezze della vita, i sacrifici, e anche il successo ma «forse adera mejo na vota, purtroppo non se po’ fermà la rota». E allora tutte queste cose vanno raccontate «perché li fiji e li nipoti adà sapé la verità e no li miti».

Ed emergono anche i personaggi di una Fermo passata. Poliuto, ad esempio, Mafalda la compagna e il loro bar. Quel bar dove ci si infilava per evadere la scuola e ascoltare del Partito, della Liberazione, degli ideali traditi. E di Bernardo, l’uomo più onesto mai incontrato, «un basciu a Brunetta a scappa via verso le pasciò sue, sport e teatro. Tutto quello che lu padre ja lasciato…». E poi la Fermana calcio, che Rivoletti conosce bene per frequentarne ancora le partite nella “tribuna Duomo – reparto competenti”, come ne scrive Giorgio Cisbani che si sarebbe stupito meno di un Rivoletti giornalista anzi “Gianni Brera del Fermano”. Un libretto elegante, che dà da riflettere, a partire da un’altra nota d’apertura, quella di Fabiano Del Papa. Ancora una volta le Edizioni del VicoloLungo ci hanno appassionato.

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Sabato 9 gennaio 2021

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