Montefortino: ritorno a Balleria. E le parole di Cecco

Sono tornato nel luogo dove nessuno o pochi vanno. Frotte di umani transitano invece più sotto. Mentre silenzio e pace accolgono più sopra. Ho scelto la seconda opzione. Balleria di Rubbiano, terra di Montefortino. A due passi dalla gola dell’Infernaccio.

Schiere hanno scelto la prima. Ancora settimane fa indossavano scarpe da tennis, conducevano-condotte cani dalle taglie più diverse. Cellulari in mano pronti al selfie di tendenza, all’instagram che fa pensare: m’immortalo quindi sono… Sono immortale. Voglia di ghermire, di appropriarsi del bello naturale. Possederlo come cosa. Comunque, gente in cerca…

Li ho visti oltrepassare le strette rapide del Tenna e imboccare il freddo orrido. Chissà se hanno teso l’orecchio. Da quelle pareti rimbalza un suono. Sono le parole di Cecco: «L’ho detto, l’ho insegnato, lo credo». Saliva a San Leonardo. Più tardi la prigione amandolese e il rogo fiorentino. Con lui vollero bruciare la di lui impertinenza. Aveva vaticinato oscenità di una madonna importante. Per eresia fu la condanna. Eretico del potere dominante.

La spianata di Balleria a Montefortino

Qui sopra, tranquillità assoluta. La spianata è cinta d’alberi, corolla che abbraccia e protegge. Erbe alte attestano frequentazioni minime. Balleria: luogo del ballo. Luogo d’incontri. Luogo giusto di Sibille, pastorelli, fuochi accesi, bagliori nell’oscurità, notti ricche di passione sino all’attimo precedente lo spuntar del sole.

Se tengo lo sguardo fisso mi sembra di scorgere immagini in movimento. Emergono dalla terra. S’affacciano da dietro ai tronchi.

Accadde? Non accadde? Poteva accadere? Poco importa. «La fantasia è la più scientifica di tutte le facoltà», scriveva Rimbaud. Lo dovremmo ricordare spesso, proprio oggi, dinanzi a certa tecnologia che rattrappisce menti, prosciugando animi. Ci salveranno il racconto e la poesia? Ci salveranno dall’aridità riconsegnandoci ai significati profondi? L’uno e l’altra ci invitano a farci tutt’uno con la terra, a fonderci con essa, ad essere pietra della pietra, fiume del fiume, dolore del dolore, gioia della gioia.

«Il “carme” – ha scritto Davide Rondoni – parola antica del poetare, viene da antri e caverne di Sibille e profezie, da canti di pastori, da rullo di tamburi nei boschi».

Mangio il formaggio acquistato in una bottega lungo la strada per Amandola. Il pane viene dal forno di un piccolo comune sopra l’Aso. Il vino è acquistato in una cantina all’ombra di una torre medievale.

È già tutto un racconto. Che sfida le app. E tante intelligenze artificiali.

Adolfo Leoni, Domenica, 31 ottobre 2021

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