Artigiani Veri. L’ultimo dei maestri d’ascia: Giancarlo Cappella

Abbiamo una perla in Terra di Marca. Da scoprire, valorizzare, comunicare. Da visitare con gli studenti, di cui parlare con gli amici, per cui vantarsi con i turisti. È un piccolo cantiere navale che costruisce barche (un tempo forse di più) e le restaura portandole a vita nuova. E abbiamo un capitale umano che l’artigianato lo rappresenta in pieno. È una famiglia: Giancarlo Cappella: il padre; Massimo e Gianluca: i figli. Li ho conosciuti. Operano a Marina Palmense, quasi sul mare, in un capannone giusto la lunghezza di una barca e mezzo da diporto media. Nello spiazzo davanti, interno alla recinzione in legno, è ricoverata un’imbarcazione più grande.

Il maestro d’ascia Giancarlo Cappella

Sono arrivato in un giorno di vento forte. L’acqua era verde. Una barca a vela sarebbe filata veloce e in 20 ore avrebbe raggiunto l’altra sponda dell’Adriatico. Giancarlo ha 66 anni. Ed è forse l’ultimo maestro d’ascia del Fermano. «Maestro d’ascia»: nel sapore antico della parola c’è il profumo del mare e quello dei boschi, e c’è per intero la grande capacità di costruire con le mani. Giancarlo parla sommessamente. Gli chiedo dell’ascia.

Sulla destra Massimo e Gianluca Cappella

La prende. È una sorta di zappetta corta. Con quella si lavorava e rifiniva il legno – e lo si fa ancora -: la quercia nostrana e umbra, un tempo, insieme al rovere; oggi l’africano iroko o il tek (che è molto più costoso) proveniente soprattutto dalla Birmania. Dopo la zappetta, il maestro d’ascia mostra i piccoli ferri per il calatafaggio, che è la tecnica di impermeabilizzazione dello scafo in legno. Li srotola da una sacchetto di iuta gelosamente conservato e legato da una corda.

Sono suoi, ma sono stati anche di suo padre Silvio, tra l’altro grande personaggio dello sport civitanovese e sangiorgese, e dei suoi nonni: quello paterno era costruttore di barche, quello materno era pescatore. Altri strumenti di lavoro, immortali, sono le mazzole con cui i maestri d’ascia, tra l’altro, «incugnavano la stoppa».

I Cappella stanno rimettendo a nuovo la Jone III, uno scafo costruito nel 1934. L’hanno sospesa per poter intervenire su ogni parte, rifacendo il calafataggio, la stuccatura, la verniciatura, il ponte di coperta. «Da bella signora anziana, tornerà bellissima signorina», commenta Giancarlo. E proprio dal ponte riemergono i giovani Cappella: Gianluca 28 anni, diplomato geometra, e Massimo 34, perito meccanico e con patente da diporto a vela e a motore. Per la professione, i figli non hanno avuto dubbi: hanno scelto il mestiere di famiglia. E gli occhi s’accendono quando possono raccontare di barche e del loro costruire.

Il cantiere aveva uno scivolo – forse lo ha ancora: con il mare mosso non lo vedo – che consente di tirare a secco le imbarcazioni e di vararle dopo gli interventi. Una delle maggiori soddisfazioni è quella di manutenere da dieci anni La Vittoriosa, dalla vela trapezoidale, «al terzo» come si dice, storica imbarcazione sangiorgese da pesca, ultima superstite «di questo tipo dell’antica flotta peschereccia della costa meridionale delle Marche». Altro orgoglio è che al Museo galleggiante di Cesenatico è ormeggiata la paranza costruita decenni fa da Silvio Cappella. Per il futuro, il maestro d’ascia e i suoi famigliari/apprendisti pensano – Comune permettendo – di sistemare laboratorio e area circostante, e dar vita ad un museo della cantieristica. Sarebbe un’altra chicca per questa Terra. Tenetelo presente!

Adolfo Leoni, Il Resto del Carlino, Giovedì, 13 febbraio 2020

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