Artigiani Veri: Yuri Ferracuti. Già da piccolo costruiva moto in legno

Bottega da artigiano vero. Con trucioli, legname ammonticchiato, qualche strato di polvere e immagini simbolo alle pareti. Due mi colpiscono maggiormente: la foto di Che Guevara e il calendario di sant’Antonio. Un richiamo al popolo minuto, sicuramente, e in entrambe le vecchie salse: comunista e cattolica. Poi, arriva lui: Yuri Ferracuti. Chissà se il nome origina dal cosmonauta sovietico Gagarin. Sicuramente però, il nostro assomiglia più ad un Olav vichingo: occhi azzurri, barba con pizzo largo e allungato, corporatura da gladiatore, orecchino a croce a destra, sorriso ampio e faccia da buono. Però, niente razzi o drakkar. Yuri è falegname e restauratore. E bravo pure. Lo vidi all’opera anni fa, insieme a suo padre Bruno ora in pensione, cimentarsi con la bussola del Duomo di Fermo. La bottega è annunciata da una tavola in legno sospesa sopra una delle due porte-vetrina, in stile country.

Yuri Ferracuti, artigiano vero

«Da piccolo – racconta – dicevo che avrei fatto tutto nella vita meno che il falegname». Ma il binario già drizzava verso questo nobile lavoro. E qualcosa era anche segnato. Perché Yuri a otto anni costruiva giocattoli in legno. Una volta la fece grossa. Suo padre aveva acquistato tavole ammonticchiandole in bottega. Il ragazzino, alle due di notte, fuggì dal letto per chiudersi nel laboratorio. Prese il tavolame nuovo, si attrezzò con la sega a mano, martello, chiodi e colle varie, e costruì nientepopodimenoche un modello di moto più grande di un triciclo. «Aveva le ruote della bicicletta». Bruno s’arrabbiò, ma capì che chi ci sa fare con le mani va lasciato creare e costruire. Così Yuri continuò a darsi da fare. Non solo archi e spade, addirittura un cruscotto di auto con tanto di volante, e sempre in legno.

Yuri ha 42 anni ed è pienamente soddisfatto del suo lavoro che definisce «il più bello del mondo». Perché? «Perché è creativo, mai ripetitivo, mai noioso, sempre stimolante». In questo periodo sta costruendo una cucina su misura, preparando finestre nuove, finendo un armadio a muro e ponendo mano a mobili più piccoli. Il tutto da solo. Le cose più belle restaurate? «Alcuni interventi nel duomo di Fano: il seggio vescovile, l’ambone, la scala che porta al pulpito del ‘400. È stata una cosa stupenda mettere le mani su quei legni antichi». Prima di affrontare l’opera, l’ha studiata a fondo, s’è spremuto le cervella per trovare la soluzione giusta: ore e ore, di sera, a riflettere e preparare modelli.

La cosa che più lo affascina è il profumo del legno. Quello di pino è superiore a tutti. «Quando prendo il legno in mano è come se toccassi qualcosa che mi appartiene intimamente: una parte di me». Se non è poesia questa! Ma accanto alla poesia c’è la concretezza quotidiana. «Il lavoro, grazie a Dio, non manca. Anche perché faccio un po’ di tutto in questo campo». Giriamo le due stanze. Mi indica le macchine che lo aiutano: la sega a nastro, la troncatrice, la foratrice, la combinata…

Su uno dei due banconi vecchi, forse antichi, giacciono i piccoli strumenti; sull’altro è stata adagiata una porzione di cancello. C’è un dato originale in questa zona di Montone: una sorta di distretto del legno. Le aziende sono diverse. «Prima c’erano molti più falegnami», mi spiega, «ma non so il perché di questa concentrazione».

Gli chiedo se posso citare il Che. «Certo che sì», risponde ridendo. E si prepara ad accarezzare la nuova tavola.

Adolfo Leoni, Giovedì 20 febbraio 2020

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